Frammento di personaggio femminile

“Che volevi dire?”

“Non lo so. Volevo solo che andasse via.”

“E ci sei riuscita. Ma proprio bene. Complimenti.”

“Era un meschino.”

“Ma che ti ha fatto?”

“Mi ha dato fastidio.”

“Che ci sei uscita a fare, allora?”

“Per parlare.”

“Ma di cosa?”

“Di cose. Sembrava un tipo interessante. Ma poi: il buco nero. Argomentava il niente”

“Potevi almeno sopportarlo per qualche altro minuto. Magari finiva che te lo facevi piacere.”

“Ma perché… Mi serve un uomo per forza?”

“Hai trent’anni.”

“Embé?”

“E’ tardi…”

“Ma tardi per cosa? Che vuoi capire tu. Sei fidanzata da quando sei stata capace di intendere e di volere. E, da allora, sempre con lo stesso. Che ne sai tu della vita?”

“Questa poi! Io della vita ho capito certo più cose di te, che ti crogioli nella tua solitudine. Guarda invece io e A. come siamo felici.”

“Felici? Felici? Voi due? Ma secondo te io dovrei prendere spunto da.. Due miserabili.. Come voi?”

“Miserabili?”

“Si, miserabili. Siete la vostra vicendevole rovina. Vi anestetizzate a vicenda vivendo, ognuno, le paranoie dell’altro. Non siete un esempio”

“Che ti abbiamo fatto di male? Solo perché ci amiamo… E tu sei sempre sola? Invidiosetta?”

“Ma vi vedete? State insieme da quando avevate sedici anni. Non avete conosciuto altro. Non fate niente altro che mangiare, uscire… Scopate quando capita, giusto quel sesso quasi-procreativo, nazional-popolare. Parlate, se parlate, di stupidaggini. Se uscite con qualcuno, parlate di ciò che avete fatto. O di ciò che altri hanno fatto. Fate cose per avere cose di cui parlare. E parlate di cose per trovare cose da fare prima per parlarne poi. Non avete niente altro di cui parlare. Niente idee. Niente. MA vi rendete conto? Siete già morti.”

“Stai proprio esagerando. Non ti permetto di parlare della mia storia in questo modo. Io ti sono amica, è vero. Ma sono l’unica. E questo non è un caso. Li hai fatti scappare tutti. E di questo passo…. Cioè.. Sei tu la strana. Io ho altri amici. IO! E gli altri miei amici – MIEI!- sono normali”

“Certo loro sono come te. Senza aspettative. Senza prospettive. Si guardano vivere. Passivi spettatori delle loro stesse esistenze. Ma ti ricordi l’ultima volta che sei stata felice? NO! Fai sempre le stesse cose. E’ sempre tutto uguale.”

“…Ah! E quindi saresti tu quella diversa? Tu quella buona! Solo perché sei una scorbutica? Solo perché pensi di essere la migliore di tutte? Ma ti sei vista? Sei sola come un cane? Tieni pure le zampe di gallina! Quel ragazzo, D., è l’unico che ti ha pensato minimamente. E gli hai praticamente sputato in faccia. E ti aveva offerto solo una rosa.”

“Ti ripeto, mi ha dato fastidio. Era un gesto stereotipato.”

“ Quando è stata l’ultima volta che hai scopato? Quanti anni fa?”

“Ma che cazzo c’entra? Ora perché non c’è un maschio buono nel raggio di un milione di chilometri devo scoparmi il primo che passa. Ma che me ne fotte di questi energumeni. Questi palestrati con Bukovski in bocca e un anabolizzante in culo. Come ci si può innamorare di questi gusci di noce? Ora tu stai finendo per pensarla come le tue amichette-ochette che perché hanno trent’anni si fanno ingravidare dal primo che capita. ”

“Tu ragioni proprio male. Ma che ti avranno fatto alla nascita, non so? Eppure tua madre era normale.”

“Che c’entra mia madre? Ma non lo vedi che la vera pazza sei tu? Incatenata alla tua routine. Al tuo dovere. Hai già i doveri coniugali e non te ne fai un problema! Respiri solo per sopraffare il passare del tempo.”

“No.”

“Ecco. Non hai argomenti. Perché…. Perché….. Si! Tu ….. Sei una cretina. Va bene, l’ho detto. Sei una cretina. E ci sei nata, non è nemmeno colpa tua! Ci nascete cretini, ci nascete schiavi!!

“Stai pisciando fuori dal cesso. Questa è la volta buona che la nostra amicizia va a puttane. Ma a che mi serve una come te? HO altre amiche. NORMALI!”

“Non ti servo a niente! Ma ora perché non te ne vai a fare in culo?”

“Me ne vado.”

“Brava vai. Io posso parlare anche da sola. Non me ne frega proprio un cazzo. Che stavo dicendo?”

“Stavi parlando della natura”

“Ah. Sei tu. Sempre nei momenti meno opportuni ricompari dai miei sogni infantili.”

“Non è colpa mia se faccio parte del tuo universo allucinatorio”

“Ho una mia crisi, vero?”

“Si, probabilmente. Sempre se non è diventato normale parlare con un gorilla di peluche.”

“Non proprio.”

“E allora… Welcome back.”

“Ok, allora ci vorrà del tempo. Stavo dicendo… E’ tutto dominio, potere. Morte. Tutti gli animali, dal più infinitesimale al più enorme hanno un unico motivo per vivere: dominare l’ambiente, cambiarlo a proprio piacimento. Soddisfarsi. Ma camminiamo. Ti ricordi quando da piccoli contavamo il numero di mattoni dei palazzi? Ora non ci riesco più. Comunque encefali, braccia, gambe, uncini, tentacoli, occhi, lingue, tubi digerenti, genitali… E’ tutto progettato per farci sopravvivere. Per distruggere gli altri. Gli animali, quelli veri non quelli di pezza come te, lottano per il dominio delle risorse, dell’acqua, del cibo, delle femmine. In certe specie le femmine sono sopraffatte dal maschio. In altre il maschio è sopraffatto dalla femmina. E’ tutto istinto. L’animale in natura vive nell’inconsapevolezza. Ma io no! Cazzo! Che cos’era quella rosa? Cosa volevi da me? Mi volevi sopraffare”

“Forse ti voleva semplicemente dire che ci teneva a te”

“Con un fiore morto?”

“Hai ragione. Ma io sono pur sempre un personaggio del tuo mondo interno”

“Touchè. Comunque un vantaggio c’è in questa storia. Siamo ormai due personaggi del mio racconto interiore. Credo che siamo all’interno di una storia su qualche libro o blog sperduto. Forse non siamo nemmeno ancora stati scritti. Forse qualche persona ci sta scrivendo al lume di candela, con la drum’n bass nelle orecchie. E c’è sicuramente qualcuno che in questo momento ci sta leggendo, altrimenti ora non esisteremmo. Quindi, almeno per adesso, esistiamo nella sua mente. Direi di andare a via Toledo. Fuori da Bershka. E ci stiamo davvero! Comunque. Come ha fatto la musica a evolversi da Mozart alla Drum’n bass? Non c’è niente di bello in quella vegetale morto. In quel fiore morto. Che decerebrato! Come poteva pensare di fare colpo su di me con un cadavere in mano. Quella stronza di L. non capirà mai. Gli animali, quando fanno sesso, non capiscono cosa stanno facendo. Lo fanno per foga. Lo fanno per necessità. Per natura. E lei ancora è fidanzata con quel decerebrato di A. Due animali. Due deficienti. Accoppiati. Figlieranno altri deficienti. Quando noi umani usiamo il termine “è naturale” sottintendiamo qualcosa di bello, di genuino. Ma cosa c’è di meraviglioso in questa forza che ci spinge verso la distruzione delle risorse? Cosa c’è di equilibrato nella necessità di uccidere il nostro simile che minaccia i nostri averi? Cosa c’è di fantastico nella proprietà privata? Negli oggetti che sono tutti armi per qualcuno. Nei denti canini. Perché sei così grande ora?”

“La vedi la pioggia di meteore?”

“Si. Sono dei cubi perfetti che cadono. Che cadono sul mare e si tramutano in navi di polistirolo. Gatte di polistirolo. Le gatte, quando hanno l’estro sono portate, inconsapevolmente, a rilasciare ferormoni e ad avere comportamenti per attrarre il maschio. Loro non sanno che ne saranno sopraffatte, come le onde dal frangiflutti. La natura le rende incoscienti di ciò che le aspetta. Il maschio di turno le assalterà, le sottometterà. Sembra tutto crudele, ma non c’è niente di crudele: è natura. E’ istinto. E io non ne voglio fare parte. Quel gatto maschio in realtà con quella rosa in mano non sta facendo niente di peggio di quello che potrebbe fare un altro al posto suo. E un altro. E un altro. Cioè hai capito? Il gatto, l’uomo.. E’ collegato…”

“Si. Come un gelato seduto alla guida dell’R4 e l’autista dell’R4 seduto sulla cialda. Collegati da un destino intrecciato.”

“Infatti! Perché vedi. Ma come ti chiami? Va bene. Comunque ciò che conta nel sesso è farlo prima. O era farlo bene? Ciò che conta è distruggere gli avversari. E’ portare avanti la propria stirpe invece di quella di qualcun altro. E per fare ciò, per trasmettere quel corredo genetico, la natura ci ha dato quattro zampe, un encefalo… Dico a noi, ci ha dato la necessità di mangiare e di bere. Ma da quando siamo diventati indipendenti da questa primordialità?

“Probabilmente mai.”

“Esatto. Questa cosa, per esempio, sta diventando più un monologo che un dialogo. Però credo che tu mi stai sentendo, forse direttamente nella tua mente, senza che io stia pronunciando nemmeno una parola. Ma come stai facendo?

“Non lo so, è come se ti leggessi direttamente nel pensiero. E’ come se quello che stai dicendo fosse stato scritto da qualcuno. E’ come se fossi nella mente di chi legge.”

“E’ un fatto strano. La natura ci ha incatenato qui, in queste carceri di carne e ossa. Ci ha condannato ai nostri bisogni fisici. Ci ha dato le antenne? NO! Ci ha dato le mani. E io ora sto parlando nel linguaggio dei segni, per dimostrartelo. Ma sento ancora la mia voce. Come è possibile?”

“Non lo so, mi sento strano. Non ho più gli occhi”

“La natura ha mutilato tutti gli animali della parola, tranne l’uomo. Ci ha concesso la bestemmia. La vita è questo, è duplicazione. E’ fotocopia. E’ una fotocopia imperfetta. E’ continuare a propagare un progetto fallimentare. La vita è mancanza di senso assoluto. Vedi la gatta, dopo essere stata posseduta dal maschio. E’ impaurita. E’ dolorante. Soffre. Ma qualche giorno dopo riprenderà a mugolare. Per farsi montare ancora, finché non resta incinta. La natura glielo obbliga, se ne fotte delle sue lacerazioni. Spero che quella gatta sia rimasta incinta con quella rosa. Durante la gestazione sarà in balia di sensazioni che non si potrà spiegare. Si sentirà male. E non saprà mai perché, non avrà alcun dottore da cui andare. Quelle sensazioni sgradevoli la porteranno a comportamenti stereotipati. Comportamenti che hanno garantito ad altre gatte prima di lei la sopravvivenza dei suoi figli. Mangerà di più. Si nasconderà di più. Combatterà contro quegli stessi maschi che aveva dolorosamente accolto dentro di sé. E poi quando partorirà, sarà l’apoteosi della sofferenza degli innocenti. Lei si vedrà partorire. Subirà letteralmente un travaglio e un parto. Si lacererà. E non capirà cosa le sta succedendo. Non ne avrà alcuna idea. Avrà paura. Cercherà riparo. Avrà dolore. Urlerà. Non potrà farci niente. E si vedrà circondata da questi esseri oscuri, glabri. Che avranno misteriosamente il suo odore. E i suoi livelli ormonali saranno favorevoli alla conservazione della vita. La prolattina salirà. Li allatterà. Ma non avrà alcuna idea di cosa starà facendo. Io non voglio essere cosi!!!! Siamo dei fasci di riflessi. Riflessi di ogni tipo. Siamo macchine che rispondono a segnali. Se ti spingo i tuoi muscoli ti mantengono in piedi. Se stai per cadere allarghi le braccia. Se apri la mandibola automaticamente si richiude e poi si riapre. Siamo fasci di nervi che controllano un macello di carne e ossa. Siamo in balia di un meccanismo distruttivo che ci spinge all’autoconservazione. Hey, ci sei? Vabbé.”

“Ci sono, ma forse mi sono dissolto”

“Come me, siamo polvere adesso. Possiamo girare dove ci va. Ma io resterei sempre qui, sul lungomare di Via Caracciolo. Mi piace, mi ispira… Comunque che stavo dicendo.. Ah.. La conservazione della specie. E’ tutto un meccanismo auto amplificato, la natura. LE piante vivono. Non sanno perché. Ma vivono perché gli animali si decompongono. Gli animali vivono. Ma non sanno che si dovranno decomporre. I nitrobatteri vivono. Ma non sanno che serviranno per il ciclo dell’azoto. L’acqua c’è. Ma non c’è verso che ricordi la prima volta che è piovuta. O la prima volta che è evaporata da un uomo uccidendolo di disidratazione. E’ tutto un ciclo. Ho sonno, tu?”

“Anche io, Guarda. Cos’è quel disco che sta calando nel mare?”

“E’ il sole. Sta finendo”

“Come noi”

“Come me”

Advertisements

Odore di vita

Negli ospedali ti assalgono una serie di odori. Odori di essere umano. Odore di ferro. Qualcuno perde sangue e sta macchiando il letto. Tu stai là e guardi e dici “è tutto normale, è solo sangue, non devo svenire”. Odore di merda, di urina, di chi sta dando la vita. Odore di sudore, di chi sta soffrendo. Ma c’è anche odore di sporco. Di chi ha bisogno di una assistenza più grande di quella di qualsiasi medico, di chi soffre tutti i giorni la solitudine e il disagio sociale e che tu sai che quando uscirà dal reparto che puzza di sterile fenolo tornerà a popolare i marciapiedi pieni di piscio di cane. E tu hai solo messo una toppa piccolissima al suo dolore. C’è quella sofferenza umana che tu senti, che percepisci e che sai che puoi solo scalfire. C’è odore di chiuso, nelle stanze, quando fa freddo. Anche ad agosto fa freddo perché, a volte, quel freddo viene da dentro.
I reparti sono popolati da suoni. Le urla di chi ha dolore. Quel dolore sordo, infame. Di cui tu conosci i mediatori chimici, le vie nervose e i meccanismi evoluzionistici. Ma che ti spiazza ogni volta. Il dolore che è una bestia che straccia le carni e la mente del malato. Chimera che devi affrontare affinché ti suggerisca una diagnosi buona. Dolore mutevole, che né le parole dei libri, né quelle del paziente possono spiegare. Dolore, Sfinge, che devi imparare a interrogare affinché ti suggerisca una diagnosi. Dolore che devi sapere evocare affinché traspaia un po’ di luce dal buco nero della malattia. Quando chiedi “dove le fa male?” e poi tocchi la carne proprio in quel punto, è perché devi prima evocare un demone per poterlo affrontare. Fai del male ma sai che c’è un motivo. Ci sono parole, sussurrate tra persone, che non conoscerai mai. Ma che capisci lo stesso. Ci sono singhiozzi di un figlio davanti al genitore morente. Silenzi di gioia di una madre con suo figlio tra le braccia. La faccia della soddisfazione della nonna col nipote in mano e che vorrebbe dirti “guarda qua mia figlia che è stata capace di combinare!” Ci sono i vagiti di nuova vita ma anche ansimi di morte. Spesso in due letti, l’uno accanto all’altro. C’è il tic irregolare del monitor di un cuore pazzo e il clac della fiala per lenire una colica. Nel frattempo è tutto un fremere di penne, pennarelli su cartelle e fogli terapia. Un intenso vocìo tra specializzandi e telefonate ad ogni reparto, ad ogni dottore, strutturato, professore che sappia dirimere un po’ la matassa. In ogni angolo di reparto è riassunta tutta l’umana frenesia nel voler abbattere la morte e la sofferenza.
Ci sono occhi, occhi che ti cercano. Occhi di chi sta soffrendo e cerca sollievo. Che quando ha la morfina ti ringrazia solo con quegli occhi. Ma anche gli occhi di chi odia. Persone che non capiscono perché stanno là, perché fino a ieri stavano bene, e non ti credono. Non possono razionalmente accettare di aver convissuto per 20 anni con un mostro che gli cresceva lentamente dentro e che ora pesa mezzo chilo e le uccide. E il medico e chi in sua vece è sono le uniche persone con cui se la possono prendere un po’ dato che hanno già bestemmiato ogni santo in terra e in paradiso. Ci sono gli occhi di chi è stanco di lottare e vorrebbe farla finita “Ma alla fine, che mi costa tentare” e ti sconvolge perché ride. Ci sono gli occhi di chi, semplicemente, è stronzo. Di chi si stupisce che in due ore non ha avuto una risonanza magnetica quando la macchina è rotta da una settimana. E vorrebbe spiegazioni. E tu sei l’ultimo arrivato ma vorresti lo stesso URLARGLI che il sistema sanitario è alla deriva per anni di politiche deficitarie concludendo il tutto con un sonoro ” Se ne vada in una clinica se ha fretta”. Poi ci pensi e ti rendi conto che il servizio sanitario ideale del tuo Paese è MEGLIO di qualsiasi clinica. Universale. Efficiente. Gratuito. Perché stare bene è un DIRITTO dell’UMANITA’ indipendente dai soldi! Ma mentre pensi a questo e stai in religioso silenzio parla lo strutturato, che ne sa un milione di volte più di te e che effettivamente riesce a riassumere tutto lo sdegno in un efficace “Forse se ne parla domani”. Ci sono anche gli occhi malevoli della signora dell’est che il caso ha voluto far capitare in stanza con una nigeriana. E che ti chiede, facendo la finta tonta: “Ma è contagiosa? Ma sa, non è per me, per il bambino”. E tu ti incazzi perché sai che lei te lo chiede solo perché le loro pelli sono così diverse. E stai partendo con una catilinaria ma l’infermiere ti precede con un melodioso “Per la privacy non le posso dire la diagnosi, ma posso assicurarle che non è contagiosa”. E tu lo guardi e pensi “Che sintesi”. Ma avresti aggiunto ” Ma veda di cambiare atteggiamento perché lei è una razzista di merda e dovrebbe saperlo bene dato che gli italiani sono razzisti in primis con lei” . Ma stai zitto. Calmo. E respiri, quanto puoi, la stessa aria di quella signora.
Con la mano senti il calore della pancia di una donna incinta. E si muove e, Madonna, ti gasi perché è ovvio che si muova però cazzo a sentirlo sotto la mano è wow. E cerchi di stare calmo e respirare. Sotto ai polpastrelli senti il bollore di una cicatrice chirurgica che deve essere medicata. Senti il gelo delle mani di chi sta andando in shock e si fa di tutto per mantenerlo ancora qui. Il contrasto tra la testiera del letto che è ruvida e la guancia del bimbo che è liscissima che manco il parquet del bowling.
In clinica è tutto un combattere contro la dannata empatia che ti obbliga a soffrire assieme a chi sta soffrendo. E’ tutto un trattenere le lacrime quando senti parole senza speranza uscire dalla bocca dello strutturato-che-tutto-sa. Perché sai che se lo strutturato non ha speranza, non c’è davvero speranza. Sai che quando un chirurgo che estirpa il male da dentro le persone con le sue mani e un bisturi dice ” mi dispiace”, You are dead. Le loro parole ribaltano tutto peggio di qualsiasi plot twist.
Guardi i guanti sporchi di sangue di chi apre addomi e ogni venti minuti regala dieci anni di vita all’umanità. E sai che sono mani come le tue, fatte di muscoli, ossa, tendini, nervi, vasi sanguigni. E vorresti essere solo un pochino figo come loro, magari fra quindici anni. E ti accorgi che durante una operazione i ferri e i guanti sono solo una barriera psicologica tra un uomo e l’altro uomo. Che chi sta con le braccia dentro un’altra persona le sta letteralmente togliendo la morte da dentro. Le sta sfiorando quei visceri che gli appartengono dalla nascita mentre le sta stracciando via quella merda.

Vorrei riuscire a descrivere solo una piccola frazione di quel sorriso, del sorriso di quella specializzanda  che sa che ha fatto di tutto in suo potere per far star bene qualcun altro.

Non ci riesco. Ma ce l’ho qui davanti agli occhi da ore, stampato.

L’inganno

Non leggere questa lettera prima che sia giunto il momento.

Edda,
questo settembre 1940 mi massacra. Una fiumana di foglie precipita dal castagneto del cortile. Il mio corpo giace inerme sulla scrivania. Di questi tempi in cui anche i vocabolari hanno imbracciato la baionetta è difficile trovare le parole. Ma io devo scrivere. Ti devo scrivere. Nella mano destra un sigaro toscano fissato al soffitto da una linea di fumo. Nella sinistra c’è invece una penna. Tutto è apparentemente immobile nel mio studio. Guardo il quadro di mio padre: il suo volto traviato dal tempo, le sue mani piene di rughe. Vorrei che ora fosse qui per chiedergli che fare. Vorrei farmi il segno della croce che mi insegnò lui. Ma le mie dita puntano al suolo, trascinate da un’incudine di quaranta quintali di sgomento. Un senso di morte mi impedisce di scrivere con sincerità.
Per nove mesi tua madre è stata la tua casa. Ieri sera hai deciso che era il momento e la nostra camera ti ha fatto da nido. Credo di non aver mai fumato così. Lucia aveva il respiro spezzato dalle contrazioni e le nostre mani sono diventate un tutt’uno per darti al mondo. E’ incredibile la forza che tu e lei avete sprigionato. La potenza delle donne che danno la vita è declinazione della natura pura. Siamo tutti figli della tempesta. Dolce sentire per la prima volta il suono della tua voce. Incredibile vederti così piccola arrampicarti sul corpo di tua madre per raggiungerle il seno. Ultraterreno vedervi così abbarbicate; ho realizzato che – visceralmente vi amo. Il senso di tutto ciò che sono stato, che sono e che sarò mi si è materializzato: i vostri cuori che battono all’unisono sono la ragione per cui ho vissuto fino ad ora.
Sembra tutto un gioco crudele. L’esistenza è una locomotiva di gioie e dolori e mentre tutto sembra andare bene improvvisamente la realtà si ribalta. Tu, seppure ti ostini ad essere felice, sei travolto dagli accadimenti della vita. E sei sommerso dal flusso. Qualche giorno fa ho ricevuto la lettera ruvida. Roberto, il postino, me l’ha lasciata tra le mani senza neanche guardarmi negli occhi. Lui sapeva già: chi riceve il timbro dello Stato parte per la chiamata alle armi. E non torna. La vita non è meravigliosa? Il giorno prima ti dà un motivo per ucciderti e il giorno dopo mille per sopravvivere.

Partirò domani e sono condannato a non conoscerti mai. Il cielo sarà a tratti squarciato dal plasma dei lampi. Non sarà una di quelle partenze di cui ho scritto in passato. Non sarà una partenza a lieto fine: non si torna indietro. Le gocce di pioggia delineeranno il profilo di un gruppo di uomini in attesa e di un treno. Scena banale, già vista. Ma stavolta sarà il mio l’impermeabile bagnato dalle lacrime. A nulla serviranno i gradi fasulli sulle divise a contenere l’acqua che scaturirà da dentro ai nostri animi. Tu e tua madre sarete sulla banchina e io dovrò salire quelle dannate scale sapendo di lasciarvi vivere senza di me. Dovrò entrare in quella odiosa carrozza con la consapevolezza di dover guardare per l’ultima volta il tuo corpo. Dovrò straziarmi nel guardarti ferma sulla banchina mentre mi allontano. Andrò via da te. E morirò senza di te.

Figlia mia, vorrei esserci in questi anni. Vederti camminare in soggiorno nel momento in cui, un piede dopo l’altro, vincerai la gravità. Vorrei curare le ferite che inevitabilmente ti farai. E darti la mia spalla per i graffi che ti faranno. Vorrei esserci quando fiorirai e le tue gote si animeranno come quelle di tua madre. Farei volentieri “ildiscorso” a quel ragazzo che, fortunato quanto me, ti amerà.

Ti lascio, codardamente, questa lettera.
Spero di rincontrarti, un giorno, chissà dove.

Vivi serena, vivi libera, ama, se vuoi.
E se puoi perdonami.

Tuo padre.

Il nonno dal cuore di ferro

Il nonno dal cuore di ferro

Ieri sera era il tuo onomastico e volevo scrivere qualcosa su di te. Vederti così spaventato e arrabbiato, per la malattia, mi ha portato alla mente di quando eri bambino ed andasti a vedere “La mummia (1932)” al cinema e c’era il coprifuoco e che quando uscisti c’era il buio pesto e avesti tanta paura. Magari di quando fosti evacuato per i bombardamenti con la tua famiglia a Baiano e dormivate con i topolini, in un granaio, al lume di una lampada ad olio, nella paura di una esplosione.
Forse avrei scritto di quando c’era il duce e tu e tutti gli altri bambini non ne capivate niente al punto che, quando venne Hitler a via Caracciolo, il suo “saluto fascista” vi fece ridere perché sembrava che stesse controllando se piovesse. Poi, forse, avrei raccontato qualcuna delle mille avventure di quando con tuo padre vendevate le scarpe alla gente, ai soldati americani, ai ricchi e ai poveri..
Chi lo sa se poi avrei scandagliato le circostanze per cui incontrasti la nonna Virginia Stizzo e di quanto la vita sia in grado di farci incontrare chi si incastra con noi. Di come vi siate stati vicini, nel bene e nel male, di come vi siate fatti forza a vicenda, di quanto vi siate amati. Di quanto tu e lei sembravate dei nonni speciali quando ad Ischia mi preparavate quei sandwitch che allora mi sembravano buonissimi e di quanta forza avete saputo infondere in tutti noi.

Avrei potuto descrivere il tuo odore e chi lo sa quanti episodi della mia infanzia che ti hanno visto protagonista. Di quanto sembrassi agli occhi di un bambino come me un nonno eroico e nel mio immaginario inossidabile. INOSSIDABILE.

Potevo scrivere di tutto questo ma non l’ho fatto. Perché dentro di me regna una profonda amarezza. Da piccolo avrei detto: ma come, uno che ha passato un intervento a cuore aperto, che ha il cuore di ferro ( una valvola aortica )che fa clik-clack da decine di anni come può ammalarsi più? Da giovane adulto dico: com’è possibile che tutto quello per cui abbiamo lottato, la nostra identità, i nostri ricordi, ci siano sottratti in maniera così subdola? Perché, pezzo dopo pezzo, te ne vai? Come è possibile che la mente si sgretoli come una scogliera nello stesso tempo accarezzata e demolita dalle onde del tempo?

La vecchiaia è una brutta bestia, dicevi. Ed è vero e lo sto capendo adesso grazie a te. Molti mi accusano di essere troppo “cerebrale” ed hanno pure ragione; ma non sanno quanto quel bambino che sta ancora dentro di me vorrebbe ritrovarti a martellare le suole delle scarpe nel salotto. Quanto ti vorrei vedere in salute con il cappello in testa colorato col caffé a prendere il sole sulla sdraio nel patio di Rio Claro. Quando vorrei poter donare anche un anno interno della mia vita per vederti sorridere anche solo un attimo. Quanto ti vorrei trovare presente, consapevole, in piedi? Ma so che è impossibile. E questa esperienza dolorosa ha cambiato anche la mia concezione della medicina e del mio futuro.

L’altro giorno mentre stavamo comodamente pranzando, ti sei messo a piangere. E lo hai fatto perché avevi paura che il cibo non bastasse anche per i tuoi defunti genitori, che ne tuo immaginario sono ancora qui. “Glielo potete portare anche a loro?”. Questo mi ha fatto capire quanto tu sia autenticamente buono, nel profondo del tuo animo. Dicono i presunti saggi che la vita è così, che è un ciclo infinito e che è normale che chi si è curato di te finisce per essere curato da te. Ed io dico: ben venga, bene, bravi, applausi. Ma, cari signori saggi, allora la vita è proprio uno schifo. Perché costruisci per quasi cento anni e non ti resta niente? Forse la chiave è che resti dentro gli altri. E quindi forse la vita non è proprio una merda: è una una meravigliosa merda.

E allora buon onomastico, caro nonno Carmine . Sei rimasto dentro di noi e cresci rigoglioso come non mai. E campa altri cento anni senza però fare troppo disperare la nonna. Resta qui che abbiamo bisogno di te.

Se i grandi film fossero z movie – Prima parte

Jurassic Reich- Grottesco

Il chimico Alan Grant e la paleopatologa Ellie Sattler vincono alla lotteria due biglietti per visitare Isla Nublar, una piccola isola dei caraibi. Durante il viaggio si ritrovano seduti l’uno accanto all’altra e scoprono di avere la stessa cicatrice sulla mano. Sono stati entrambi parte di un progetto segreto sulla clonazione umana per la ricerca dell’uomo puro ariano. Scoprono quindi che l’isola è il frutto della fantasia di un eccentrico architetto minimalista e che ogni edificio sulla stessa è squadrato e di color bianco. Incontrano John Hammond, uno dei fisici del progetto Manhattan, rimasto accecato dalla radiazione nucleare. Arrivano al palazzo centrale dove c’è il dottor Henry Wu ad aspettarli. Scoprono da un filmato dell’epoca che egli è il medico nazista che tenne prigionieri i loro genitori durante il III Reich. E’ quindi tutto parte di un progetto. Nonostante i loro tentativi di sfuggire e l’aiuto dell’oscuro agente segreto Tyrannosaurus rex, si ritrovano al centro del complesso. L’abuso di acidi del regista si chiude con una scena orgiastica dove i personaggi si accoppiano con galline antropomorfe ma ariane e il signor Hammond riprende la vista per affermare la criptica frase “ Sto venendo”.

Un esorcista in famiglia– Commedia

Durante una giornata al mare la giovane Regan trova una tavoletta ouija. Fuorviata dalla visione del film omonimo inizia a giocarci ed evoca il demone Paneesalame che la possiede per qualche minuto e và via, lasciandole una sciatica tremenda. Regan inizia a dare segni di squilibrio e a chiedere costantemente della vodka per alleviare i dolori. La madre che è contraria alla medicina ufficiale le pone al collo una statua della Madonna Incoronata di Pompei che effettivamente dà sollievo alla figlia. Grazie ad una conoscenza nella ASL la giovane Regan ha una visita medica di stramacchio da un medico ortopedico(Massimo Boldi) che le consiglia di fare del “dolce su e giù” mentre viene portato in una camera imbottita da dei portantini. Il tentativo fallito di una visita ortopedica porta l’ultracattolica madre a rivolgersi ad un sacerdote esorcista. Egli, affascinato dal corpo della madre, scioglie i voti e fugge con lei, possedendola infine su una porche presa a noleggio. Il signor MacNeil, scoprendosi cornuto, si avventa contro la figlia Regan, attribuendo tutte le colpe alla sua sciatica. La giovane ragazza guarisce miracolosamente e ha una visione sul fatto di non essere la figlia biologica del padre. Il film si chiude con un doppio matrimonio: Chris, e l’ex Prete e Regan e l’ex padre si sposano e iniziano così le riprese del sequel.

Inside-Out – Giallo

Riley, una silenziosa ragazzina transgender, viene trovata morta in una stanza d’albergo dalla domestica. Su ognuna delle pareti della stanza una scritta : Gioia, Disgusto, Paura, Rabbia. Sulla fronte della ragazza capeggia, scritto a pennarello, la parola Tristezza. Le circostanze della morte spingono l’ispettore Scott ad aprire un fascicolo per trovare l’assassino. Nel commissariato arriva il referto dell’autopsia che conferma la morte per strangolamento e l’assenza di violenza sessuale. L’ispettore interroga quindi i genitori che, indaffarati da un trasloco, non si erano nemmeno resi conto della sparizione della figlia. A scuola l’interrogatorio ha gli stessi esiti e si conclude con una scena di alta tensione erotica tra il commissario e una maestra quasi in pensione. Dall’ispezione dell’armadietto si scopre che esso è ricolmo di rose e di scritte riportanti i sentimenti sopra citati. Tutti gli indizi portano al garzone del fioraio, persona veramente cupa e dalle movenze effeminate, che confessa l’accaduto e spiega in un lunghissimo flash-back tutta la storia. Egli e la ragazza avrebbero intrapreso un delicato rapporto BDSM basato sull’esplorazione delle emozioni che si sarebbe concluso con la tristezza della morte. Il ragazzo viene quindi arrestato ma sul suo volto c’è un ghigno: il carcere era il suo fine, faceva tutto parte del piano.

The Wolf of Devil Street – Epico

Giordano Belfort inizia la sua carriera come apprendista di un monaco benedettino. È quest’ultimo che lo introduce all’ascesi e alla meditazione. Giordano segue la vita della purezza e ben presto prende i voti. Poco dopo il ragazzo incontra Donato Azoff che sarà un suo compagno di avventure. Iniziano insieme un percorso di purificazione, di astinenza dal sesso e di profonda autoflagellazione che culminerà nella passeggiata del diavolo. Narra la leggenda che, al termine della strada, ci sia la vita eterna. Intanto il diabolico Patrizio Denham inizia a seguirli e a fuorviarli sulle sacre scritture. A causa della tentazione sempre maggiore Giordano decide di abbandonare per qualche giorno il cammino e, caduto in un dirupo, verrà salvato in volo da un’aquila. Decide così di riprendere il cammino. Quella stessa notte durante una violenta visione Giordano vedrà la fine del mondo e capirà di essere il nuovo Cristo. Si vestirà solo di stracci e continuerà il cammino prima con l’aiuto di Donato e alla fine da solo. Il film termina con la visione di una luce che, dal termine della strada del diavolo, si irradia a tutta l’umanità.

Apocalypse Noir

Il film si apre con la scena del colonnello Kurtz, uno dei più alti gradi dell’esercito americano, che entra nella stanza di un albergo malfamato. Il giorno dopo il sergenteWillard percorre la strada principale del Bronx con una serie di squinternati sulla jeep. Sono dei ragazzi di un centro sociale che sta portando ad una visita medica per farli arruolare con la forza. Ad un certo punto una gang di neri con gli stereo con Wagner a palla cerca di bloccare l’ufficiale con degli AK47. Vedendosi i minoranza egli riesce a fuggire ed a rifugiarsi nell’albergo malfamato. Qui trova un stanza aperta e trova il colonnello Kurtz che abbaia con un guinzaglio. Lo fotografa e poi gli chiede che cosa faccia. Il colonnello giustifica i propri vizi in nome della difesa della patria vagheggiando di essere un eroe dei nostri giorni. Si scoprirà poi che la gang di neri ha una bomba sporca nel seminterrato e in cambio dell’umiliazione di un agente a settimana, evita di farla scoppiare. La guerra secondo Coppola è molto più di un esercizio tecnico: stravolge e sconvolge anche l’uomo più inerte e ligio, rendedolo sporco e inerte in balia del caos della violenza.

Il barbone di via De Pretis

Fuori alla banca, sul basolato,
un uomo giace abbandonato.
Qualche curioso che passa lo guarda
e c’è chi lo sposta con la scarpa.

Poco più avanti c’è un bar carino
dove la gente prende il cappuccino
e mangia i cornetti, poco distante,
da dove un uomo soffre costante.

Chi a bocca piena dice “è un povero asociale”,
lo sdegna come “un povero animale”,
da lui si scosta perché è “lurido e sporco.”
Poi lo spazzino dice “Forse è morto”.

“E’ morto? Chiamate un dottore!
Quest’uomo ha avuto un malore!”
“Forse ha una brutta malattia?”
La gente si sposta, paga e va via.

Siamo rimasti lui, un gatto e io
per qualche tempo di lungo oblio
poi è arrivato il professore
con una macchina dal gran motore.

Si china un po’ svogliato:
“Niente polso o respiro. E’ crepato.
E’ morto al freddo, come un cane,
è inutile portarlo all’ospedale.”

“Ma chi era? Chi ha abbandonato?
O forse è meglio dire “Chi l’ha abbandonato?”
A nessuno interessa questo dettaglio
perché il cadavere ostruisce il passaggio.

“Lo conosco io, è lo zio Gennaro
vende la stoffa nel mercato
ha tre figli Nino, Rosa e Carlo
la moglie suicida, la casa in sfratto.”

Io, sentite queste parole,
mi misi a ridere per l’errore:
“Voi vi sbagliate, amico mio
Gennaro il tappezziere sono io!

I miei figli stanno a casa
e mia moglie fila ancora la lana!”
Ma nessuno mi ascoltava
mentre la salma veniva spostata.

Allora urlai ma le mie parole
come in un pozzo sembravan cadute
e le mie mani prima curate
divennero ruvide, come vetrate.

Quel gatto nero che stava in disparte
cominciò a strusciarsi sulle mie gambe
forse cercava un po’ di calore
o forse a me di dare tepore.

“La morte non ha nessun altro da cui andare
che da Gennaro, un uomo esemplare?
Una persona semplice, un tappezziere,
un uomo che si è inventato un mestiere?”

Il gatto non rispose e continuò a girare
e un poco mi spinse a camminare
verso la salma dal feretro infeltrito.
Guardai dentro: il morto ero io.

La fine

Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi.

Epicuro ( trad.Graziano Arrighetti 1967)

Le strade di Napoli erano insolitamente vuote. I lampionai in casacca grigia stavano già accendendo le lampade a gas quando passai per via Toledo. Il portone di Palazzo Cirella era ancora aperto, dopo il saccheggio avvenuto a maggio. Quel palazzo stava là e con quella bocca spalancata emetteva i gemiti d’agonia di chi è stato mortificato nell’anima. Che vergogna. Niente rimaneva delle barricate di maggio se non qualche pietra mancante dal basolato di vesuvite. Forse di questo 1848 si perderanno le tracce.
Tomaso viveva in un appartamento abbastanza discreto. Niente di particolare ma per i soldi che aveva era stato un buon affare. Entrai nell’appartamento, adagiai il mantello sull’appendiabiti e venni subito accolto da un odore chirurgico. Laura, l’infermiera del nosocomio degli Incurabili, mi guardò con uno sguardo fisso. <<Si rifiuta di mangiare e di bere. Dorme la maggior parte del tempo. Ha un’ulcera di Charcot al sacro da qualche ora che non regredisce. E’ il segno che io ho finito qui.>> Le annuì, appoggiando il suo compenso sul tavolo. Poco dopo sentì il rumore della porta che si richiudeva.

Un uomo smunto e cachettico era steso sul letto. Attraverso le palpebre semiaperte si identificavano due congiuntive itteriche. Il collo secco pulsava a tratti sotto la spinta della carotide. Sembrava quasi di potergli raccogliere le clavicole tanto che erano sporgenti. Era sopito in un sonno profondo e irrequieto. Forse cercava di sfuggire da qualcosa ma non ce la faceva. Dalla bocca, chiara come una piuma di cigno, provenivano rantoli e un lamento continuo e insistente.
<<Svegliatevi, amico mio. Come state?>> Nessuna risposta. Gli presi la mano ed era fredda, ruvida, gonfia. Sistemai una sedia al capezzale. <<Signor Tomaso, svegliatevi.>> Il volto gli si contrasse e le palpebre si innalzarono, lente, a scoprire due occhi cerulei cerchiati di giallo. D’un tratto la sua posizione cambiò. Si tese tutto e la bocca gli si spalancò, come se la mandibola gli fosse caduta dalla testa. Le gengive ritirate scoprivano i denti che, nella loro interezza, sembravano quelli di un lupo. <<Buonasera. Vi stavo aspettando>>

<<Non avete paura?>> <<Paura? Prendete piuttosto un’altra sedia per far sedere mio figlio.>> <<Vostro figlio? E’ morto di tisi due anni or sono. Come fate a non avere paura?>> <<Non dite sciocchezze, non lo vedete, sta accanto al letto e ha freddo. Vieni, Giacomino. Siediti qui! Prendete una sedia e una coperta per lui, per Dio! Stalliere! Preparate i cavalli, dobbiamo andare. Stalliere! Devo partire, preparate i cavalli. Luisa! Ho la nausea. Maledetti ladri! Dovete stare attento, ci sono molti ladri in questa casa. Ho qui il mio portafoglio nascosto con i soldi. Come avete detto che vi chiamate?>>
<<Chi sono non importa. L’importante è che io sia qui con voi.>>

Gli misi una mano sulla fronte e riprese lucidità. Mi guardò fisso con uno sguardo carico di dolore. <<Caro Tomaso, vedo che state un po’ meglio. Ne sono felice. La natura, sapete, dissemina semi di gioia e di dolore in ogni cosa. Stamattina, ad esempio, ho visto uno stormo enorme di uccelli volare in maniera talmente ordinata da sembrare un unico essere vivente. Danzavano e, a modo loro, erano felici. D’un tratto un uccello si è separato dagli altri ed è andato altrove. Gli animali quando capiscono che è la loro ora si congedano dai loro affetti e vanno a morire in un luogo dimenticato da Dio.>>
<<Le bestie muoiono in pace. Per gli umani è diverso. Io sto morendo, è vero?>>
<<Temo di si>>
<<E voi chi siete, un angelo del bene?>>

<<Io sono colui che sono. Il miracolo dell’esistenza si apre a voi umani con l’eleganza di un sipario. In scena c’è un atto unico ma a voi non interessa e non vivete, crogiolandovi nelle promesse di un aldilà. Gli oggetti di scena sono sistemati in maniera alquanto maligna, per farvi cadere. E voi cadete e a volte non vi rialzate neanche. Il caso muove gli eventi eppure tutto sembra accanirsi contro di voi. Ogni scusa è buona per non vivere e vi aspettate sempre un lieto fine. Ed ora il siparo si chiude ed eccomi qui.>>
<<Ma quindi non c’è nessun lieto fine?>>

<<Addio Tomaso.>>
<<Addio.>>

 

In copertina:  Eduard Munch . Night in St. Cloud, 1890 Oil on canvas, 64.5 x 54 cm The National Museum of Art, Archtecture and Design
P.O. Box 7014 St. Olavs plass, 0130 Oslo
Norway

Word War Z in 500 parole di odio

W.W.Z. sarebbe un capolavoro se fosse ambientato nel nostro universo. Purtroppo però è infetto da tre virus: Americanata, Azione e Effetto-speciale. E manca di una trama convincente. E’ un insulto alla scienza e all’intelligenza degli spettatori e quindi leggetevi direttamente il libro
Joseph Fassskamk (The Guardian of the Butthole)
Colazione in famiglia: Brad Pitt interpreta un maschio alfa con un mocio in testa. Un’orda di zombie velocissimi  assale New York e impatta contro qualsiasi oggetto di scena. Non ho idea di come ciò accada ma la famiglia si salva dopo aver sacrificato agli zombie un’intera congrega di ispanici bevi-birra. Portaerei  del governo: burocrati in salvo (gli zombie non sanno nuotare) e Brad è ingaggiato per salvare il mondo. La scena si sposta in Corea. Perché Andrew Fassbach, un virologo sbarbatello, deve studiare il “virus” dal suo punto di origine. Appena atterrati ovviamente ci sono zombie ovunque  e la cosa comica (?) è che il virologo muore prima di aver fatto alcuna scoperta. Un attimo prima di morire dice:
<<Madre natura è un serial killer. Il migliore al mondo. E il più creativo. Ma come ogni serial killer non riesce a reprimere il desiderio di farsi catturare. Perché compiere dei crimini perfetti se non puoi prenderti il merito? Perciò lei lascia delle briciole.(…) E lei ama celare le sue debolezze dietro i punti forti. È una vera stronza. >>
Nota per il prossimo film: date le scarpe antiscivolo ai laureati. Un agente della CIA sotto custodia ha farfugliato qualcosa dall’aria antisemita dopo essersi cavato un dente e quindi si vola ad Israele. (Nota la logica della trama) Va tutto bene finché non decidono di pregare e gli zombie li assalgono. Zombie= Comunisti? Su un aereo (BIELORUSSO) preso per scappare Brad amputa la mano ad una soldatessa morsa perché ha intuito che il virus si diffonde risalendo i nervi (come la rabbia). Ovviamente il messaggio è politico: non serve la sanità pubblica per amputare qualcosa in stile Saw. I repubblicani godono & fuck Obama care. L’aereo si dirige quindi verso un laboratorio dell’OMS che sta in Galles. Perché ci vanno? Boh, ero troppo distratto da una improvvisa epidemia scoppiata sull’aereo e da un plane-crash per ricordarlo. Dentro al laboratorio ci sta qualche NERD a caso, un attore di Gray’s Anatomy e un Pierfrancesco Favino. Comunque la terza intuizione di Brad-scienziato-Pitt è che gli zombie evitano i malati e quindi bisogna provare questa teoria. In un trial clinico? No. Infettandosi con un patogeno random e rischiando di farsi mangé (un caso studio). Ma perché nessuno scienziato vero ci era arrivato? Forse nell’universo di World War Z non esiste il concetto di sperimentazione perché è poco glamour iniettare cose ad animali e poi studiarli da vivi e da morti per salvare la gente. Quindi il parere intuitivo di un ex soldato vale quanto quello degli scienziati? Si, e in effetti non solo nel film. Comunque il nostro Nobel si inietta un patogeno a caso e prova a farsi addentare da uno zombie-boss che non lo caga di striscio. Pare che gli zombie siano dotati sistemi di di analisi clinica sierologica.
A questo punto dal Siero di Brad isolano un VACCINO per far rincoglionire gli zombie (questo è contro ogni logica, ogni scienza e farebbe morire ogni immunologo nel raggio di 2 km). La gente immunizzata uccide quindi tutti gli zombie in scene stile lager nazista e poi boh immagini di repertorio e musica dei Muse.
Carino. Ma NON GUARDATELO MAI. MAI.
E se non avete idea di cosa siano, leggete il mio umile articolo sui vaccini:

Non sapranno mai niente di te e di me

Non sapranno mai niente degli sguardi sinceri, delle notti insonni e dei giorni di pace. Ci giudicheranno sempre perché ci siamo amati più di loro. Stravolgeranno le nostre storie come fossero tratte da un libro da bancarella.  Per loro non siamo che dei burattini a cui torcere la testa.
Non sapranno mai niente di te e di me.
Ridono di te mentre indossano maschere di abitudine sul volto. Si sentono migliori di me e sputano sulle poesie che ti ho scritto. Io resto immobile perché ho capito che solo un pazzo lotta per una guerra già persa.
Non sapranno mai niente di te e di me.
Gli infelici hanno un anello di finzione che li unisce in un patto d’amianto. Ipocrita è colui che dice che ama più di quanto ho amato te. Ipocrita colei che crede di poter donare più di quanto tu abbia donato a me.
Non sapranno mai niente di te e di me.
Le cose vanno così, le persone sono così: costruiscono continuamente muri di pietre e forgiano gusci attorno al cervello.
Che bello vedere da quassù i nostri vecchi gusci soggiacere sull’asfalto. Quando apri per la prima volta le ali fa male ed è doloroso iniziare a volare e guardare chi vuoi bene incatenato al pavimento con le proprie mani.

Loro non sapranno mai niente di ciò che eravamo.
Non sapranno mai nulla di noi.

Riccardo II di William Shakespeare in 500 parole

Re Riccardo II è figlio di Edoardo (detto “principe nero). Suo nonno, Edoardo III, ha avuto cinque figli maschi: Edoardo, Lionello, Giovanni di Gaunt, Edmondo e Tommaso di Woodstock. Di questi Giovanni di Gaunt è il padre di Henry Bolingbroke (futuro Enrico IV) e Tommaso di Woodstock sarà assassinato. Si apre appunto con il misterioso assassinio di Thomas Woodstock (duca di Gloucester e zio del re Riccardo) questa tragedia di Shakespeare. Da chi è stato assassinato? MIstero. Tre teorie: 1) è stato proprio RE Riccardo (tesi della critica). 2) è stato Henry Bolingbroke 3) è stato Thomas Mowbray. Ma chi è stato? Henry e Thomas Mowbray si accusano a vicenda e si ritrovano a corte del Re Richard per essere giudicati da lui.

RICHARD-II_Una-scena-dello-spettacolo_2_Foto-PaoloPorto.jpg
Primo cortocircuito: il Re non è super partes. Essendo investito dalla luce divina, dovrebbe per definizione risultare una figura neutra e quindi un giudice retto. Ma in questo caso non solo egli è il cugino di un imputato (che favorirà) ma addirittura presumibilmente il colpevole ingiudicabile.
Il processo esita nella giostra cioè nello scontro fisico tra i due che, sul punto di morire, vengono fermati dal re.
Secondo cortocircuito: il Re è un sadico e si diverte a vedere lo scontro. E’ inoltre molto indeciso e rozzo di modi. Molto poco cavalleresco, molto poco Re.

 

RICHARD-II_Una-scena-dello-spettacolo_4_Foto-PaoloPorto.jpg
A questo punto Richard non si pronuncia proprio né per l’uno né per l’altro ma sentenza l’esilio di entrambi. Solo una differenza: suo cugino, Henry Bolingbroke, potrà tornare in patria dopo dieci (convertiti poi a sei) anni mentre Thomas Mowbray mai. Il motivo di tale disparità di trattamento non è ben chiarito.
Terzo cortocircuito: il Re segue dei ragionamenti totalmente arbitrari e favoreggia per un suo parente.

Prima di uscire di scena Thomas Mowbay profetizzerà, rivolgendosi a Enrico:

<<(..) s’io fui mai traditore,
sia cancellato per sempre il mio nome
dal libro della vita, ed io bandito
sia dal cielo, come lo son da qui.
Ma quello che tu sei, Dio, tu ed io,
lo sappiamo, ed il re fin troppo presto
avrà, temo, motivo di dolersene.(…)>>

e i fatti successivi gli daranno pienamente ragione.

RICHARD-cop-II_GrazianoPiazza-MaddalenaCrippa-AlessandroAverone_Foto-PaoloPorto.jpg

Passa del tempo ed i due sono ormai stati esiliati. Il padre di Enrico, Giovanni di Gaunt (altro zio di Re Riccardo) sta per morire. Re Richard appena viene a sapere di questa sventura non solo ne ride e se ne compiace quanto si impegna ad affrettarne il più possibile la dipartita. Il motivo? Economico. Vuole confiscare i beni che spetterebbero di diritto di successione al figlio Enrico per finanziare la guerra contro l’Irlanda. Lo zio, sul letto di morte, rivolge delle parole molto dure a Riccardo:

<<(…) Il tuo paese è il tuo letto di morte,
e tu vi giaci sopra
ammalato nella reputazione;
(…)Nel breve cerchio della tua corona
sono annidati mille adulatori;
è un cerchio non più grande del tuo capo,
eppure, chiuso in così angusto limite,
c’è un guasto grande come la tua terra.(27)
Oh, se tuo nonno (EDOARDO III ndr), con occhio profetico,
avesse mai potuto antivedere
la rovina della sua discendenza
ad opera del figlio di suo figlio!
Non t’avrebbe permesso certamente
di raggiungere questo tuo potere
del quale hai fatto la tua ignominia;
avrebbe oprato in modo da privartene
(…)Ahimè, nipote,
fossi pur tu il re del mondo intero,
sarebbe già per te grande vergogna
cedere in affittanza questo regno(…)
coprirlo di vergogna in questo modo.
Ma tu dell’Inghilterra non sei il re,
sei solo il suo padrone-proprietario;(…)>>

RICHARD-II_Una-scena-dello-spettacolo_conPaoloGraziosi_Foto-PaoloPorto.jpg

E Riccardo sancirà:

<<“E muoia la vecchiaia e l’umor nero!
Tu li possiedi entrambi,
ed entrambi s’addicono alla tomba. “>>

Una volta che il vecchio è morto Riccardo ne confisca i beni in barba al diritto e dopo questo gesto partirà alla volta dell’Irlanda per guerreggiare.
Quarto corto circuito: il re non rispetta il diritto di successione, il diritto di sangue.
I nobili d’Inghilterra restano talmente turbati da questo atto di forza contro il loro stesso diritto di esistere (la successione dinastica) che ordiscono una congiura. Fanno quindi ritornare Henry precocemente dall’esilio e lo accompagnano alla conquista del regno d’Inghilterra. Quando Riccardo ritorna in Inghilterra, si ritrova in un regno dove non è più amato e del quale, paradossalmente, non è più re. Dopo una serie di dialoghi, di illusioni, di giochi, e di speculazioni sul potere e sulla sua identità Riccardo abdicherà. In particolare è veramente interessante l’evoluzione del personaggio che  dal rango “divino” scenderà a quello di un misero mendicante. (Secolarizzazione del potere?). In queste parole Riccardo si chiede come sia possibile che il proprio corpo abbia potuto contenere la divinità e poi improvvisamente non averla più.

” Qua quello specchio! È qua ch’io voglio leggere.
(Guardandosi allo specchio)
Come! Non più scavata di così
la mia faccia? Con tanti colpi inferti,
non vi lasciò il dolor più grossa traccia?
Ah, specchio adulatore, tu m’inganni
come i miei cortigiani
nella felice stagion del mio regno.
Questa è la stessa faccia che ogni giorno
provvedeva per diecimila uomini
sotto il tetto della sua stessa casa?
La stessa che, radiosa come un sole,
costringeva chiunque la guardasse
ad abbassar le palpebre?… La stessa
che s’è allietata di tante follie
per abbassarsi infine avanti a Bolingbroke?
Fragile gloria splende in questa faccia,
fragile com’è fragile la gloria!
(Scaglia lo specchio a terra)
Eccoti frantumato in mille pezzi!
Ed ecco, re votato ormai al silenzio,(94)
la morale di tutto questo scherzo:
a vedere con qual rapidità
il dolore ha distrutto la mia faccia. “

RICHARD-II_MaddalenaCrippa_2_Foto-PaoloPorto.jpg

Henry è quindi incoronato RE Enrico IV e Riccardo viene imprigionato nella torre di Londra dove riflette.

“A volte sono un re,
ma subito l’idea del tradimento
mi fa desiderar d’essere un povero,
e tal divengo; ma subito dopo
l’opprimente miseria mi convince
che re è meglio. E re io ridivento
subito dopo, ma poi, ma poi…
penso d’essere stato spodestato
da Bolingbroke, e là non so più nulla…”

RICHARD-II_MaddalenaCrippa_Foto-PaoloPorto.jpg

Scoperta una congiura ai propri danni da parte di vecchi simpatizzanti di Riccardo, il nuovo Re Enrico ne ordina l’uccisione. Solo il figlio del duca di York sarà risparmiato per intercessione della madre. Lo stesso Richard sarà ucciso da parte di un sicario. Ecco le ultime parole di Riccardo:

“Bruci nel fuoco eterno la tua mano
che fa crollar così la mia persona!
Exton, con questo tuo violento braccio
hai macchiato del sangue del suo re
questa terra ch’è sua…
Anima mia, va’, sali in alto, involati,
lassù è la tua dimora,
mentre greve del suo peso mortale
quaggiù sprofonda la mia carne… e muore. “

La tragedia si chiude con le parole di Re Enrico IV. Egli ha impersonificato, secondo parte della critica, il primo sovrano “machiavellico” della storia. L’ipocrisia è uno dei cardini della realpolitik e infatti queste sue parole ipocrite fanno da chiusa alla tragedia che racconta l’uomo, il potere e la Storia.

“Non amano il veleno
quelli che del veleno hanno bisogno.
Così io te. Seppur desideroso
della sua morte, odio il suo assassino;
amo la vittima, non l’assassinio.
A compenso di questa tua fatica
tieniti il tuo rimorso di coscienza,
ma nessuna parola di consenso
da parte mia, né favore di principe.
Va’, con Caino a fianco per compagno,
errando per la tenebra notturna
e non mostrare più la faccia al giorno.
(Escono Exton e gli uomini con la bara)

Signori, v’assicuro,
la mia anima è piena di dolore
nel pensar che dovesse sprizzar sangue
ad irrorar la via della mia crescita.
Associatevi dunque al mio compianto
e vestiamoci tutti di gramaglie.
Farò pellegrinaggio in Terrasanta
per lavare la mia mano colpevole
da questo sangue. Fatemi ora seguito
in un mesto corteo. Fatemi grazia
d’unirvi al mio cordoglio,
piangiamo insieme, dietro questa bara,
un uomo prematuramente morto. “

 

Fonti Bibliografiche:

Le immagini appartengono al Teatro Stabile di Napoli

RICHARD II (2017)
di William Shakespeare
traduzione Alessandro Serpieri
riduzione e regia Peter Stein
con Maddalena Crippa, Alessandro Averone, Gianluigi Fogacci, Paolo Graziosi, Andrea Nicolini, Graziano Piazza, Almerica Schiavo, Giovanni Visentin, Marco De Gaudio, Vincenzo Giordano, Luca Iervolino, Giovanni Longhin, Michele Maccaroni, Domenico Macrì, Laurence Mazzoni
scenografia Ferdinand Woegerbauer
costumi Anna Maria Heinreich
luci Roberto Innocenti
assistente alla regia Carlo Bellamio
produzione Teatro Metastasio di Prato

 

Testo Completo: 

“The Complete Works”, a cura del prof. Peter Alexander, Collins, London & Glasgow, 1960, pagg.XXXII – 1370

Richard II / William Shakespeare ; Edited by Jphn M. Lothian. – Oxford : Oxford University Press, 1974. – 206 p. ; 17 cm.. – (The new Clarendon Shakespeare). – [ISBN] 0198319401.

Traduzione italiana:

Riccardo III / William Shakespeare ; Traduzione di Salvatore Quasimodo. – Milano : Arnoldo Mondadori Editore, 1952. – 149p. ; 18cm. – (Biblioteca moderna Mondadori ; 278).

http://www.sintesidialettica.it/letterature/documenti/riccardo_II.pdf

Sinossi: 

http://www.sparknotes.com/shakespeare/richardii/summary.html

https://www.rsc.org.uk/richard-ii/the-plot