500 parole sul Teatro

Risposte a dieci obiezioni alla frase “Andiamo a teatro?”.

  1. Non ho soldi, costa troppo!

Si butta una valanga di soldi in regali forzati ad amici/amanti/stronzi, serate alcooliche random, pub untuosi e quaderni di dubbio gusto. Ma poi vogliamo parlare di quanti soldi butti al cinema?

  1. E’ palloso, noiosissimo!

Parliamoci chiaro: secondo te è possibile nella vita autentica non annoiarsi mai? La fuga dalla noia deriva dalla pessima abitudine della televisione. Il Teatro non è così! Ci saranno sempre scene sconvolgenti alle quali non puoi sfuggire, dove devi mostrare maturità!Il teatro è un esercizio importante, se ci pensi. Una scuola di vita.

    3.Non ho tempo!

Non voglio sapere come impieghi il tuo tempo perché saranno pure fatti tuoi.. Ma dimmi una cosa: quanto tempo hai? Fin troppo. Talmente tanto che ci sono persone che te lo rubano, letteralmente.E’ veramente vergognoso che tu dica di non avere tempo .Ma poi che hai da fare? Non mentire.

  1. E’ scomodo!

“Andare a teatro” è composta innanzitutto dalla parola Teatro, che è una parola meravigliosa e antichissima perché deriva dal greco “guardare” e ha come radice tayma che vuol dire “ammirazione, meraviglia”. Il verbo “andare” è il maestro di questa festa. “Andare”,indica invece non solo il muoversi verso qualcosa ma addirittura “ nuotarvi verso”(Dal latino“ad-natare”). E infatti poi quando dopo una lunga nuotata “giungete a riva”, voi letteralmente “ad-ripate” cioè “arrivate”. Andare a Teatro è già un viaggio di per sé. E vacci.

  1. Non ho l’età!

Pablo Picasso da piccolo dipinse un ritratto della zia, intitolato Portrait of Aunt Pepa che spinse Juan Eduardo Cirlot a dichiarare: “Questo senza dubbio è uno dei più grandi dipinti di tutta la storia spagnola. Wittengstein all’età di 17 anni scrisse il suo primo teorema completo in logica modale e il dipartimento di matematica di Harvard gli diede una cattedra all’MIT. E tu non hai l’età per andare a Teatro? Sei proprio infantile.

  1. Il Teatro è fatto per i vecchi!

Infatti tu, proprio tu, non vieni, caro/a mio/a giovane!

  1. Mi disturba dover spegnere il cellulare!

Questo è uno problema grosso e non solo tuo:  un problema che sta diventando di tutti. L’euforia di poter condividere ogni momento della nostra vita con persone a migliaia di chilometri ci sta facendo perdere il piacere del contatto con le persone davvero vicine a noi. Il teatro è condivisioneLa condivisione è pura bellezza. E’ vita. E tu te la stai perdendo.

  1. Vorrei pure ma non ho la compagnia adatta!

Il teatro è una cosa “da grandi” nel senso che per tutti i motivi che ho scritto in questo testo è una delle forme d’arte che richiede più partecipazione, senso critico, impegno, attenzione, amore. E chi non lo apprezza o non lo conosce o è vuoto. Pensaci.

  1. Non capisco niente !

Informati responsabilmente. Internet è un minestrone di informazioni, non solo di gattini.

  1. Ho provato di tutto ma mi dà proprio fastidio la gente! Preferisco restare sotto al mio piumone a guardare le serie su NetF.

Sei un caso perso.

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Dieci motivi per cui il teatro(non) è da vecchi.

Qui ho cercato di dare una risposta chiara e razionale alle dieci più comuni obiezioni alla frase “Andiamo a teatro?”. Buona lettura.

  1. Non ho soldi, costa troppo!

Questa è la motivazione che io stesso ho addotto per qualche tempo. Poi mi sono reso conto che buttavo una valanga di soldi in cose che non mi andava davvero di fare: regali forzati ad amici/amanti/stronzi, serate alcooliche random, pub untuosi e quaderni di dubbio gusto. Ma poi vogliamo parlare di quanti soldi butti al cinema? Facendo un calcolo veloce andare a teatro ti costa di meno e ti arricchisce molto di più. Gli abbonamenti giovani hanno prezzi davvero convenienti. Perché tra i giovani non si usa regalare gli abbonamenti a teatro? I biglietti dei concerti? Davvero siamo solo in grado di consumare, come gli adulti che ci hanno consegnato questo mondo in rovina?

  1. E’ palloso, noiosissimo!

Non hai tutti i torti per quanto riguarda l’Opera perché non tutto è fruibile. Ma non tutte le Opere liriche sono uguali e soprattutto il teatro non è solo l’Opera lirica! Esistono tante sfaccettature di Teatro quanti sono i singoli teatri, le singole compagnie, le singole opere, i singoli attori… Per esempio parlando di Napoli, al “Regio teatro San Carlo “troverai l’Opera lirica di fama internazionale con compagnie da tutto il mondo. E se non ti piace completamente l’Opera(ma è difficile perché è di una bellezza estatica), ci sono i balletti che sono più leggeri. Se ti sposti al Teatro Diana puoi invece trovare attori della scena nazionale di grande carisma e preparazione. Al teatro Totò invece si esibiscono molti attori Napoletani ma ci sono anche delle serate di musica veramente di valore. Al teatro Stabile c’è un respiro più naïve con opere moderne rappresentate in chiave moderna e opere contemporanee rappresentate con brio e bellezza da attori importantissimi. Ma poi parliamoci chiaro: secondo te è possibile nella vita autentica non annoiarsi mai? La fuga dalla noia deriva dalla pessima abitudine della televisione, dove se una cosa non ci piace, ci disturba, ci scandalizza, possiamo cambiare canale e fare finta che quella cosa non esista. Il Teatro non è così! Ci saranno sempre scene sconvolgenti alle quali non puoi sfuggire, dove devi mostrare maturità! Ci saranno tempi che ti sembreranno morti che invece aggiungono valore al tuo di tempo! Il teatro ti allena a fare attenzione anche ciò che credi non ti interessi minimamente. Ti allena ad accettare il diverso. E’ un esercizio importante, se ci pensi. Una scuola di vita.

    3.Non ho tempo!

Non voglio sapere come impieghi il tuo tempo perché saranno pure fatti tuoi.. Ma dimmi una cosa: quanto tempo hai? Fin troppo. Talmente tanto che ci sono persone che te lo rubano, letteralmente.E’ veramente vergognoso che tu dica di non avere tempo .Ma poi che hai da fare? E non mentire.

  1. E’ scomodo!

Certo mettere nella stessa frase “vado a teatro”, “sono povero” e “sono seduto in platea”sembra alquanto difficile. Soprattutto se dal nostro portafoglio escono davvero le farfalline. Ma ci sono molte occasioni in cui si può usufruire di un posto comodo a a teatro per un prezzo modico, con delle offerte. Inoltre se il teatro è vuoto (cosa che, a causa della nostra pigrizia, accade sempre più spesso) potreste finire in platea anche se avete acquistato dal bagarino di fiducia il posto nello sgabuzzino tre del loggione 41bis. Se poi facciamo il discorso “teatro vs televisore di casa” io ti dico: avresti mai incontrato gente nuova davanti al televisore di casa? No. E non sarebbe ora di buttare quel pigiama bucato che hai da quando avevi quindici anni? Si. A parte gli scherzi la frase “andare a teatro” ha una propria estetica completa e profondamente appagante. “Andare a teatro” è composta innanzitutto dalla parola Teatro, che è una parola meravigliosa e antichissima perché deriva dal greco “guardare” e ha come radice tayma che vuol dire “ammirazione, meraviglia”. Il moto a luogo è generato dal verbo “andare” che è il maestro di questa festa. “Andare”, che noi associamo spontaneamente alla letterale alzata di culo (andare a fare in culo) indica invece non solo il muoversi verso qualcosa ma addirittura “ nuotarvi verso”(Dal latino“ad-natare”). E infatti poi quando dopo una lunga nuotata “giungete a riva”, voi letteralmente “ad-ripate” cioè “arrivate”. Andare a Teatro è già un viaggio di per sé. E vacci.

  1. Non ho l’età!

Quando aveva tre anni, Carl Gauss fu capace di sommare, attraverso un rapido calcolo, i numeri da uno a 100.. Pablo Picasso, prima dei venti anni, anni, dipinse un ritratto della zia, intitolato Portrait of Aunt Pepa che spinse Juan Eduardo Cirlot (noto critico e poeta) a dichiarare: “Questo senza dubbio è uno dei più grandi dipinti di tutta la storia spagnola”. Wittengstein all’età di 17 anni scrisse il suo primo teorema completo in logica modale e il dipartimento di matematica di Harvard gli diede la cattedra dei corsi di livello master dell’MIT. E tu non hai l’età per andare a Teatro? Sei proprio infantile.

  1. Il Teatro è fatto per i vecchi!

Infatti tu, proprio tu, non vieni, caro/a mio/a! A teatro ci possono andare tutti e oggi c’è una certa attenzione ai giovani e alle loro tasche (vuote). Poi certo, alcune forme di teatro sembrano apparentemente fatte per favorire il sonno dei vecchi… Ma l‘arte è un dialogo continuo con lo spettatore: se tra due persone c’è un silenzio, esso ha sicuramente un significato profondo. Possono aver litigato o magari stanno comunicando con i gesti, con gli sguardi. Magari non hanno semplicemente più modo di comunicare o hanno scoperto di non averlo mai fatto.. Ma in ogni caso stanno comunicando. Il teatro è anche questo ma se tu non vieni a provare, non potrai mai dire. 

  1. Mi disturba dover spegnere il cellulare!

Questo è uno problema grosso e non solo tuo:  un problema che sta diventando di tutti. L’euforia di poter condividere ogni momento della nostra vita con persone a migliaia di chilometri ci sta facendo perdere il piacere del contatto con le persone davvero vicine a noi. Il telefono spento è un momento di pace, di irreperibilità, di anonimato. Di autentica libertà. Di introspezione: un momento per stare con noi stessi e capire che cavolo ci passa per la testa. E’ il momento in cui puoi essere davvero te stesso e mostrare che sei felice, triste, che ridi o piangi senza dover usare meme, emoji e altre diavolerieIl teatro è condivisione. Questa frase non l’avevo capita finché non mi ci sono trovato. Un attore ha fatto una cosa davvero goffa e buffa e ho iniziato a ridere… Mi sarei sentito un vero cretino, come quando inizio a ridere da solo davanti allo schermo del telefono per qualche meme simpatico. Ma poi ho sentito che anche altre persone, tra cui una signora seduta accanto a me, stavano ridendo: non ero solo. Era buio e non potevamo conoscere i nostri volti di chi di noi stesse ridendo ma in quel momento era come se ci conoscessimo tutti da una vita. La condivisione delle emozioni è questa. E’ pura bellezza. E’ vita. E tu te la stai perdendo.

  1. Vorrei pure ma non ho la compagnia adatta!

La compagnia si trova! Inizia ad andare e farai amici là. Poi probabilmente scoprirai che questa è occasione delimita un limite alle tue vecchie amicizie. Effettivamente dovremmo imparare a circondarci di persone che ci stimolano a migliorare e per le quali proviamo vera stima. Dovremmo coltivare chi ci aiuta a crescere e non chi ci spinge a restare bambini. Il teatro è una cosa “da grandi” nel senso che per tutti i motivi che ho scritto in questo testo è una delle forme d’arte che richiede più partecipazione, senso critico, impegno, attenzione, amore. E chi non lo apprezza o non lo conosce o è vuoto. Pensaci.

  1. Non capisco niente !

Informati responsabilmente. Internet è un minestrone di informazioni, non solo di gattini.

  1. Ho provato di tutto ma mi dà proprio fastidio la gente! Preferisco restare sotto al mio piumone a guardare le serie su NetF.

Il “Disturbo evitante di personalità “ è inserito nel DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) tra i disturbi di personalità del Cluster C. E’ definito dalla “American Psichiatric Association” come un “quadro pervasivo di inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza, ipersensibilità a valutazioni negative, che compare entro la prima età adulta, ed è presente in una varietà di contesti, come” a teatro. Puoi uscirne, contatta il tuo medico di fiducia.

Maria e la logica dei vaccini

Questa rubrica nasce dalla voglia di scrivere un po’ di ciò che amo. Il tono sarà volontariamente poco accademico e non conterrà alcuna indicazione medica nel rispetto dell’articolo 348 del c.p. So bene che molti mi snobberanno. E’ grazie a voi e alla vostra puzza sotto il naso che la sanità pubblica sta implodendo. La gente preferisce curarsi con il succo di limone invece che con la chemioterapia solo per non vedere le vostre facce di c

Ormai tutti hanno nozioni di immunologia: le notizie girano su tutti i social e sono molteplici i siti web che permettono di farsi un’opinione a riguardo. La grandezza di internet. Non starò quindi qui a rompervi le palle su come funziona un vaccino perché è una nozione banale e comunissima che sanno tutti, ma vi racconterò un fatto che mi è successo ultimamente. Maria, una mia amica, è giovane ragazza napoletana piena di energia e di buona salute. Non sapendo che fare della sua gioventù decise di fare la mamma a tempo pieno ed ora ha due figli bellissimi: Luigi e Giovanna. Sono due fratellini vivacissi, Luigi ha sette anni e va alla scuola primaria mentre Giovanna ne ha dodici e va alle medie. Mi dicono che sono molto bravi e infatti Luigi fa dei disegni molto belli e conta il resto del salumiere che è una bellezza mentre Giovanna ha finalmente acquisito quella competenza trasversale delle scuole medie-superiori: fumare. Qualche giorno fa Luigi torna dalla scuola primaria col pullmino e dopo qualche ora non si sente bene. Il bimbo riferisce stanchezza, un forte mal di testa e ha qualche decimo di febbre; prontamente Maria, che è una mamma molto informata, va a comprare un antipiretico e glielo dà: il bambino effettivamente sfebbra e sta in casa finché non guarisce. Dopo qualche giorno Luigi sta benissimo e torna a scuola a disegnare i carri armati e i ragazzi del quartiere coi mitra in mano. Le maestre dicono che stava girando l’influenza. Maria torna a casa e trova Giovanna che si sente stanca, ha la cefalea e una lieve febbricola.. Escluse “quelle cose là”, la madre deduce che si sarà “mischiata” l’influenza da Luigi. Allora, va di nuovo in farmacia e prende un’altra dose di antipiretico, che prontamente dà alla figlia. Dopo qualche giorno anche Giovanna guarisce e abbandona i cartoni animati per tornare alla fumosa routine delle scuole medie. Ora Maria, che stupida non è ed è una mamma informata e previdente, va ancora una volta in farmacia e compra una serie di dosi di antipiretico perché è sicura che Luigi, tra qualche giorno, si sarà di nuovo contagiato, stavolta dalla sorella Giovanna e che la stessa Giovanna, dopo un po’, si contagerà a sua volta da Luigi, in un ciclo infinito da cui solo la Madonna Addolorata la può salvare. Accesi venti ceri nel santuario di Pompei, aspetta, aspetta, passa qualche mese e dell’influenza neanche l’ombra. Ma quindi l’influenza non “rimbalza”? Sembra di no. Inoltre viene a scoprire che il migliore amico di Luigi, che si mette spesso le dita nel naso e dà ogni giorno metà della sua mela mangiucchiata al figlio ha avuto l’influenza. E Luigi non l’ha presa. Dunque deduce giustamente che i suoi figli, a differenza del resto dell’umanità, non solo sono i più belli ma hanno anche qualche santo o potere magico che li protegge.

Quel protettore, cara Maria, è il sistema immunitario. E’ una specie di polizia corporea che riesce a monitorare ogni minaccia proveniente dall’esterno, a riconoscerla, a “combatterla” e a ricordarla. E’ certamente una rete complessa, tipo l’Interpol o l’FBI, ma come ogni cosa che sembra strana e difficile, è alla fine riconducibile ad una serie di meccanismi fondamentali molto semplici.
In parole povere: esiste una risposta immunologica primaria e secondaria. La primaria è alquanto lenta e deve seguire delle regole ben specifiche per combattere il patogeno e averne memoria. La secondaria è invece sorprendentemente veloce perché si basa proprio sul presupposto che l’organismo è già venuto in contatto col patogeno e quindi la risposta è dannatamente veloce, processiva e, soprattutto: efficace. Come funziona? Come il Fight Club.

  • La prima regola dell’immuno-club: bisogna distinguere i buoni dai cattivi.
  • La seconda regola dell’immuno-club: i buoni li devi proteggere ammazzando i cattivi.
  • La terza regola dell’immuno-club: ora conosci il nemico: non farti fare fesso né da lui né dai suoi parenti.

Insomma, il virus, il batterio o il fungo prima lo devi riconoscere, poi lo devi distruggere. Ma poi devi fare anche un ragionamento più fine: lo devi ricordare! Perché un domani, se viene un parente del cattivo assetato di vendetta trasversale, devi essere preparato, riconoscerlo e combatterlo prima che sferri anche un solo colpo. Facile, no?

Dato che la natura non si fa mancare niente, il sistema immunitario agisce in maniera alquanto bizzarra; praticamente per riconoscere un qualsiasi elemento estraneo lo deve stracciare in mille piccoli pezzettini e poi si deve sensibilizzare per questi pezzettini. Ecco un esempio (fraudolento) di processamento immunitario:

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Figura 1

Nel caso di Luigi il patogeno è venuto in contatto con il suo corpo a scuola. Là ha iniziato a riprodursi e a rompere le scatole finché il sistema immunitario del nostro bambino prodigio non si è attivato. Delle cellule specifiche hanno quindi spezzettato il nostro patogeno in tanti pezzettini e poi lo hanno presentato ad altre cellule ancora più strane che, in base alla forma del patogeno, hanno iniziato a produrre gli anticorpi contro queste parti. Sensibilizzarsi è quindi un “Huston, abbiamo un problema”. Ma il secondo passo è produrre una risposta per ammazzare ‘sti malfattori. E questa risposta è alquanto complessa e fatta sia da vere e proprie cellule assassine che vanno fisicamente a uccidere la minaccia che da piccole entità molecolari chiamate anticorpi. Gli uni non sarebbero niente senza gli altri. Questi anticorpi sono delle piccolissime molecole-segnalatore che, come le classiche microspie dei film di spionaggio, sono in grado di attaccarsi al cattivo, tracciarlo e segnalarlo ai buoni affinché lo facciano esplodere. Ecco un esempio di contatto antigene-anticorpo che lederà ulteriormente la mia reputazione accademica:

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Figura 2

Ora ti ho fatto una capa tanta, Maria, ma era necessaria questa premessa perché ora viene il piatto forte! Giovanna e Luigi non hanno preso più quel ceppo di influenza perché si sono immunizzati.. Questa parolona non vuol dire altro che hanno avuto una risposta primaria, quella che tu hai riconosciuto come “febbre, malessere… Insomma non stanno bene!”. E questa risposta primaria oltre a togliere da mezzo l’infame ha prodotto anche un terzo meccanismo: la memoria immunologica. Se hai visto la prima immagine di prima, hai notato che per ciascuna delle parti del nostro malvivente sono stati prodotti anticorpi specifici che, come vedi, differiscono per la regione superiore. Questo fatto è importantissimo perché esistono delle cellule che hanno questi anticorpi pronti ad essere rilasciati non appena il nostro malvivente viene di nuovo in contatto con il nostro organismo. Luigi è sicuramente venuto in contatto di nuovo con l’influenza attraverso la mela mangiucchiata ma non l’ha presa perché era immunizzato! Non è bellissimo che Giovanna e Luigi ora stiano bene? S-t-r-a-o-r-d-i-n-a-r-i-o. Ora guarda questa immagine per un attimo:

Infografica 3.png

Figura 3

Immagina un mondo ideale dove noi possiamo saltare il primo passaggio, cioè il contatto con il cattivone e tutta la parte antipatica della risposta primaria e possiamo dare direttamente i pezzi del nostro cattivone, belli e pronti per essere processati e formare una memoria immunologica efficace. In questa società avanzata il tuo piccolo Luigi non prenderà mai l’influenza perché ne è immune e soprattutto non potrà mai passare niente a tua figlia Giovanna. Ora mi chiedi: e come si fa? MA che mondo è questo? Il futuro è già ora! Perché gli scienziati frullano il cattivone e lo rendo non più in grado di fare del male; dopo averlo disarmato a puntino lo danno a cellule, animali e uomini e verificano gli eventuali effetti collaterali. E poi dopo circa quindici anni di sperimentazione lo commercializzano con un profilo di sicurezza elevato, proprio per i tuoi figli. Luigi non prenderà mai quella malattia. Ecco l’infografica definitiva per cui ogni grafico del pianeta vorrà ammazzarmi:

Infografica 4.png

Figura 4

“MA ne vale la pena??????” Mi chiedi. Effettivamente l’influenza potrebbe sembrare una stronzatella ma tieni conto che anche una febbre alta può comunque essere molto dannosa per un bambino piccolo o per un anziano. Ma pensiamo per esempio al Morbillo: se si prende può portare la meningite asettica e addirittura la cecità. Non è meglio vaccinare per questa malattia e fare in modo che tuo figlio non lo abbia mai?

(Nella prossima imprudente puntata discuteremo del nesso tra autismo e vaccini).

 

Fonti Bibliografiche:

  • Peter Parham (2017). Il sistema immunitario a cura di S. Formisano. II edizione. Napoli: editrice EdiSES
  • Janeway, Kenneth Murphy, Casey Weaver ; with contributions by Allan Mowat … [et al.](2017). Janeway’s Immunobiology. IX edizione. New York, London: editrice Garland Science
  • Maglione MA, Das L, Raaen L, Smith A, Chari R, Newberry S, Shanman R, Perry T,
    Goetz MB, Gidengil C. Safety of vaccines used for routine immunization of U.S.
    children: a systematic review. Pediatrics. 2014 Aug;134(2):325-37. doi:
    10.1542/peds.2014-1079. Epub 2014 Jul 1. Review. PubMed PMID: 25086160.
  • Soema PC, Kompier R, Amorij JP, Kersten GF. Current and next generation
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    2015 Aug;94:251-63. doi: 10.1016/j.ejpb.2015.05.023. Epub 2015 Jun 3. Review.
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  • Marin I, Kipnis J. Learning and memory … and the immune system. Learn Mem.
    2013 Sep 19;20(10):601-6. doi: 10.1101/lm.028357.112. Review. PubMed PMID:
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  • Sarkander J, Hojyo S, Tokoyoda K. Vaccination to gain humoral immune memory.
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  • Prisco A, De Berardinis P. Memory immune response: a major challenge in
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  • Best A, Hoyle A. The evolution of costly acquired immune memory. Ecol Evol.
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    23919164; PubMed Central PMCID: PMC3728959.

Delia, la donna papavero

XVII

Hai presente quella sicurezza di quando non ti aspetti più nulla ? Di quando sai benissimo cosa farai, chi incontrerai e quando raggiungerai i tuoi obiettivi? No. E neanche io ne ho la più pallida idea. Ma quando avevo vent’anni ero proprio una ebete priva di fantasia e davvero credevo di sapere già tutto. Avevo avuto le mie prime cotte adolescenziali e qualche mestruazione a caso e secondo me qualcosa si era smosso ed ero finalmente donna. Non sapevo cosa mi aspettasse. La mia adolescenza procedette abbastanza spedita, in modo assai banale. Ero brava a scuola e in effetti ebbi successo al liceo. Iniziai anche l’università dei miei sogni.. E fu proprio là che incontrai lui.
Quante balle che dico a me stessa. Ma ho imparato da te, da chi altri che da te? Prima di incontrarti ero una persona diversa: ero limpida. Mi ritenevo limpida. E sei stato tu a riuscire a scavarmi da dentro tutto il nerofumo che nascondevo. Chi lo sa se c’è mai stato un pizzico di verità nella nostra storia. La verità? E’ che ero molto ingenua. E tu troppo furbo. Ero ingenua, cioè.. Una cretina matricolata. Tu sembravi proprio un duro. Ma mai l’avrei pensato che fossi talmente una merda.  Ma alla fine ero io la vera cretina. .

XVIII

<<Come vi siete conosciuti?>> <<E’ una storia di quasi cento anni fa. Va bene.. Va bene.. Come vuoi, Silvia! Successe tutto come sempre accade: un incontro casuale. Prendevamo la stessa metropolitana e.. Boom! Facemmo il pasticcio.>> Quel giorno nella metro faceva un caldo boia e quasi ci si scioglieva dall’afa. I sistemi di aerazione sono quello che sono, soprattutto in estate. E io avevo una valanga di fotocopie di analisi di laboratorio bagnate di sudore tra le mani. << Si, sulla banchina della metropolitana per un caso fortuito – ma nemmeno troppo, direi proprio sfortunato – ci ritrovammo seduti, schiena contro schiena. Che caso vero? >> Non che lo sapessi, certo: se l’avessi saputo sarei scappata. Ma purtroppo la vita non ci prepara a queste cose.
Ciascuno di noi due pensava alla propria piccola meschina porzione di vita. Io sinceramente in quel periodo di problemi non ne avevo e pensavo praticamente agli unicorni. Invece Dario ha sempre avuto la guerra in testa. Che accoppiata pazzesca! Ma chi lo sa lui a quale altra stronzata pensava, l’idiota.<<Poi il treno arrivò e noi ci alzammo alquanto bruscamente. E ci scontrammo. Frontalmente. Proprio come quei personaggi dei film in bianco e nero degli anni ’20.” Ti ricordi, Dario?>>

XIX

<<Ovviamente! Si… Certo, come no. Vabbè sinceramente? Non tanto.  Però ricordo che avevi un malloppo enorme di fotocopie e quello che successe dopo fu esilarante.>> Che stronzo, non si ricorda l’istante in cui mi ha iniziato a rovinare la vita <<Infatti! Mi volarono tutte di mano nel visibilio generale. Tu mi aiutasti a raccoglierle e notai solo che eri proprio un tipo strano. Con quegli occhialoni sembravi un divo alla Antony Perkins. E vogliamo parlare di quel sorrisetto un po’ furbetto… Inutile dirti, Silvia, che in quel casino perdemmo i rispettivi treni e fummo diciamo “costretti” a conoscerci… Io non avevo alcuna intenzione di attaccare bottone con quell’aguzzino di fotocopie! Ma tu insistesti!>><<Ma no! Fui solo abbastanza convincente! Ma Silvia si starà annoiando a sentire questi racconti mielosi..  Chi gradisce altro vino?>>

XX

Era decisamente un’atmosfera strana, quasi familiare. Ovviamente era chiaro che quella non era davvero la cugina di Dario. Ma a me piace stare ai giochi. Per capire dove vogliono andare a parare. Lui poi è imbarazzatissimo.. Impallato. Mai visto così. Ma è una delle tante maschere. Ma cosa darei adesso per una… E’ possente: ti soddisfa come cinque uomini di seguito. E non devi fare altrettanto. E’ un orgasmo pulito per il quale non devi ringraziare nessuno. Quel vino scendeva bene nello stomaco: ma cosa avrei dato per una pista bianca, quella sera. Dov’è Daniele quando serve? Dove?

XXI

<<Quando incontrai tuo cugino tutto sembrò cambiare.. E per la prima volta..Mi innamorai.>> <<Innamo-che? Non scherzare Delia. Ti pare possibile?> <<Certo noi ridiamo. Ma tu, Dario, sei stata la persona più importante della mia adolescenza..>> D’altronde fosti tu o no a presentarmi il primo spacciatore? Un tuo amico, Nicolaj? Uno stronzo matricolato dal quale tu prendevi l’erba. <<Eri proprio bello, non c’è che dire>> Gli occhi di Silvia si fecero improvvisamente più scuri si posarono insistentemente sui miei. Sembrava che stesse decidendo con quale ricetta cucinarmi. Un’altra povera scema. La spello questa stronza se mi guarda di nuovo così. Ma poi da dove è spuntata?

XXII

<<L’amore è una cosa strana, “caro cugino”. Quando meno te l’aspetti c’è qualcuno che emerge da un abisso di mediocrità e ti porta con sé. E’ una cosa magica. Vero Delia?> <<Assolutamente, non c’è cosa più strana.>> Ma questa che cazzo ne sa dell’amore. <<In effetti persi proprio la testa per quel ragazzino tenero con la borsa scassata e i jeans larghi. Mi colpì subito, Dario. Da allora iniziai a progettare la nostra vita insieme! No, vabbé dai. Scherzo! Si scherzo ma un pensiero ce lo feci!>> E anche lui secondo me. Era tutto nella mia testa. Come tutta la merda che venne dopo. Era solo in attesa di avverarsi.
Sunto di quella sera? Strana sensazione tra Dario e la “cugina”. A quanto vedo non ha cambiato abitudine. E’ sposato lo stronzo, ha un figlio e si tiene a questa ragazzina.. E sembra quasi che si giustifichi con quella  per la nostra storia. Non sanno niente di noi. Non sapranno mai che io, ad esempio, non la ritengo davvero una storia. Suvvia: non abbiamo mai fatto sesso. E questo è già un dire. E poi che ne potevo capire io di uomini, venti anni fa. Neanche ora ne capisco granché, ma allora fu alquanto straziante scoprire che le mie fantasie non avevano quel Dario come protagonista.

XXIII

Sarà un caso se mi ritrovo proprio a Lucca per questo convegno ed rincontro il mio primo amore? Sarà un segno? Comunque il telefono tace. Non una chiamata. Non un messaggio. Niente. Quello stronzo di Daniele che starà facendo? Con chi si starà facendo? Ho mentito. Spudoratamente. La mia vita va a rotoli quanto la loro. Più della loro. Ma ormai mi è facile accumulare cazzate perché lo faccio prima di tutto con me stessa. Ho inseguito i figli degli altri per tanti anni ed ora mi ritrovo da sola. Con l’illusione che una carriera accademica fiorisse qui ho messo radici professionali in questa terra che non mi vuole. Ed ora che mi ritrovo? Uno studio medico, un passato da cancellare e una tossicodipendenza. Bene. Benissimo.

XXIV

Sono un rottame. <<Ti va di vederci?>> <<Ma vederci cosa?>> <<Vederci per un caffé. Una chiacchiera innocente. Da te?>> E’ certo che ci vediamo “da me”; come lo spiegheresti a Monica questo casino. Lo ricevetti nella mia stanza d’albergo con la certezza che però non sarebbe accaduto nulla. Nulla. La minestra vecchia si butta nel lavandino. <<Se proprio vuoi saperlo, Silvia, ti dirò che è una banalità. Tra Monica e me è finita perché non eravamo proprio compatibili.>> E’ partito il pippone sulla sedicente ex moglie. Che faccio? Annuisco? Cambio argomento? Cambio argomento. <<Succede a tutti… Ma quella..>> <<No ma fammi dire una cosa: fortunatamente non ci è stato il logorio delle coppie scoppiate. Ci siamo lasciati consensualmente. >>  Probabilmente scopano ancora quei due, altrimenti tutto questo consenso non vedo da dove derivi. Ma che palle. Fortuna che io il matrimonio lo penso in un unico momento.

XXV

Mai. <<Come sta tuo figlio, Dario?>>  Questa domanda sa un po’ di deformazione professionale ma non ne potevo più di sentir blablare di famiglie e di avvocati. <<Luca sta bene. Ha sette anni, cresce sano. Le maestre dicono che è un taciturno. Non so da chi abbia preso questo temperamento. >> <<Lo stai trascurando- lo guardai con lo sguardo più minaccioso che mi veniva -non fare lo stronzo con i bambini! Ne vedo a decine di bambini come Luca: vengono da me almeno tre volte al mese per le cose più disparate. Quando voi vi lasciate iniziate a combattervi usando loro come materiale bellico. E il loro corpo reagisce e si ammalano>>

XXVI

<<Non è vero, mia moglie .. La mia ex moglie ed io siamo sempre stata una coppia equilibrata. Ce ne accorgeremmo se nostro figlio avesse qualcosa che non va>> Ci guardammo con uno sguardo significativo. Dario è proprio cambiato. Quei discorsi pieni di considerazioni filosofiche un po’ pazze e fuori dal mondo non li fa più. Parla solo di lavoro e di questa sua famiglia sfasciata. Sarà che io sono rimasta la ragazzina di un tempo? Forse lavorare con i bambini per tutti questi anni mi ha fatto male. Chi lo sa. Magari quei due non hanno niente da dirsi perché semplicemente più si va avanti e più si diventa distanti. Forse tutte le storie sono a termine. <<Delia a te, come va l’amore?>>.
Che domanda di merda. <<A me va tutto bene. Esco con un ragazzo, si chiama Daniele. Un bravo ragazzo e ci vogliamo bene. Non che sia tutto rose e fiori ma ci vogliamo bene.>> In realtà lui è il mio pusher. E sì, ci scopo. Ma non a tempo pieno. Ma ci siamo quasi. No, non me ne frega un cazzo della tua opinione. Che c’è di male? Io metto i soldi, lui la roba. <<C’è equilibrio tra di noi.. Un po’ come tra te e Silvia.>> Il suo sguardo si è tradito, ma Dario è un libro aperto se lo sai leggere. <<Dai non mi prendere in giro.. Siete due cugini alquanto strani.. Si vede che c’è attrazione tra voi due. Però ora mi devi una spiegazione.>>

XXVII

<<Credo che lei volesse vederti perché è gelosa. Gelosa di me. Della mia storia passata>><<Deve volerti davvero bene. >> Si può mai essere così disturbati già a venti anni per farsi piacere un tipo così? Si. Ma si può riuscire in una carriera professionale in queste condizioni? Evidentemente si. <<Siamo due tossicodipendenti, Dario. Tu di storie tossiche. Io di roba tossica.>> > <<Ma che ti è successo, Delia, in tutti questi anni?>>Fu un attimo che lo baciai. Poi lo spostai bruscamente dalle mie labbra ma lui mi si avventò addosso. E io non feci tanta resistenza. Era come se ci fossimo desiderati per tutto il tempo che eravamo stati distanti. Il profumo della sua acqua di colonia era bello, così mischiato al suo sudore. La mattina non l’ho trovato a casa. Prevedibile, stronzo. Manco per una vecchia amica ha rispetto. Gli ho lasciato un messaggio in segreteria:<<Stasera me ne vado. Torno a Pisa. Devi darti una regolata, Dario. Lo dico per te.>> Funzionerà? Chi lo sa. Ma devo prima fare una cosa.

 

XXVIII

<<Ciao Silvia. Posso entrare? No, forse è meglio che resti sulla porta Non essere sconvolta, non voglio farti nulla.Non preoccuparti, devo solo parlarti. Ritienimi un’amica.. Credo che tu sia mia amica. E io lo sarò con te.>> <<Che vuoi?>> <<In poche parole: Dario non fa per te. Ieri sera è stato da me. Si, è successo. Ma non andare a conclusioni affrettate. Dario mi ha raccontato di te. Tu sei una donna forte. Una vera donna. E non è solo la tua frangetta asimmetrica a dirlo. Non è la cicatrice. Non è come appari. Sei forte e basta, si vede dai tuoi occhi. Si vede perché ami. Sei una persona buona e ti sei ritrovata a vivere una commedia che in realtà è una tragedia. Ora non te ne rendi conto, ma stai sprofondando. In questa commedia tu sei una comparsa. Dario ha dei problemi. Lui riesce a distruggere tutto ciò che tocca. Ha rovinato la mia vita, ha rovinato la vita di sua moglie, poi quella di suo figlio. Ed ora sta tentando di rovinare.

XXX

La tua. Lascialo. Lui non è buono per te. E’ confuso da quando l’ho conosciuto. E non ti ama. Anche se lo dice, non ti ama. Ama solo sé stesso. Tu hai un figlio, Silvia?>> Come mossa da una molla invisibile lei rispose << No, ma lo vorrei>> <<Con lui..?>> <<In verità si.>> <<E’ per questo che io sono qui. Lui me l’ha detto. Si sentiva un mito nel dire che una ragazza come te avrebbe voluto un figlio con lui. Sarebbe una cattiva idea. Devi svegliarti, cara Silvia. E’ tutta un’illusione, quell’amore che provi. Tu hai bisogno solo di essere libera. E’ un diverso sorriso che può darti felicità. Guardami. Sono una tossicodipendente e fu Dario a iniziarmi. Un giorno, all’università, all’ombra di un albero. Ci facemmo una dose di eroina al caldo, sopra un prato. Lui si sparò l’ago nella vena e poi lo fece anche a me. Con lo stesso ago, lo stesso sangue. Lui mi ha rovinato e non vede l’ora di vederti sprofondare. Dammi retta, fuggi via>>

Delia e l’uomo di latta

 <<Buongiorno, Amore. Spero tu stia bene. Ti ho preparato una bottiglia di acqua e sali, per farti riprendere un po’. Ieri sera è andata male, ma sappi solo una cosa: io ti amo. Ci sono delle storie nella nostra vita che sono di transizione. Sono storie che viviamo, inconsapevoli che finiranno. Quella con Delia era una di queste. Sono storie strane, che sembrano essere poste sulla nostra strada per aiutarci a proiettarci nel futuro. E il mio futuro ora è molto chiaro. Il mio futuro sei tu. E te lo dimostrerò. >>

Prima parte: Delia e la donna di cristallo

IX

E’ stato brutto vederti in quello stato. Certo non lo hai mai retto davvero l’alcool e questo in altri momenti ci ha fatto ridere. Ma ieri sera hai proprio esagerato. Io odio le scene isteriche. E in quel momento mi sono irrigidito. Lo devo ammettere, mi hai colto di sorpresa. Ma poi quando sei crollata al suolo, come un grattacielo demolito, non potevo più credere ai miei occhi. Quel tuo corpo così bello, accasciato a terra, aveva perso la sua mitica bellezza ed era improvvisamente un pezzo di carne. E stavo per fare la cosa più meschina che mi è venuta in mente.

Lasciarti marcire per terra. Ma che tipo di bestia sono diventato? Non sono degno nemmeno dell’appellativo di essere umano. Come posso pensare a delle cose così orribili e poi ritenermi una brava persona? MA sì, certo, poi ti ho rimessa a letto. Si vabbé tu dirai che non l’ho fatto strettamente per te perché forse un po’ meschino lo sono davvero. E sia. Ma poi ho scritto quelle parole perché sapevo che non avrei trascorso la notte là e al tuo risveglio non mi avresti cercato.

Come un getto. Le parole sono uscite così facilmente dalla mia penna che quasi mi stupivo che fossero vere. Immaginavo te che le leggevi e mi chiedevo cosa avrei voluto dirti, dal profondo di me stesso. Non è stato facile scriverti. E non è facile ora essere all’oscuro della tua reazione. Vorrei tanto sapere che hai pensato, ma non credo che ti chiamerò. Non oggi. E so che non lo farai nemmeno tu. E la cosa terribile è che, forse, non ne ho bisogno perché so cosa pensi.

X

<<Cazzate! Cazzate! Cazzate! Hai capito?>> << Calmati, Silvia. Ma tu non eri ubriaca, ieri sera? >> <<Si, ma questo è un dettaglio! Hai capito quel Dario che ha osato dire? Che “quella” gli ha insegnato ad amare! Ma amare cosa, brutto porco! E io? Non valgo nulla? Non gli ho insegnato niente? Sono una troia da sbattere quando gli pare?>> <<No, tesoro. Tu non sei affatto così. E stai sconnettendo, fattelo dire. Quella è solo un fantasma che fa parte del suo passato. E’ lontana. E tu non puoi esserne gelosa… Non è affatto un pericolo per voi…. >>

In realtà ho sempre pensato a Delia. Non in quel senso, ma ogni tanto mi viene in mente. E mi chiedo: chissà. Chissà come sarebbe andata tra di noi. E, come se pensassi ad un mondo incantato, non mi distacco più da quel pensiero. Chi lo sa se nostra figlia sarebbe stata come lei. Chi lo sa che sarebbe successo se mi fossi trasferito con te a Pisa. Se le cose sarebbero andate diversamente e se adesso fossi tu mia moglie. Forse ti amerei. E non avrei bisogno di un’amante. Che pensieri odiosi.

In realtà Silvia è la donna più intuitiva che abbia mai incontrato. E mi dispiace anche per come la tratto. Ma la situazione è complicata. Complicata. Diciamo complicata va’. La gente quando gli dici “complicato” capisce e ci crede. O finge di farlo Ragazzi, tutti hanno dei problemi. Ma gli avvocati sono una scocciatura troppo grande. La casa.. E’ di mia moglie. E’ sua. E l’affidamento di nostro figlio… Non voglio nemmeno pensarci. Non avrei nulla, nemmeno più il diritto di vedere lui e finirei a vivere con Silvia.

XI

Per carità, è un amore di donna. E’ quasi perfetta. La stimo in tutto. Ma ha un carattere strano. E’ dolce e irascibile allo stesso tempo. Mi fa ridere ma in un attimo tutto può cambiare e potremmo diventare completamente nemici. Forse lei non fa totalmente per me. Almeno non in un rapporto ventiquattr’ore su ventiquattro. E’, come dire…

Una relazione a tempo determinato. Come quei lavori part-time di merda dove ti sfruttano ad ore come la peggiore delle squillo per poi non ritrovarti nulla in tasca. Quel <<Vattene.>> che ha pronunciato potrebbe essere inteso come “per sempre”. Chi lo sa se mi farebbe bene un po’ di distanza da lei. Ma, ora che ci penso, come mi è venuto di fare questo errore così stupido. Certo, i lapsus non si comandano, per definizione. Ma tra le tante… Proprio Delia! Non la potevo chiamare “Mamma o altro? Tra le tante, inutili, storie sono andato a scavare l’unica che ha quella caratteristica.

L’unica che è significativa. Proprio per questo non ho conservato nulla di nostro tranne quella foto. Ma no! Non ce l’ho proprio fatta a buttarla. Ce la siamo fatti vent’anni fa all’ombra di un albero. E guarda caso proprio Silvia l’ha trovata. Era destino, o cosa?

XII

<<Ho caldo, Dario>> <<Amore, ripariamoci sotto quegli alberi>>. Estate inoltrata: il logorante cigolio delle cicale fa da tappeto per delle parole pigre. <<Qua si sta meglio.>> Eravamo visibilmente provati dal caldo e non c’era nulla che ci distogliesse dall’idea di un bagno fresco. Ma si doveva pur sempre studiare. Con un movimento lento mi cinse le braccia attorno al collo. << Guarda quella nuvola. Assomiglia ad una farfalla. – poi mi guardò fisso con quegli occhi dal contorno sfumato- Non ci lasceremo mai, vero?>> E io risposi impunemente.

<<Mai. Non ci lasceremo mai>>. Le nostre mani si strinsero e lei lasciò scivolare un quaderno logoro. Sulla copertina una scritta. Delia Ferrari, Luglio ’94.” In quel periodo non pensavamo mai al futuro. Era tutto bello anche se non ce ne accorgevamo. L’università andava bene e noi cercavamo di costruire qualcosa. Ma non c’era quella corsa contro il tempo di qualche tempo prima. Non c’era proprio niente dell’adultità. Non c’era l’ansia. Non c’era l’obbligo di dover lavorare. Sembrava tutto perfetto. Il destino era da una sola parte.

Dalla nostra. E invece oggi no. Il destino non c’entra niente. E’ una stronzata. Tutto si è dileguato. Niente esiste. I soldi dominano le nostre esistenze. E gli interessi più meschini sono alla base del comportamento umano. <<E allora perché tu, Silvia, non puoi accettare anche un po’ della mia meschinità? Ora conosci anche una parte rilevante del mio passato. Che cosa sarebbe la nostra relazione senza un po’ di storia? Cenere? Sesso? >> Le parole che ti vorrei dire. Forse per conoscere davvero qualcuno ne dovremmo conoscere due cose.

XIII

L’infanzia e il poeta preferito. Ma non c’è abbastanza tempo per sapere tutto. Non c’è abbastanza tempo per conoscere nemmeno sé stessi. Non c’è tempo per fare nulla. L’altro ieri ho fatto la fila alla posta ma poi è finito il tempo e la posta ha chiuso. Non c’è tempo nemmeno per aspettare. Non c’è tempo per nulla. C’è tempo solo per consumarci, lentamente. C’è tempo di essere gocce di cera che colano e, finito il loro uso, finiscono nell’oblio dell’inutilità. C’è tempo solo per essere stoppini bruciacchiati.

<<Credo di avere esagerato nel dirti che lei mi hai insegnato ad amare.>> Ho pronunciato queste parole con un mazzo di fiori in mano. Non dovrei mentire così spudoratamente, non sul mio passato, ma ho troppa paura di perderti. <<Non fa niente>>. Mi hai fatto entrare in casa e abbiamo fatto l’amore. Il solito copione. E’ come se fosse tutto già scritto nella mia mente mentre stavi arrivando hai detto che mi ami. E io ho pensato per un attimo a come è fare l’amore con Delia.

In effetti non ne ho idea. Non l’abbiamo mai fatto. Sembra strano. Stanotte mi sono alzato e ho lasciato Silvia dormire da sola nel suo letto. Avevo bisogno di aria e me ne sono andato come un traditore. Mi tirai la porta, senza chiuderla a chiave. Quando ho acceso la moto ho visto la tua luce accendersi nella stanza. Ma stavo già sfrecciando veloce sul lastricato . Non un passo indietro. Per un attimo ho pensato di farla davvero finita e di schiantarmi contro il guardrail. Ma chi mi conosce davvero sa bene l’aggettivo che mi rappresenta.

XIV

Codardo. Sono un codardo. La serratura si aprì di scatto e rientrai a casa mia. Come al solito era notte inoltrata e Monica fingeva di dormire. Mi adagiai nel letto, distaccato ormai da un anno dal suo, con tutti i vestiti ancora addosso. Ormai non mi cambiavo neanche più dopo aver fatto l’amore con l’altra. E forse mia moglie sapeva tutto e non diceva niente. Chi lo sa lei che faceva quando tornavo tardi, la sera. Come ci si può fottere per un dettaglio così insignificante mentre tua moglie non sente nemmeno più l’odore delle secrezioni di un’altra donna. Ma quella sera la mia Monica non aveva sonno.

E’ venuta a letto e, senza dire una parola, si è alzata la gonna e ha voluto consumare su di me. Io nemmeno ho detto una parola. Non posso pensare troppo a sentimentalismi. Poi ha concluso e se n’è andata in bagno. Lo scrosciare della doccia ha lavato via dei pensieri tristi che si facevano strada nella mia mente. Senza dire nulla, senza dirmi “a” è tornata a letto. Quella sera sono entrato in due donne e ho lasciato il mio seme dentro di entrambe. E mi sono addormentato come tutte le notti.

Senza dire una parola. <<Silvia, come puoi dire di amarmi davvero se non accetti nemmeno il mio passato?>> <<Si che lo accetto. Anzi. Ti ho fatto venire qui per un motivo.>> << Quale?>> <<Lo sai.>> Dovrei forse scrivere un discorso da dirle. Forse la tranquillizzerei. Quattrocento parole. Giuste. Pesate. <<Silvia, hai pienamente ragione. Delia non è più niente per me. Ho esagerato>> <<Lo so. Ma io ora voglio vederla. Voglio vedere Delia>> Il cigolio della sveglia digitale mi ha svegliato, tingendo la stanza di tonalità rosse e blu. Era un sogno. In un angolo della stanza c’è il letto di Monica. Sopra c’è un cumulo di lenzuola e di carne. Sarà lei. Sì. Respira. E’ lei. Ora sul mi corpo sento odori di donne diverse.

XV

Qualche tempo fa era diverso. Monica ed io ci siamo sposati che eravamo totalmente innamorati. E tutto è andato benissimo. Abbiamo comprato la casa dei nostri sogni, ci siamo realizzati nel pieno delle nostre energie. Sette anni fa abbiamo avuto un figlio, Luca. Sembrava che tutto andasse per il meglio finché.. Finché niente. Non c’è un momento di frattura chiaro, definito. Abbiamo iniziato a non parlare tanto e i silenzi, che prima erano secondari, hanno iniziato ad essere centrali nella nostra vita. Il matrimonio è diventato quello che non avrei mai voluto.

Un obbligo. La fede: una catena. La casa: un carcere. Nostro figlio: il contenitore delle nostre frustrazioni. Abbiamo provato con la terapia di coppia. Per un periodo lei è stata a vivere da una sua amica. Ma non è servito a niente. Tutto ha iniziato a scivolarci dalle mani. Ed il bello era che non riuscivamo a fermarlo in nessun modo. Il benessere nel quale prima ci riconoscevamo era diventata ormai un’accozzaglia di oggetti di scena. Oggetti per la nostra opera più grande.

Una tragedia. E poi ho incontrato Silvia a casa di amici. Lei era solare, era piena di quella voglia di vivere che cercavo da tempo. E me ne sono innamorato. Follemente. Sembra una stupidaggine ma è davvero così. E l’ho iniziata a corteggiare. Lei in un primo momento era titubante – per via della fede- ma poi ha ceduto. Ed ora abbiamo una storia bellissima. Tranne che per un dettaglio.

XVI

Non è lei mia moglie. Quell’invito inaspettato per la cena non poteva che rendermi felice. Mi sono fatto una doccia veloce e mi sono fiondato a casa sua. Quella sera avevo proprio voglia di vederla e ho comprato un vino buono per divertirci quel poco che basta. In pochi chilometri ce l’avevo fatta.

Arrivato a casa ho parcheggiato nel giardino del tuo villino. Volevo fare una sorpresa ed entrare dalla porta di servizio. E allora ho notato nel parcheggio secondario una auto. Che sia l’auto di qualche parente? Non lo so. Ho bussato alla porta. Le mani mi sudavano e c’era nell’aria un piacevole odore di manicaretti. E poi è successo.

Si è aperta la porta. E non eri tu. Ho avuto un attimo di straniamento. Poi lo straniamento ha fatto posto ad un senso di… Ho capito.

Non sarebbe stata la solita cena, quella sera. Ad aprirmi la porta era stato un ciuffo di capelli ramati che rivestivano due occhi verdi che conoscevo troppo bene. <<Dario, Auguri! Dopo tanti anni!>>

<<Che ci fai qui… DELIA?>> <<Mi ha invitato tua cugina Silvia.. Simpaticissima! Auguri per il tuo onomastico! Mi trovavo qui ed eccomi!>> <<Oggi è il mio onomastico? Me ne ero completamente dimenticato. Grazie>>. Dietro alla porta, sul divano, c’era Silvia. Sul suo volto una smorfia divertita. Una cosa è certa: sarebbe stata una cena davvero interessante.

 

Continua…

Delia e la donna di cristallo

I

Tu mi ricordi una poesia che non riesco a ricordare
una canzone che non è mai esistita
e un posto in cui non devo essere mai stato” – Efraim Medina Reyes)

I

Non me ne capacito. E’ assurdo perché sto pensando a questa cosa da troppo tempo. Mi chiedo il perché e la risposta io la so. La so eccome… No. Non la so. Però la immagino. Chi è? Non stiamo più bene insieme. E’ evidente. E’ lampante. Palese. E’ successo tutto l’altro giorno mentre stavamo facendo colazione a casa mia. Dopo ha guardato il vuoto con uno sguardo strano. Malinconico. No. Non stiamo più bene. Ma come è possibile se va tutto bene tra noi? A parte l’altra.

Sua moglie. La lascerà. Lo so. Me lo sento. Non la ama, me lo dice sempre. Lo si vede dai suoi occhi. Quando parla di lei si gonfia. La sua pancia si gonfia. Il petto gli si fa tumultoso. Piange a volte e io sono la sua spalla. Lo consòlo. Gli do amore. Lui mi dà amore. Certo però la sera comunque torna da lei. Ma lo fa per il figlio. Solo per lui. Non può amarla. Non può amarla più di quanto ami…

Non più di quanto ami me. <<Silvia, forse hai sentito male.>> <<Si, ma infatti.>> Infatti un cazzo. No. No. Ho sentito benissimo. Io mi chiamo Silvia, un nome facile. Non è possibile sbagliare. Sbagliare così? SIL-VIA, come una foresta. Sono la sua foresta. Come può smarrire la strada? E’ sempre stanco ultimamente. Povero, io lo posso capire. Sì, il lavoro, la famiglia. Poi c’è quella troia della moglie. Gli rende la vita un inferno. Lui sta bene solo con me. Solo con me. Me lo dice sempre. Mi ha chiamata sempre per nome e poi aggiungeva una sola parola.

II

Amore. Come faceva mio padre. Lui si che era un uomo, ha sempre amato la mamma. Non l’ha mai tradita. Mai. Ogni domenica mattina scendeva presto a prendere il giornale e il latte fresco. Poi si apriva la porta e c’era lui con la colazione. Io, a letto, facevo finta di dormire… <<Buongiorno Silvia… Amore svegliati. >>Quella voce. La sua voce mi entrava nel cervello come un profumo buonissimo. Era il mio principe: era tutto più buono se passava per le sue mani. Un uomo di cuore che non ha mai tradito nessuno. Ma che è stato tradito, qualche mese fa, da un Giuda inaspettato.

Dal suo stesso cuore. Che mani. Le mani grandi di un vero lavoratore. Io ero piccola, un granello di polvere tra le sue mani. Che sicurezza che sapeva dare alla mamma e a me. Ci sto pensando ancora. Non è possibile. Ci sto pensando ancora. Vorrei scacciare questo pensiero dalla mia testa. Fuori. Penso ad altro. Le centrali nucleari. Le formiche rosse. Il tempo. La luce elettrica. Le lampade a gas. I Led Zeppelin. Il grammofono. Gli atomi di elio. Quanti atomi di idrogeno ci sono nell’universo? No, non ce la faccio. Mi ritorna il volto di lui. <<Che occhi che hai, sembrano fatti apposta per una sola cosa…>>

Per farmi affogare. <<Stanotte ti ho sognato. Abbracciami. Eri cattivo. Crudele.>> <<Che ti facevo, Amore? >> Le mie orecchie sono quasi elettrizzate quando mi chiami così. Ti odio. <<Mi sezionavi. Viva. Viva e vegeta.>> <<Dai amore che sogno, non ti farei mai del male… Lo sai.>> Lo so. <<Mi hai aperto l’addome con un taglio netto, come solo tuo sai fare. Sapevi bene come infilare la lama. Ed è stato allora che da me, immobilizzata, sono usciti migliaia di insetti e non c’era modo di fermarli. Io urlavo ma dalla bocca non usciva niente altro che.. >>Non riesco nemmeno a pensarlo. <<Tanti, piccoli, neri. >>Che sogno orrendo, vomitare le uniche creature che odio.

III

<<Ragni. >> <<“Puoi passarmi del latte, Delia?>> Puoi- passarmi – DELIA? Delia. <<Perché mi hai chiamata Delia? Chi è questa?>> <<Ma nessuno, amore!>> Nessuno? Io gli ho creduto, come una cretina. Ma poi… Ma come! Come è possibile? Quel nome mi si è scolpito nella mente. Mi sembra come di conoscere questa Delia. Chi sarà, una collega di lavoro? Una conoscente. La vicina di casa, quella che tutti i giorni taglia il prato. Come si chiama? Non lo so. Forse ha una storia con questa Delia. Forse tutti i giorni che se ne va da me, va da lei. E io che pensavo di essere l’amante! No. Non è possibile. Calmati Silvia. Delia non è nessuno. Delia non è quello che credi.

Delia non esiste. <<Oggi è stata dura a lavoro. Non so come ho potuto sopportare tutta quella gente. E il mio capo non faceva che interrompermi. Non ho avuto proprio tempo per mandarti un messaggio, Dario. Mi perdonerai?>> Gli ho lasciato questo vocale esattamente due ore fa. E non mi ha risposto ancora. Sarà con sua moglie, perché quando è con lei non mi dice niente. Ma non la ama. Ne sono certa. Si vede dagli occhi. I tuoi occhi, Dario, sono un rifugio sicuro per me. Sono una cretina, non posso trovare sicuro uno così. Uno che mentre lo penso…

Giace tra le braccia di sua moglie. Non posso. Non ho dovuto mai dipendere da nessuno. E’ stato mio padre ad insegnarmi questo segreto: non dovrai mai dipendere dagli altri. Non che siano tutti cattivi.. No. Gli umani sono come distratti. Sono troppo impegnati a costruire la loro frazione infinitesima di felicità per poter pensare anche a te. La tua felicità esiste in funzione di quella degli altri. E’ ingiusto. Ora mi sono realizzata a mie spese. Ho dovuto rinunciare a tanto, non c’è alcun dubbio. Non c’è sensazione più grande di sapere di essere viva. Viva solo solo grazie a una persona.

IV

Viva grazie a me. Nuda. Stasera mi sono spogliata nuda e mi sono guardata allo specchio. Sono bella. Mi sento bella. Sono donna. Posso guardarmi allo specchio con fierezza. Vedo la bambina di una volta, con un culo molto più tondo, dettagli. Ho lottato anche io contro il male. Tu sei stato il primo e l’unico a baciarmi tutte le cicatrici. All’inizio me ne vergognano. Mi sentivo orrenda senza capelli. E con quel taglio enorme sul torace. Ma sono stata chiara: non ho voluto niente al suo posto.

Non voglio estetica, nessuna mammella di silicone. Sono carne e sangue e niente altro e tale rimarrò. Autentica. Quella cicatrice mi ricorda chi sono, contro cosa ho combattuto. Ora sono pulita da tre anni. Ce l’ho quasi fatta. E non ho voglia di dimenticare chi sono… Io ho capito di essere anche il mio dolore. Ho capito che non voglio dipendere da nessuno ma nello stesso tempo posso farlo. Nello stesso tempo posso fidarmi di una persona.

Di te. Mi sembra assurdo fidarmi di una persona come te. MA è la cosa più naturale che mi sia mai venuta da fare. Sin dal nostro primo incontro ho capito che facevi vibrare quello che ero. Sei stato capace di farmi ridere dal primo momento. Ma quelle risate che non si dimenticano, che ti dicono: “sei felice, sei viva”. Ma avevi la fede. Che porco. Come potevi essere così perfetto ed avere la fede? Eppure mi hai cercato tu. Io avevo promesso alle mie amiche e a me stessa che mai avrei voluto uno come te.

Ero una rosa che stava ricominciando a sbocciare dopo mesi di radio e chemioterapia. Quella sera avevo messo il rossetto più rosso che avevo. Mi sentivo rossa dentro. Quel vestito mostrava tutta la femminilità che avevo dentro. E il mio seno così sbilenco mi faceva sorridere allo specchio. Un po’ come le cicatrici dei soldati Masai. Solo chi è dentro la tribù può capirle. Eppure tu mi hai compreso dal primo momento. E poi un piccolo dettaglio mi colpì. Le tue mani. Bianche e slanciate. Come quelle di un pianista. La mente quanti casini che fa.

V

Abbiamo fatto una cosa degna dei ragazzini di quindici anni. Tua moglie sarà ad un workshop in una clinica Svizzera per due settimane. Tuo figlio è al campo estivo. E noi abbiamo casa tua libera. Per fare gli amanti clandestini. E’ una cosa strana ma voglio vedermi al posto di Monica. Voglio cucinare per te dove lo fa lei. Voglio vedere la televisione con te, dove la guardi con lei. Voglio fare finta di essere la donna al centro della tua vita, per qualche giorno. E’ una stupidaggine? E voglio ancora una cosa.

Sembrerò pazza? Ben venga. Ma voglio sentirmi per una volta sola, completamente, tua. Un po’ ti sei stranito quando te l’ho detto, vero. <<Voglio fare l’amore con te nel vostro letto.>> <<Certo, piccola. Sembra una cosa strana. Ma non credo tu voglia mettermi nei casini. Vero?>> <<Certo che no, Dario.>> Hai accettato proprio perché sai che non sono quel tipo di donna. Io so essere silenziosa. Mentre pensavo queste parole mi odiavo da sola. Perché a volte penso che non ho dignità. Ma per avere lui, anche solo per qualche ora, darei tutto. D’altronde oltre a lui non ho nulla.
E abbiamo fatto gli amanti per qualche giorno. Un mattino ho sentito un odore di cornetti e mi sono svegliata. Dalla porta è entrato lui, con un cornetto in una mano e una tazza di latte nell’altra. <<Buongiorno Silvia. Sveglia, Amore>>. Sono trasalita e, in un attimo, mi sono ritrovata a piangere in un angolo del bagno. <<Non era mia intenzione ricordarti tuo padre, scusami.>> <<Non c’è problema. Era come mi chiamava lui, ma tu non lo sapevi. Non credo di avertelo mai detto per qualche motivo.>>

Forse non ho ancora accettato che non ci sia più. Oggi me la sono presa comoda. Lui è stato molto carino, mi ha trattato in maniera molto dolce. Si è fatto una doccia ed è sceso a fare la spesa. Avremmo cucinato insieme, come ogni coppia di amanti che si rispetti. Ma poi qualcosa è andato storto perché appena si è chiusa la porta di casa ho fatto la cosa più ovvia e più sbagliata che potessi mai fare.

VI

Ho iniziato a frugare tra le sue cose. Cosa cercare era ovvio. Delia. Delia. DELIA! Dove sei, Delia? Ho iniziato a scavare tra le carte. Ho cercato nei cassetti personali. Ci deve essere qualcosa. No, non c’è niente. Definitivo. Niente nemmeno tra la biancheria. Dove potresti nascondere qualcosa? Nell’armadio niente. Nel tuo studio. Sono entrata come una ladra. Dentro c’era l’odore del sigaro che ti piace tanto fumare quando sei solo. Conservi ancora i libri dell’università in una teca di vetro e mi piace sempre guardarli. Ma questa volta ho notato qualcosa di diverso. Vicino al vetro, incollata.

Come ho potuto non vederla mai? C’era la foto del tuo anno accademico. Come eri strano venti anni fa. Accanto a te c’era una ragazza. E sembrava che vi stringeste la mano. L’ho staccata dalla teca e ho cercato le firme dei tuoi colleghi. E una D molto pronunciata incominciava il tuo nome. Delia Ferrari. Tutto d’un tratto tutto cominciava a schiarirsi nella mia mente. Ferrari. Poi notai un fogliettino che sporgeva da dietro ai libri di anatomia. E sfilai la cosa che non avrei mai voluto vedere.

Un’altra foto dove eravate bellissimi. Poi suonasti la porta e tutta questa paranoia si sgretolò in un attimo dietro un velo di falsità. Quel tempo da amanti passò veloce. La nostra quotidianità era stata rovinosamente perfetta. <<Non so più cosa pensare. Perché non lasci tua moglie e vieni a vivere con me?>> <<Non ce la faccio>> <<Ma cosa altro vuoi da quella donna? Non vi amate più.>> Siete finiti, strisciate nelle vostre reciproche meschinità. Vi fate solo del male. Vi soffocate vicendevolmente come due uomini legati insieme e lanciati in alto mare. <<E’ complicato>>. <<E allora, sinceramente, cosa vuoi da me?>>. <<Perdonami.>> <<Un pensiero è chiaro nella mia mente. Io so cosa voglio da te.>> IO voglio.

Voglio un figlio. Ma che pensiero assurdo. Voglio un figlio dall’uomo che non è il mio uomo. Ma no, non è affatto assurdo. Io voglio un figlio dall’uomo che amo. Ho trenta anni. Voglio un figlio, voglio carne della mia carne. Voglio fare questo salto. Voglio crescere uno come te. Voglio un piccolo te da coccolare. Chi lo sa se te lo dirò stasera, quando avremo bevuto abbastanza da dimenticare i nostri nomi e le nostre inibizioni. Quando avremo bevuto tanto da dimenticare tua moglie e…

VII

Delia. Una breve ricerca sul motore di ricerca del tuo ordine professionale e subito ho avuto notizie di lei. Dottoressa Delia Ferrari, medico pediatra. Sarà la classica pediatra caina, stronza, attaccata ai soldi. No. Sto mentendo a me stessa. Sarà sensibile come non mai. E bellissima, con una chioma di capelli che le copre a stento quegli occhi verde mare che bucarono la pellicola venti anni fa. E probabilmente anche il tuo cuore. Poi sei arrivato tu e mi hai trovato in quello stato.

<<Ho bevuto, si. Che vuoi? Lasciami stare.>> I suoi occhi si lanciarono sulla pagina del notebook con la foto di Delia. Lui sbiancò. <<Chi è questa dottorina? – Lo so. – Lo so! Era una tua collega d’università! La ami ancora? State ancora in contatto? Chi è per te? Chi sono io per te?>> Era l’alcool o ero io? Il dubbio era forte ma le parole le sentivo scaturire dal petto forti, rapide, definite. Era l’alcool ma ero anche io. Lui si immobilizzò. Di stucco. Guardava la pagina e non diceva una parola. <<Parla, bastardo! Parla! La ami ancora?>> <<Va bene, te lo dico una volta per tutte.>>

<<Delia è una mia vecchia amica. O poco più. E’ una storia morta e sepolta: siamo stati insieme negli anni dell’università. Va bene?>> <<NO! NO che non va bene. Vorresti lasciarmi così? Perché hai conservato la vostra foto allora?>> <<Perché è stata una storia importante. Mi ha insegnato tanto. Forse mi ha insegnato ad amare.>> Ora basta, aveva esagerato il bastardo. Sbroccai ma credo di aver perso i sensi. Mi ritrovai, al mattino, nel mio letto. Sul comodino un biglietto.

VIII

<<Buongiorno, Amore. Spero tu stia bene. Ti ho preparato una bottiglia di acqua e sali, per farti riprendere un po’. Ieri sera è andata male, ma sappi solo una cosa: io ti amo. Ci sono delle storie nella nostra vita che sono di transizione. Sono storie che viviamo, inconsapevoli che finiranno. Quella con Delia era una di queste. Sono storie strane, che sembrano essere poste sulla nostra strada per aiutarci a proiettarci nel futuro. E il mio futuro ora è molto chiaro. Il mio futuro sei tu. E te lo dimostrerò. >>

Continua Delia e l’uomo di latta

 

Sopravvivere in una scatola

Alla luce del crepuscolo del sabato sera ogni albero diventa creatura infernale e anche noi umani ci trasformiamo. Il deserto che alberga nei nostri cuori finalmente tracima dagli argini e nei nostri occhi fiammeggia una luce ferina: sono le bestie interiori che si slatentizzano ed escono dalle loro tane. Sono talmente grosse che le nostre ossa scricchiolano nel tentativo di sorreggerne le viltà; ci ricopriamo di indumenti e di profumi aromatici ed usciamo dalle nostre caverne tecnologiche.
È festa: ognuno ride stasera e c’è qualcuno che suona giusto per coprire il lamento assordante dei vuoti interiori di ciascuno. L’eterna noia quotidiana è scalzata da piaceri chimici: hashish, MDMA, alcool e carni lavorate. Usiamo martirizzare il nostro corpo affinché si nascondano le macerie delle nostre vite. Gli hotel economici si riempiono di amanti, di corpi, di sesso e le discoteche e le piazze si addensano di concentrati di apparenza e disperazione.
Sul tardi ci si ritrova nudi, da qualche parte, con qualcuno a giocare a fare gli involucri di nervi. Vince chi fa fiammeggiare prima i neurotrasmettitori dell’altro. In effetti a questo punto c’è una pragmatica degna di un chirurgo e forse nemmeno il ritmico oscillare delle pulsar apparirebbe cosi deterministico.  Ognuno è infine chiamato a raccoglimento quando la tensione si scioglie: non c’è lutto, rispetto per l’arte, le autorità o le religioni che tenga davanti ad un orgasmo.
Dopo qualche ora il sole albeggia e ci si ritrova nudi ricoperti di siringhe, bottiglie di plastica e tamponi vaginali. E’ come una battaglia dove i caduti si illudono di essere ancora vivi. Le bestie ritornano dentro. I vestiti ritornano a coprire le nudità e neanche ci si riesce a guardare negli occhi. Si è appena avverata la singolarità ma sembra che a nessuno interessi: è così amaro il sarcasmo della vita!
Quelle anime che si sono appartenute e si sono giurate amore dopo qualche tempo non si salutano nemmeno alle casse dei supermercati. Sono le nostre ipocrisie, cari amici. Sono questi tempi che ci mettono di fronte alla storia senza una guida e forse sono le multinazionali dei preservativi. Al mattino apriamo tutti le nostre scatolette di tonno e ne mangiamo velocemente il contenuto mentre desideriamo di dimenticare anche quel sabato sera. Sperando che presto ne sopraggiunga un altro da dimenticare.

La quercia

Nomi

Ti chiamavo Sabina perchè Amore era banale.
Ma il tuo nome era Narciso: me l’avevi nascosto.
Mi hai chiamato per nome ma senza mai sapere chi fossi o
dove andassi, da dove venissero i miei occhi.

che

Sì… Si mente, consapevoli o no.
Si mente e mentre si storce il naso si sorride.
È cosí la vita, dicono i saggi, i santi e i poeti;
ma io sono navigatore e non ho certezze se non nel Levante e nelle stelle.

non

Mille chiavi per entrarmi nell’animo: te le ho date tutte in mano senza esitare.
Clandestina ti ho visto frugare e scartare, rubare.
È l’errore più antico: fidarsi;
ma è il più umano perchè alla fine si cede e nulla è più lo stesso.

significano

Che dramma: la nostra storia insieme incisa su corteccia viva.
Era una quercia malata: è stata abbattuta.

niente

 

Diventare onda

È notte e il vento ulula tra gli scogli;
non c’è pace nel fondo dei miei abissi
e non merito perdono per il tempo che ho disperso.

È notte e un mantello di cenere oscura la Luna:
quella Luna smezzata, un po’monca, che
passa il suo tempo a stordire i miei sogni.

Finisco per sputarmi dentro per
quell’assurdo desiderio
di normalità.

Le scarpe si impegnano delle onde spumose
ma è il gelo del cuore che trasuda nei visceri
e li svuota da ogni voluttà.

Sta per piovere, l’atmosfera è cupa
e da lontano serpiginano i lampi
che si scaricano nel mare.

Ad ogni passo l’acqua è tenaglia e le gambe
sono intricate di alghe e molli vegetali;
meduse incolori mi accarezzano le  cosce.

Ho ucciso un uomo. E’ stato facile, è stato un attimo.
La lama è entrata così facilmente nella carne,
che sembrava scivolare.

Quando non c’è più differenza tra “inspira – espira,
inspira – espira” c’è sollievo, c’è eutanasia.
E’ la vendetta che guida l’uomo.

Il mare è un medico oscuro:
balsamo benefico, di giorno;
compagno di morte, di notte.

Se entri nelle onde e ti lasci cullare
diventi tu stesso moto ondoso
e anneghi mentre ascolti le sirene.

Se sei abituato a bere odio liquido,
l’acqua nei polmoni
è solo un dolce dimenticare.

Coi polmoni pieni affondi dolcemente
e ti trovi sul fondo.
Qui non si torna più indietro.

Dredd, la legge sono io (1995) -Dieci buoni motivi per non guardarlo MAI

Sono incappato in Dredd per puro errore. Volevo vedere la versione del 2012 e, guarda un po’, sono finito a vedere la versione del 1995.  Niente di più sbagliato per il mio cervello. Ecco i dieci motivi per cui non dovreste guardarlo mai. E la faccia del regista, nel caso vogliate comprendere che faccia ha il cul0.

  1. Stallone. I film con Silvester Stallone sono un errore. Un po’ perché è S.S.l’acronimo del suo nome e fa male. Un po’ perché fa film di merda a prescindere. Se poi nel film ha le lenti a contatto blu, quella pellicola è ascritta sotto la dicitura di “crimine contro l’umanità”. E a noi non piacciono i crimini contro l’umanità compiuti da SS con gli iridi azzurri. Almeno da dopo il processo di Norimberga.screenshot-28
  2. Ambientazione. E’ possibile presentare un futuro distopico classico, post-nucleare senza plagiare BLADE RUNNER? Sembra di no. E all’esterno di queste megacity, il deserto. Indovinate un po’? Uguale al deserto di MAD MAX. ORA BASTA, inventatevi qualche idea nuova, ci avete scocciato.screenshot-11mad-max-visuals
  3. Razzismo. E’ possibile che in tutti i film americani i criminali sono sempre immigrati neri, ispanici o est-europei nonostante non esistano più le città e le nazioni di un tempo? Sembra di si. E’ possibile rappresentali diversamente dai personaggi di narcos e/o le figurine di gomorra. Sembra di no.screenshot-46
  4. Il declino di giurisprudenza. La legge “classica” ha fallito; non si fanno più gli esami di diritto romano  e ormai esistono “I GIUDICI” che sono delle figure a metà tra il poliziotto a.c.a.b. e il giudice di Law & Order. Questo non sembra tanto fantascienza ed è un bene perché non dobbiamo sentire più ragazze incazzose di giurisprudenza parlare di “Diritto privato”  come il male al ragazzo di turno. Ma va bene. Un processo per omicidio dura circa dieci secondi. Cioè meno di quindici anni… Questa invece è pura fantascienza. screenshot-14
  5. Robot incauti. Un robot cattivissimissimo può chiamarsi ABC (ATP-binding Cassette) NO. Perché? Perché NO. Perché ci sono almeno cento nomi fighi per entità maligne, come: Abigor, Abracas,Alastor, Amon, Astaroth, Azazel etc.screenshot-24
  6. ACAB pàgano. Il giudice DREDD dopo una condanna per omicidio viene arrestato, giudicato e condannato nel giro di qualche ora. Questa è fantascienza.screenshot-29
  7. Nomi azzeccatissimi. Perché un umano androide cattivo si deve chiamare Malo? Come un povero rapinatore rumeno?.screenshot-39
  8. Fantagenetica. LA genetica non è un gioco. L’eugenetica nemmeno. Si scopre che Dredd ha lo stesso DNA di suo fratello RICO (?) e che sono entrambi il frutto di un progetto genetico di clonazione (sic) per generare il soldato perfetto.  Quindi dovrebbero essere gemelli omozigoti, un po’ come i cloni di STAR WARS. Omozigoti= stesso DNA= identici. E invece no. MA COSA? tumblr_lk6u43z09k1qfgfj5Addirittura si scopre che RICO sta formando dei cloni dal proprio genoma. Cloni di entrambi i sessi. MA DOVE CAZZO AVETE STUDIATO.
  9. Libertà violate. Il laboratorio genetico è situato nella testa della statua della libertà. Ma cosa cazzo mi significa .Screenshot (52).png
  10. Asessualità. Non puoi essere Silvester Stallone e venire baciato da Diane Lane e non reagire ma, anzi, andare a lavorare. SEI UN IDIOTA, i combattimenti di Rocky ti hanno fatto male.screenshot-54
  11. Ok ho detto dieci motivi. E bla bla bla. Ma volevo solo dire che la colonna sonora è una cagata pazzesca da far rabbrividire i film su telecapri.

E quindi non guardatelo mai.