La fine

Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi.

Epicuro ( trad.Graziano Arrighetti 1967)

Le strade di Napoli erano insolitamente vuote. I lampionai in casacca grigia stavano già accendendo le lampade a gas quando passai per via Toledo. Il portone di Palazzo Cirella era ancora aperto, dopo il saccheggio avvenuto a maggio. Quel palazzo stava là e con quella bocca spalancata emetteva i gemiti d’agonia di chi è stato mortificato nell’anima. Che vergogna. Niente rimaneva delle barricate di maggio se non qualche pietra mancante dal basolato di vesuvite. Forse di questo 1848 si perderanno le tracce.
Tomaso viveva in un appartamento abbastanza discreto. Niente di particolare ma per i soldi che aveva era stato un buon affare. Entrai nell’appartamento, adagiai il mantello sull’appendiabiti e venni subito accolto da un odore chirurgico. Laura, l’infermiera del nosocomio degli Incurabili, mi guardò con uno sguardo fisso. <<Si rifiuta di mangiare e di bere. Dorme la maggior parte del tempo. Ha un’ulcera di Charcot al sacro da qualche ora che non regredisce. E’ il segno che io ho finito qui.>> Le annuì, appoggiando il suo compenso sul tavolo. Poco dopo sentì il rumore della porta che si richiudeva.

Un uomo smunto e cachettico era steso sul letto. Attraverso le palpebre semiaperte si identificavano due congiuntive itteriche. Il collo secco pulsava a tratti sotto la spinta della carotide. Sembrava quasi di potergli raccogliere le clavicole tanto che erano sporgenti. Era sopito in un sonno profondo e irrequieto. Forse cercava di sfuggire da qualcosa ma non ce la faceva. Dalla bocca, chiara come una piuma di cigno, provenivano rantoli e un lamento continuo e insistente.
<<Svegliatevi, amico mio. Come state?>> Nessuna risposta. Gli presi la mano ed era fredda, ruvida, gonfia. Sistemai una sedia al capezzale. <<Signor Tomaso, svegliatevi.>> Il volto gli si contrasse e le palpebre si innalzarono, lente, a scoprire due occhi cerulei cerchiati di giallo. D’un tratto la sua posizione cambiò. Si tese tutto e la bocca gli si spalancò, come se la mandibola gli fosse caduta dalla testa. Le gengive ritirate scoprivano i denti che, nella loro interezza, sembravano quelli di un lupo. <<Buonasera. Vi stavo aspettando>>

<<Non avete paura?>> <<Paura? Prendete piuttosto un’altra sedia per far sedere mio figlio.>> <<Vostro figlio? E’ morto di tisi due anni or sono. Come fate a non avere paura?>> <<Non dite sciocchezze, non lo vedete, sta accanto al letto e ha freddo. Vieni, Giacomino. Siediti qui! Prendete una sedia e una coperta per lui, per Dio! Stalliere! Preparate i cavalli, dobbiamo andare. Stalliere! Devo partire, preparate i cavalli. Luisa! Ho la nausea. Maledetti ladri! Dovete stare attento, ci sono molti ladri in questa casa. Ho qui il mio portafoglio nascosto con i soldi. Come avete detto che vi chiamate?>>
<<Chi sono non importa. L’importante è che io sia qui con voi.>>

Gli misi una mano sulla fronte e riprese lucidità. Mi guardò fisso con uno sguardo carico di dolore. <<Caro Tomaso, vedo che state un po’ meglio. Ne sono felice. La natura, sapete, dissemina semi di gioia e di dolore in ogni cosa. Stamattina, ad esempio, ho visto uno stormo enorme di uccelli volare in maniera talmente ordinata da sembrare un unico essere vivente. Danzavano e, a modo loro, erano felici. D’un tratto un uccello si è separato dagli altri ed è andato altrove. Gli animali quando capiscono che è la loro ora si congedano dai loro affetti e vanno a morire in un luogo dimenticato da Dio.>>
<<Le bestie muoiono in pace. Per gli umani è diverso. Io sto morendo, è vero?>>
<<Temo di si>>
<<E voi chi siete, un angelo del bene?>>

<<Io sono colui che sono. Il miracolo dell’esistenza si apre a voi umani con l’eleganza di un sipario. In scena c’è un atto unico ma a voi non interessa e non vivete, crogiolandovi nelle promesse di un aldilà. Gli oggetti di scena sono sistemati in maniera alquanto maligna, per farvi cadere. E voi cadete e a volte non vi rialzate neanche. Il caso muove gli eventi eppure tutto sembra accanirsi contro di voi. Ogni scusa è buona per non vivere e vi aspettate sempre un lieto fine. Ed ora il siparo si chiude ed eccomi qui.>>
<<Ma quindi non c’è nessun lieto fine?>>

<<Addio Tomaso.>>
<<Addio.>>

 

In copertina:  Eduard Munch . Night in St. Cloud, 1890 Oil on canvas, 64.5 x 54 cm The National Museum of Art, Archtecture and Design
P.O. Box 7014 St. Olavs plass, 0130 Oslo
Norway

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Dialogo che rese cieco Omero

C: …Ma perché poi mi hai chiamato? Saranno passati venti anni!

N: Stanotte ti ho sognato e sapevi di cannella; il profumo era intenso, balsamico. Mi sono svegliato e la luce dei lampioni traspariva tra le fessure della finestra. E’ stato difficile lasciarci andare, eh?

C: Eh.

N: Il letto è ancora quello grande e spesso mi sveglio nella notte e mi chiedo dove sono e se ci sei. In effetti dormo male o forse è altro. Certo che allungare la mano e non trovarti è penoso.

C: Non hai mai saputo mentire. Sono passati anni, figurati se pensi ancora a me!

N: Qualche tempo è già passato ma le paure sono sempre le stesse: non so dove vado, non capisco da dove vengo ed ho questo senso di sconfitta quotidiano che sa tanto di birra calda. Puoi certamente capirmi: è molto triste avere tanti progetti e vederli lentamente sfumare via.

C: Si un po’ ti capisco.. Ma c’è anche da dire che l’essere incapaci ci apre milioni di porte e di amicizie. Dicono che oggi fa cool non sapere fare un cazzo, tipo fare i DJ o i fashion blogger. Invece l’essere qualcosa è un peccato mortale e non si può confessare davanti ad una Tennents smezzata perché è da stronzi ed attira chissà quali invidie.

N: Ti ricordi di L.? Chissà se si è laureato. Si, proprio quel ragazzo che improvvisamente non mi rivolse la parola per cazzi strettamente suoi. Un giorno mi disse che avrebbe certamente accettato la raccomandazione di qualche suo parente per andare avanti all’università.

C:Che bestia. E’ proprio squallido sapere di essere talmente insignificanti da affidarsi al parentismo più selvaggio. E non avere progetti…

N: E’ impagabile, quando ne parliamo. Le risate che mi faccio… Nel compatirlo.
C: Toh! Ecco le eclissi di vite dei ragazzi in piazza il sabato sera.

N: Oi! Aperitivo!

C: Si sentono già vissuti già a venti anni, sbraitano contro tutto, dall’Apartheid al muro di Israele. Non sanno niente, camminano con una fiala di disperazione in una mano e una pasticca di MD sotto alla lingua.

N: Che incapaci, davvero.

C: E’ colpa nostra: noi gli abbiamo messo quelle reflex in mano.

N: Possiamo ancora affogarli con le cinghie.

C: Mio figlio si sta prendendo una triennale del cazzo nei sei anni di rito. Mi chiede anche i soldi per uscire la sera. Ma che mi dicevi riguardo te?

N: In questo periodo non so bene perché sono vivo. Non so né quando né con chi né se qualcosa prima o poi accadrà.

C: E’ che in questa città le regole non valgono nulla. E’ tutto caos e violenza, come quando avevamo noi venti anni.

N: Mi diverto a sentire chi dice che è tutta una impressione, che è tutto perdonabile a chi ha sofferto e blabla. E penso di no, fate cagare e basta. E’ violenza gratuita anche nei discorsi, è tristezza e spesso non c’è uscita.

C: Ogni tanto sono costretta a frequentare chi in questo contesto si è integrato… Mi viene l’angoscia del pesce fuori dall’acqua. E boccheggio nel capire che il mio posto non è qua, mentre sospiro a pieni polmoni questa aria che non è la mia….

N: …E allora pensi a Cambridge!

C: Bravo! Chi poco mi conosce mi prende in giro, perché ormai tutti pensano a Cambridge perché chiunque è stato in Inghilterra…

N: …Chiunque, maledetti voli low cost…

C: …Ma chi invece mi conosce, cioè praticamente nessuno, sa che io ci vivrei ma non per fare un dispetto a questa terra ma perché è un gesto naturale di ritorno all’ordine.

N: Ricordi quando fantasticavo su una carriera accademica pura, senza fronzoli, senza sotterfugi, senza servilismi o vili baronie da onorare.

C: Si, eri interessante. Ma già vecchio.

N: Si, ma anche tu.

C: Perché sei rimasto qui?

N: Mi sono innamorato.

C: Vedi, resti un inguaribile romantico.

N: Pensala come ti pare, fra dieci giorni parto. Vieni anche tu, sarà divertente vederli sprofondare direttamente dal canale di BBC news.

C: Ho da fare, ma grazie.

Ruderi

Ti scrissi ti amo sul muro.
E’ stato abbattuto.

Fumavi nel letto. Poi cadde
un sole di fiamme.

Coperto di fuoco sgargiante.
Un urlo straziante.

La morte, deserto rifiuto
di uno specchio muto

Macerie,  polveri, mattoni.
Ruderi di amori.

Nemmeno le ossa sepolte:
di te resta niente.

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La finestra

“La Gioconda”. Lei alzò immediatamente gli occhi dal giornale e lo puntò. “Si, hai sentito bene, quella di Leonardo”. “Tu sei completamente pazzo”. Lui non riuscì a sorridere perché quelle parole lo corrodevano. Emise un sibilo e poi, misurando ogni sillaba, le disse: “Potrà anche darsi ma tu – sinceramente – cosa trovi di bello in quel quadretto?” “Quadretto… Ma che problemi hai? E’ bello perché.. E’ la Gioconda! Non c’è un motivo preciso, è bello e basta!” “Ragiona: una specie di alieno grigio su uno sfondo cupo sarebbe così bello? Io preferisco una qualsiasi natura morta.” Lei strabuzzò gli occhi e rimase giusto qualche istante sconvolta a guardarlo. Si accorsero entrambi che il silenzio era diventato quasi palpabile; “Non ho mai visto quella finestra aperta.” “Non la apro mai, dà su un panorama inguardabile”. Forse era la finestra chiusa o la distanza che si stava formando tra le loro due anime a farle sentire così freddo. “E sentiamo, cosa altro sarebbe sopravvalutato?” osò, simulando un tono di voce calmo. “Il Partenone. Un rudere da due soldi, da demolire. E dimenticare. E la Nike di Samotracia? Una scopa con le ali.” Lei si alzò di scatto e uscì dalla porta. Tornò dopo pochi minuti con due tazzine di caffé. “A te è amaro. Ma come fai?” “Ho bisogno di sentire il sapore originale. E’ questo che ci differenzia: io preferisco evitare gli zuccherini e andare all’essenza delle cose. Tu preferisci i costrutti. Ma è l’età”. Una gatta nera ancheggiò sinuosamente per lo studio e si diresse tra le braccia del giovane seduto sulla poltrona. Lui la accarezzò per qualche secondo poi la scacciò. “La fontana di Duchamp, è arte. Ti piace?” “Quella cosa non ha alcuna essenza, è solo un cesso. Utile al suo venditore e a chi ci piscia dentro”. Era caduto nella sua trappola e lei, con soddisfazione, ululò: “Tu, il grande Roberto Mors, consideri la maggiore opera del ‘900 un semplice cesso. Stai rinnegando almeno un centenario di critici e qualche tuo libro. Quasi non ci credo che sei professore all’Accademia di Brera e che ti ritengano un artista influente del panorama europeo” “Smettila. Faresti bene a dimenticare cosa dice quella marmaglia: io ho smesso. Ho smesso con quella roba, è tutta una dipendenza. Mi volevano cambiare con i soldi e quegli squallidi buffet. Ma io non dirò mai che la vita è bella. Non farò più niente che possano comprare per appendere nei loro salotti. Appendano la mia merda. Merda contemporanea.” “Piero Manzoni è diventato milionario con questa idea, me l’hai insegnato tu. Hai solo trentadue anni e già parli come un vecchio.”Lui la guardò fissa con due tizzoni ardenti al posto degli occhi: “il bacio di Hayez.” “Ancora!” “Un contatto di labbra: triste, opaco, piccolo e insignificante come l’autore. E il Discobolo? Una scopiazzatura di chi sa cosa. Un gobbo sarebbe stato più atletico.” dicendo queste parole si diresse verso la libreria, selezionò con cura alcuni tomi e tornò a sedere. Poi iniziò a stracciare e buttare nel cestino i propri libri.  Uno ad uno. “Questo sulla visitazione del Pontormo. Un disastro, non avevo capito nulla. E su Bill Viola? Niente. E questo scritto sull’Apocalisse di Dürer? Mi fa venire l’orticaria, quando l’ho scritto a cosa pensavo? Capisci, è tutto stasi, vuoto, assenza d’idea? Non c’è arte, non c’è niente, ho sbagliato tutto.” Si strinse la testa tra le mani e iniziò a stringere i denti, battendoli aritmicamente. “Roberto, stai esagerando ora. Mi fai paura, sei bianco. Sei tanto stanco. Vai a letto.” La osservò su quella sedia di paglia e la odiò.“Tu vattene. Subito. E non tornare più.”  Andò via senza emettere alcun suono.

Quella notte sognò un’aquila in fiamme. Si svegliò stranita con un presentimento e decise di andarlo a trovare.

Aprì la porta con le chiavi e trovò che il letto era vuoto. Su un ottavo piano d’aria c’era la finestra spalancata.

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Tra dieci anni

Caro L.

so che stai leggendo queste righe nonostante tutto. Posso capire la tua reazione al fatto che non ti amo e la accetto. Invece il fatto che tu non voglia parlarmi da ormai due settimane è per me ridicolo e infantile. Molto da te, insomma. Vorrei ribadirlo per non darti false speranze:NON-TI-AMO. E lo leggerai fino alle ultime righe di questa prima e ultima lettera che ti scrivo. Non ho intenzione di scusarmi né di esserti amica e non ho bisogno di tempo per ripensarci. E’ tutto vero. Certo sei sempre stato un lagnone ma non potevo immaginare che avresti fatto quella scenata nello scoprirlo. In quella tavola calda tutti ti guardavano: che vergogna! Non te n’eri minimamente accorto? E’ stato triste vedere quelle lacrime calde rigare la tua barba. Per non parlare della vomitevole chiamata che mi hai fatto l’altra sera. Non fare il bambino, ok? Non è stato un caso che dopo ti abbia chiesto di riaccompagnarmi a casa: ti voglio bene e non volevo che facessi cazzate. Mi hai chiesto “cosa ho sbagliato” e ti ho tentato di rispondere, ma ti sei rinchiuso nel tuo monologo. Ti rispondo ora: hai sbiagliato ad innamorarti di me. Questa lettera potrebbe finire qui. Volevo scrivere “fattene una ragione, ok?” ma voglio farti un regalo: voglio spiegarti.
A differenza di quella stronza di mia madre io ho sempre rifiutato le emozioni del “tanto per”. E mi sono ripromessa di essere sempre sincera. Tranne con te. Non mi fraintendere: mentirti non è stata una scelta ma una necessità materiale. Non è mai stato vero che ti amavo sin dalla prima volta che te l’ho detto. Ricordo ancora quel giorno: era mezzogiorno e stavamo nella nostra casetta sul mare. Sembravi felice e vedevo nei tuoi occhi quella luce che può dire solo due cose: hai avuto una insolazione o sei teneramente innamorato. E allora ti ho detto: “ti amo”. No, sinceramente non ci ho pensato molto e l’ho fatto di impulso. Mi stringesti forte e fu ok ma capii subito di aver sbagliato. Ma non ne potevo più delle tue scenate isteriche quando me lo dicevi e io cambiavo discorso. Se uno non te lo dice vuol dire che non lo prova. Ok? Non è un fatto personale: sei abbastanza carino, simpatico e mi fai sorridere ogni tanto.. Inoltre quel tuo chiacchiericcio antipatico è indistinguibile da un sottofondo televisivo: un ottimo soporifero. Dici che hai sofferto: lo so benissimo. E’ questo il motivo per cui ti ho lasciato solo ora. Quest’anno i miei sentimenti per te hanno oscillato dalla pena alla tristezza e, credimi, mi sto contenendo. Il picco negativo è stato quando anche a letto sei peggiorato. Non è colpa mia se hai avuto quella brutta malattia e che il bastardo di tuo padre è morto. Gli piaceva bere ed era già morto quando iniziammo a frequentarci.
Si, ti ho mentito ma non me pento minimamente. Un giorno, quando sarai sinceramente più maturo per capire, mi perdonerai. So che lo farai. Perché è meglio un sincero odio che un falso amore. Tu avevi bisogno di me e io ci sono stata, ma ora io ho bisogno di altro. Questa è la realtà, caro mio: dura da digerire ma più vera di tutti gli stupidi fumetti che leggi. Un giorno mi cercherai: fallo quando avrai finito gli studi e vienimi a prendere nella tua Maserati grigia. Sarai ricco e forse mi piacerai un po’ di più per questo: mi offrirai qualcosa di meglio di quel vinello di merda che compri al supermercato e, se mi andrà, scoperemo subito. Allora forse potremmo iniziare una relazione seria e ti spiegherò quanto è stato difficile, dieci anni prima, fare la cosa giusta.

Riguardati.

Emma.

Sole d’uranio _ Racconti del Microchip

Al mio Giorgio. Sono le quattro del mattino e sono ancora sveglia; stanotte non ho chiuso occhio per la tosse. Non riesco a respirare bene. E poi: piove. Da mesi. Lo sai che se piove ne sono schiava e potrei giacere ore e ore a sentire passivamente quella sinfonia sempre nuova. Puoi lontanamente immaginare quanti pensieri mi vorticano nella testa? No. Vorrei tanto che almeno per un attimo mi si manifestassero talmente chiari da poterteli esprimere bene. Vorrei essere un pittore per poter dipingere i colori che ho in testa. Non mi basterebbero centinaia di tele bianche. La vedo proprio dura: le parole sembrano sempre poche quando si parla di te. Sinceramente sono un po’ confusa e quindi probabilmente mi sarà impossibile dirti tutto in modo giusto, limpido e coerente. Ti chiedo scusa già da ora ma ritienila una mia piccola vendetta per il fatto che te ne sei andato così, senza nemmeno salutarmi.
Sono stesa sull’amaca che legasti tra i due salici. Ora è tesa tra due muri. Quanti pomeriggi d’estate abbiamo passato qui sopra. Se avvicino le narici e tiro forte mi illudo che si senta ancora il profumo fresco della tua pelle. Odorarti era come sgocciolare fragranze aromatiche direttamente nel cervello. Quanto eri bello quando ti trovavo addormentato ad aspettarmi. Il tuo corpo era molto più di nervi, ossa, tendini e pelle: era un tempio nel quale era lecito sprofondare. Quanto era uomo quel cadere svogliato dei tuoi capelli sulla fronte.
Ti ricordi quando ci incontrammo? Stavo passeggiando quando da sotto ad un berretto rosso pomodoro ti intravidi disteso davanti casa mia. Che ci facevi là, chi lo sa. In quel periodo (di merda) tutte le cose belle mi disturbavano perché mi sentivo la più brutta e stupida racchia su questa terra e non sapevo che farne di me, della mia vita e – soprattutto – dei miei capelli. Tu mi insegnasti ad amarmi, amandomi. La vita ha davvero humor. Tu invece eri proprio un pazzo, non parlavi con nessuno e facevi un sacco di stronzate. Sentivo il bisogno fisico di parlarti e col tempo capii che aveva a che fare col fatto che ti amo. Ancora mi chiedo come cavolo facesti ad innamorarti di me. Una notte d’estate mi svegliasti in preda ad una specie di mania: eri tutto sudato, dicevi di avere sognato di perdermi. Io forse ti snobbai un po’ finché mi stringesti forte e mi dicesti con due occhi vitrei “Sei schifosamente perfetta quando emani questa luce: sei una stella di neutroni, sei la distanza tra due atomi di idrogeno.” E ti addormentasti. Quella fu la volta in cui mi accorsi che “ti amo” è riduttivo quando qualcuno ti paragona a una stella di neutroni.
Quanto è cattiva la vita: ti dà l’amore più grande e poi vi divide crudelmente. Fu un sole a dividerci. Un sole che esplose tredici minuti dopo la mezzanotte del 14 dicembre 2145. In città si svegliarono tutti: giusto il tempo di sentire il boato e sentirsi diventare polvere. Io abitavo in campagna e fui salva e anche tu lo saresti stato se poco prima non te ne fossi andato. Mi torturo ogni giorno perché non ebbi il coraggio di trattenerti dall’andare in città, quella sera. Orgoglio.
Quando pensiamo alla morte diamo fondo a grande fantasia perché ci sembra una cosa talmente gigantesca da avere bisogno di grandi mezzi qualitativi e quantitativi per manifestarsi. Quella sera la realtà mi dimostrò che invece bastano tempo, spazio, voltaggio e massa iniqui per distruggere. Qualche chilogrammo di uranio e mezzo battito di ciglio e scomparisti dalla mia vita, assieme a migliaia di altre vite. L’unica vostra colpa era lo stare in città.
Quando prima leggevo le cifre delle grandi stragi della storia mi sembravano numeri. Quando ho visto il notiziario e ho scoperto che eri sfumato sono collassata e ho percepito un dolore che poi ho capito universale. Come poteva essere che quella tavola piatta di macerie potesse essere la nostra città? Eppure era là, non era rimasto niente. E che tu fossi evaporato?
Vorrei non doverti scrivere questa ennesima lettera per poi doverla bruciare nel fuoco. Vorrei solo che la leggessi:vorrei aver avuto un figlio da te. Mi farebbe compagnia in questo bunker. Vorrei rivedere i tuoi occhi nei suoi. Quanto ti vorrei qui, quanto vorrei la tua luce invece di questi neon.
Quanto vorrei credere che ti rincontrerò.

4) Un amore di Energia _ Ciclo degli addii

Non mi conoscerai mai. Al manifestarsi di questa realtà mi sento talmente impotente che quasi mi attenuo. Questo “attenuarsi” è difficile da spiegare: è simile a quando voi cacciate liquidi da quei sacchetti nascosti a lato degli occhi: noi ci disperdiamo. Non mi aspetto che tu capisca anche se è qualcosa di correlato all’aumento della vostra entropia. Soprattutto non pretendo che il tuo cervello concepisca l’Emozione che sto provando in questo momento nello scriverti. E’ uno sforzo per me usare le parole che ho appreso dallo studio del vostro linguaggio per riuscire ad esprimermi umanamente: è stato difficile attribuirmi un genere e un numero perché noi non abbiamo queste distinzioni. In verità sarebbe anche difficile spiegarti che non sto scrivendo “in questo momento” ma che -nel vostro concetto di tempo- è come se l’avessi sempre fatto. Ad essere sincera, mi stanno strette molto anche le vostre emozioni: confuse con i vostri organi interni, categoriche, definitive. Eppure allo stesso tempo: incostanti.
Ti ho conosciuto un giorno, mentre lavoravi alla postazione orbitale: ad un tratto tu eri là. E’ una anomalia per noi, ma io ti ho percepito nel campo delle vostre tre dimensioni. Mi sono sforzata molto per visualizzarti, come sarebbe difficile per te immaginare la forma di un edificio complesso e perfetto decifrandola da una singola linea. Ma ce l’ho fatta: eri bellissimo. Sto ridendo nello scrivertelo, perché in effetti non sembra avere senso che un essere senza forma come me dica che un ammasso di materia come te sia “bello”. Ma lo sei. E’ l’energia che irradi, forse quel colore delle.. Squame? Pelle! Che hai… Così simile all’assenza di onde radio, il tuo buio.. E hai quel manto di lunghe cordicine che naturalmente ti cadono sulla.. schiena? Semplicemente perfetto.
Tristezza. La tristezza con la quale provo a scriverti invade ogni campo semantico esistente nei vostri romanzi. In qualsiasi lingua. Per farmi capire da te, che hai dei limiti spazio-temporali,  potrei dirti che è talmente grande da essere “universale”. Dico che è difficile per me esprimere la grandezza delle mie emozioni perché la cosa che per voi è la più grande e inconcepibile, questo universo, è per noi insignificante quanto un granello di polvere. Diciamo che -se fossi umana -adesso starei sorridendo: è divertente mettermi nei vostri panni perché per riferirmi a quella che per noi è realtà devo necessariamente fare uso di figure retoriche poetiche.  Noi siamo fatti di Energia: a te, che sei un fisico, staranno brillando gli occhi. Credimi: ci stiamo fraintendendo. Energia non è quella che stai pensando tu ma un concetto a cui la tua scienza arriverà, forse tra qualche centinaio di anni. La nostra “Energia” è come contenuta in un ente, che chiamiamo Singolo. Secondo i miei familiari -prendila così, sarebbe difficile spiegarti i nostri legami di parentela- sono pazza, perché ho deciso di donare il mio Singolo a te, che non potrai mai ringraziarmi né mai mi conoscerai. Esso è il regalo più grande che possiamo fare ad un essere vivente: così grande che per noi significa attenuazione perpetua. E per il ricevente: vita.
Caro Edoardo, io e te abbiamo una sola cosa in comune: siamo intrappolati nel tempo. Il mio è certamente più esteso ma concettualmente non cambia molto: dobbiamo entrambi morire. L’unica differenza è che io posso decidere quando,come e, soprattutto, per chi: tu no. Di certo in questo universo il dolore non è distribuito uniformemente: tu, nell’inconsapevolezza di quanto ti avrei amato, certamente riesci a vivere. Io no. E’ difficile spiegarti questo. Non potrò mai sapere se mi ami quanto ti amo io: che frase infantile. Davvero riuscite a descrivere l’amore con così poche parole?
Mentre ti guardavo, quel giorno, ho visto il percorso della tua vita come per te sarebbe guardare un quadro bidimensionale; e ho visto come morirai. E’ terrificante perché lascerai due figlie simili a te e una moglie che ti ama. Ho deciso allora di donare a te il mio Singolo: la comprensione del mio gesto non può rientrare nel campo del vostro altruismo perché, semplicemente, è inconcepibile per voi.

Quando ti arriverà questa lettera io sarò già finita. Non mi aspetto che tu capisca che significhi per me: non saprai mai niente altro di me oltre queste parole. Grazie a me guarirai dalla tua malattia e vivrai a lungo.

Per sempre tua.

3) Un Professore _ Ciclo degli Addii

“Buonasera. Lei è l’unico che sa che sono qui e, per cortesia, non avverta nessun altro. Ora, da bravo, sieda su questa sedia e non si scaldi troppo… I miei familiari – da buoni sciacalli- stanno aspettando che muoia da tempo. Ora che sto finalmente andando posso finalmente decidere chi volere al mio capezzale. Loro si accontenteranno di certo della mia salma bianca e dei quattro spiccioli che sono rimasti sul mio conto. Non mi guardi così, non ce l’ho certo con loro: ho sempre vissuto solo e ora sono ancora solo, a parte ovviamente lei. Si metta comodo e – glielo chiedo per favore – sorrida. Sa, non c’è commedia più comica della vita… Si rende conto? Due anni fa mi sono ammalato della stessa malattia che ha ucciso mio padre, e mio nonno prima di lui;quella stessa malattia che -da giovane- ho studiato e che – da vecchio- ho insegnato a diagnosticare a giovani promettenti come lei. Ho un conto in sospeso con la morte: non ricordo nemmeno il numero di corpi dai quali l’ho estirpata a mani nude e quindi ora devo pagare. Questo preambolo era necessario, non mi chieda altro, per favore.
Si chiederà perché ho convocato qui, in una circostanza così grama, proprio lei. Potrei certo dribblare la domanda chiedendole per quale motivo è venuto. Ma, le dirò, i vecchi come me si annoiano facilmente nel giocare con le parole e sarò schietto. Alla fine di una lezione di maggio lei – impertinente di natura-  mi chiese se io da oncologo potessi credere in dio. Certamente ricorderà che la liquidai in malo modo.. Ma certo che si ricorda perché si arrabbiò talmente tanto da non venire più a lezione! Ma ci incontrammo all’esame, per credo.. Quattro volte. Lo so, lei credeva che la torturassi per puro sadismo e me ne vergognerei se solo non fossi convinto di averlo fatto per lei e per il dono che ha. Ma lo scoprirà col tempo: ora non parliamone più e forse, fra qualche ora, risponderò alla sua domanda.
Non ho bisogno di essere pianto da nessuno e lei è qui solo per assistere all’ultima lezione della mia vita. Vorrà perdonarmi se ho scelto lei come unico sfortunato uditore. Il perché della mia scelta morirà con me: forse lo scoprirà un giorno, forse mai. Bravo, prenda un bicchiere d’acqua anche per me e, faccia una cosa: apra il cassetto e accenda due sigari. Se non fuma, è la volta buona per iniziare. La lezione d’oggi è la più importante che abbia mai fatto: non voglio esagerare ma so che la accompagnerà per tutta la sua carriera.
Parleremo degli addii. Le avranno certamente insegnato che in ogni storia c’è sempre chi è fermo e si muove. Penelope aspetta Ulisse; Anchise aspetta Enea; Beatrice aspetta Dante. Ma la verità è che non esiste un confine netto tra le due figure. Non mi guardi così: i miei parametri vitali sono perfetti per un malato terminale e non sto sragionando. Ci ragioni: la distinzione tra chi è in movimento e chi è fermo dipende dal punto di vista. Prenda un astronauta che intraprende un lungo viaggio e saluta la propria figlia di dodici anni. Quando ritornerà dalla profondità dello spazio lui avrà trascorso dieci anni tra i corpi celesti e i raggi gamma e lei avrà attraversato l’adolescenza e magari grandi amori e sarà quasi una donna. Per non parlare delle distanze fisiche. E’ difficile distinguere nettamente chi ha viaggiato da chi è stato fermo: è tutta questione di punto di vista. Il succo è che in un universo schizofrenico dove tutto si muove senza alcuna distinzione reale l’addio non è niente, non esiste se non come nostro -convenzionale- punto di rottura tra ieri e domani. Non esiste addio che tenga unita per un attimo la realtà: il reale è tutto un vortice di spazio-tempo, un materializzarsi e smaterializzarsi improvviso ed imprevedibile di casualità. A quanta gente ha detto addio nella sua vita? Ora sono tutti qui. Ogni abbraccio è un uroboro che sta per sgretolarsi, un cerchio perfetto che lentamente si deforma e si allunga all’infinito. Ogni addio ci mette di fronte al timore di perdere e ci sovviene la necessità di fissare il ricordo, come fosse una scultura greca prima che si disintegri. Ma la realtà è che, come tutti sono qui, nessuno è mai stato qui. Nell’addio quelli che vanno e quelli che restano vanno talmente veloci da non accorgersi di essere una cosa sola ma nello stesso tempo in ogni istante infinitamente lontani. La vita, caro amico, è tutto un gioco di ruolo.. Per convenzione chi paga il biglietto crede di star andando e magari mentre guarda fuori dal suo treno immobile il pianeta rotolare, desidera di fermarsi…  E chi resta fermo? Si sente trafitto dalle onde d’urto del movimento del treno, che invece è immobile. Entrambi stanno cambiano, evolvendosi e mutando, perché mentre lacrime solcano i loro visi uno tsunami di vita li sta travolgendo e trascinando verso altre spiagge, altre montagne: sul fondo di altri mari.  In quanto a dio dovrà perdonarmi ma spero non esista un essere superiore talmente irrazionale da meritare ogni stima e profondo disprezzo.
La ringrazio per l’attenzione ma ora sono stanco e il dolore è insopportabile. Questa dose di fenobarbital basterà per finirla qui.  Ora se puoi farmi un’ultima cortesia, non ti chiedo altro: vattene

2) Il treno _ Ciclo degli addii

Puntualissimo il treno 6943 arriva in banchina e, sbuffando, si ferma. Una folla densa e ordinata inizia a scendere nella stazione di Grottarossa. Solitamente mi piace osservare le facce della gente per trovarne qualcuna familiare: stavolta no. Sei ancora in macchina, ti intravedo dall’altro lato della banchina; non volevi nemmeno accompagnarmi finché non hai capito che era l’ultima volta. Come sai essere fredda quando soffri. Improvvisamente il corpo è leggero mentre salgo il primo scalino: liberazione. Dalle tue paranoie. Secondo scalino: liberazione. Dalle tue ansie. Terzo scalino: liberazione. Dai nostri sbagli. Tanto è leggera che sembra di non avere tutti i regali che ti ho fatto in valigia. La tazza blu con la bandiera inglese: so che ci tenevi molto e credo che la distruggerò appena arrivato a Ravenna. Cedo e ti guardo. La macchina non c’è più: meglio così. Salire su questo treno è stata la scelta migliore che ho fatto negli ultimi millecinquecento giorni. La terra si muove e si allontana ma è solo il treno che è partito e mi porterà via da questa zona rivoltante. Mi sistemo sulla poltroncina mentre distrattamente guardo fuori dal finestrino: c’è una persona con la testa fra le mani, seduta su una panchina. Ha i tuoi capelli. Le tue scarpe. I tuoi vestiti. Certo che vesti proprio di merda. Per un millesimo di secondo credo di volerti abbracciare per un’ultima volta e dirti quanto ti ho amato per poi -vaffanculo – rinfacciarti tutto. Ma poi è la panchina vuota a ricordarmi che sarebbe bellissimo se tu fossi ancora su questa terra.

1) La pioggia _ Ciclo degli Addii

C’è un vento innaturale stasera, sembra voglia strapparci la carne da dosso. Siamo ancora seduti a questo caffè: poche parole di odio sono gocciolate su questo tavolino come disciolte nell’acido. Ora giacciono contorte e confuse, formando macchie di colore senza alcun senso. Non c’è luce eppure è ancora mattina: siamo distrutti; orrendo combatterci con gli stessi corpi coi quali sei ore fa ci amavamo nel tuo letto. Ora. Ora tu sei là, ti vedo di fronte a me. Stai guardando altrove e hai i muscoli della faccia tetanizzati. Con la mente sei già lontano; vorrei rincorrerti ma guardi il cellulare. Ormai il gioco è a chi vince e tu sai che io amo vincere. Però non ti alzare. Non ancora. Parlami ancora magari decido di retrocedere. Ti prego abbracciami e fatti sentire. Ridiamo di questa stronzata: sono sempre bellissimi i tuoi occhi ma quanto sono piccoli e rossi ora. Non mi guardi nemmeno in faccia quando ti alzi. Mi gira la testa mentre butti due euro sul tavolino e ti incammini mentre la pioggia bagna le tue spalle bellissime. Avrei voluto dirti qualcosa ma la mia lingua era immobile. Avrei voluto avere due ali per raggiungerti ma nei miei occhi vedevano solo rosso e i miei muscoli erano come paralizzati dal sarin. Sono riuscita solo a respirare mentre le gocce di una grandine malata mi rimbalzavano sulla felpa. Che cogliona: sono rimasta tutta la giornata seduta al nostro tavolino ad aspettare che tornassi, mi prendessi in braccio e mi dicessi che mi ami.
Ho capito tutto solo quando, dopo cena, sei passato in piazza mano nella mano con lei