Gramigna -la Valle di Hinnom

Giunge un rumore, un frastuono dalla città,
un rumore dal tempio:
è la voce del Signore che paga
il contraccambio ai suoi nemici.. ISAIA 66 -6

16 settembre
Caro diario,
anche stanotte ho sentito dei rumori. Ho chiesto agli altri ospiti dell’albergo ma non hanno sentito niente.  Erano rumori troppo forti per non averli svegliati.

17 settembe
Si chiama Carl, è stato lui a bussare alla mia porta, stanotte.Ho sentito chiaramente il suo nome. Che ci fa di notte tra i corridoi?

18 settembre
Caro diario,
non riuscivo a dormire. Ero teso.  Poi ad un tratto ho sentito un suono come di piatti rotti. Mi sono messo la vestaglia e sono sceso nella hall. Anche il custode stava dormendo. Sul registro dell’albergo non c’è nessun cliente di nome Carl .

24 settembre
Fanno tutti finta di dormire. È uno scherzo crudele.  Non trovo più le mie pillole.

25 settembre
Stanotte ho parlato con Carl. Dice che lui non può mostrarsi a me perché avrei paura e quindi possiamo chiacchierare solo da dietro la porta. Ha detto di avere mille anni.

30 settembre
È impossibile avere mille anni. Non sento rumori da quasi una settimana. Carl forse se ne è andato.
15 ottobre
Carl ha lasciato una lettera sotto la mia porta. Era bianca con scritto solo una parola: sacrificio.

30 ottobre
Mentono tutti. Carl è uno dei clienti dell’albergo che mi prende in giro.  Mi prendono tutti in giro. Lui mi ha detto di aspettarlo domani. Ho spalancato la porta e non c’era nessuno.

1 novembre
Stamattina mentre mi radevo l’ho visto. Era dietro lo specchio, con un rasoio identico al mio tra le mani.  Mi guardava fisso.  Ha detto che gli dispiace di avermi rubato la faccia ma che purtroppo lui non ce l’aveva. Poi ci siamo tagliati all’unisono e abbiamo unito le mani piene di sangue ai lati dello specchio. Ora siamo fratelli.

2  novembre
Alle 3 mi sono svegliato e ho trovato sul cuscino accanto al mio la divisa, un coltello e una chiave passpartout. È un coltello da potatura. Carl ha lasciato le impronte dei piedi scalzi sul pavimento e si è scusato di aver preso in prestito le mie pillole per addormentare tutti. Mi sono vestito e poi lui ha rubato il mio corpo e ha detto che stanotte la avrebbero finita di prenderci in giro.

3 novembre
Stamattina l’albergo è silenzioso. Mentre mi radevo, di Carl, nemmeno l’ombra. Mentre mi aggiustavo la divisa ho notato una targhetta sul taschino.
Sta scritto : Carl Strogoff. – Giardiniere del Royal Hotel.
Che cosa curiosa, non ci avevo mai fatto caso.

Uno sacrifica un bue e poi uccide un uomo,
uno immola una pecora e poi strozza un cane,
uno presenta un’offerta e poi sangue di porco,
uno brucia incenso e poi venera l’iniquità.
Costoro hanno scelto le loro vie,
essi si dilettano dei loro abomini;
anch’io sceglierò la loro sventura
e farò piombare su di essi ciò che temono. In ogni mese al novilunio,e al sabato di ogni settimana,
verrà ognuno a prostrarsi
davanti a me, dice il Signore.Uscendo, vedranno i cadaveri degli uomini
che si sono ribellati contro di me;
poiché il loro verme non morirà,
il loro fuoco non si spegnerà
e saranno un abominio per tutti».Isaia 66 

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Bob

Bob era una persona tranquilla,
che problemi non aveva mai dato.
Sfacchinava, tutto il giorno
nel suo chiosco di fiori.

Bob era molto amato in città
e nessuno lo aveva mai visto
arrabbiato o irritato:
Bob era una persona a posto.

Come va Bob? Dove vai
con quel martello in mano?
Cosa vuoi fare? Dove vuoi andare?
Hai qualcosa da aggiustare?

Bob era una persona tranquilla
che non si arrabbiava mai
ma quel giorno, di buon mattino
con un martello era sceso per strada.

In una mano un gran martello
dentro la testa un gran casino
camminava , barcollava
e la gente lo fissava.

Come va Bob? Dove vai
con quel martello in mano?
Cosa vuoi fare? Dove vuoi andare?
Hai qualcosa da aggiustare?

Nel negozio del fratello
Bob è entrato piano piano
e quattro colpi sul bancone
ha spaccato ogni vetrina

Poi nel retro è entrato
e ha trovato il suo parente
con sua moglie coricato
in un letto di cartone

Come va Bob? Dove vai
con quel martello in mano?
Cosa vuoi fare? Dove vuoi andare?
Hai qualcosa da aggiustare?

Cosa fai, Bob? Posso spiegare…
Non è come tu credi.
Stavamo parlando qui sui cartoni.
Non vorrai mica….

Le due mani assai sudate,
sulla bocca schiuma bianca,
quei due occhi neri neri
e del sangue sulle mani.

Come va Bob? Dove vai
con quel martello in mano?
Cosa vuoi fare? Dove vuoi andare?
Hai qualcosa da aggiustare?

Bob aveva un gran martello
ora ha le mani legate.
L’hanno arrestato, processato e
il verdetto: era impazzito.

Come va Bob? Dove vai
con quel martello in mano?
Cosa vuoi fare? Dove vuoi andare?
Hai qualcosa da aggiustare?

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Teresa e la Napoli esoterica. (prima parte)

Allora lavoravo in sartoria. E’ un mestiere pulito e ringrazio mia madre per avermelo insegnato così bene. Il negozio era situato a piazza Trieste e Trento, a due passi da casa nostra. Di clienti ce n’erano tanti e di tutti i tipi: dalla gente povera quanto noi ai clienti più facoltosi che non badavano a spese. Come sempre accade fu in un giorno uguale a tutti gli altri che tutto, improvvisamente, cambiò. Era un un giovedì: la città giaceva deserta nella morsa della calura di luglio. Tutto per strada quasi ardeva. Quella mattina era tutto tranquillo. Il primo cliente fu Geppino, il pescivendolo, che voleva rattoppare un panciotto. Poi verso le dieci entrò nella bottega una donna mai vista. Dall’abbigliamento sembrava una ricca: infatti il signor Gennaro la accolse a braccia aperte e, poco dopo, scomparve con lei nel suo ufficio. Posso certo dire, senza ombra di smentita, che stettero chiusi là dentro per giusto dieci minuti. Quando uscirono mi impressionai davvero: il viso di don Gennaro era impallidito e i suoi tratti improvvisamente trasfigurati. Lei invece uscì molto rilassata dalla stanza, con una espressione neutra in viso. Indossò con movimenti lenti e regolati un soprabito nero e uscì dal negozio senza salutare. La seguii con lo sguardo attraverso al vetrina e sentì i suoi occhi agganciati su di me. Aveva perso un biglietto dalla tasca: provai a chiamarla per restituirglielo ma si era come volatilizzata nell’afa.
“Che è successo, qualche problema?” “Niente, Teresa. Torna a lavorare… Anzi : vai a casa che oggi chiudiamo prima. Non ti preoccupare di venire domani: ci vediamo direttamente lunedì” Estrasse una carta da centomila lire dalla tasca e me le diede e quasi mi spinse fuori dal negozio. Tutto mi appariva strano ma, lo sai bene, quando hai venti anni non ti fai troppe domande. Tornai spedita a casa e quella sera dormii davvero male: mi tornava in mente lo sguardo di quella donna e la sognai più volte.
Mi svegliai con un peso sul letto. Era la nonna, che era seduta sul bordo e mi scrutava. “Buongiorno, nonna.” Non rispose, come sempre. Ma la smorfia del suo volto diceva tanto. “Qualcosa non va?” “Tere’, stanotte non ho dormito. Non mi succede mai.” “Lo so, nonna, ma che vuoi fare? Sta facendo caldo e poi sei vecchiarella.. Lo vuoi capire?” Lei mi guardò di sbieco mentre una danza di pulviscolo vorticava nell’aria disegnando linee di luce. “Teré, è una cosa seria. Io dormo sempre bene. Ora ho un cattivo presagio” guardò in alto, poi il suo sguardo si concentrò sul comodino. “Teresa, ieri hai incontrato qualche persona?” “No, nonna.” “Ma si, facci caso, hai incontrato qualcuno.. Strano?” “Ma perché? Comunque si ho incontrato una signora nella bottega di Gennaro..”Le pupille della vecchia si polarizzarono istantaneamente sulle mie. “Una signora, dici. Mica è suo quello?” Seguì il suo sguardo e in effetti stava puntando il biglietto che la donna aveva perso davanti al negozio. “Si, nonna, ma non ricordavo di averlo raccolto ” La vecchia allora mi prese la mano e la strinse fortissima, poi vi poggiò qualcosa di metallico. Sussurrò delle parole che non capii e poi disse: “So che mi ritieni una vecchia pazza e, ti dirò, forse lo sono. Ma ti chiedo solo di mettere al collo questa pietra. E’ molto più preziosa di quanto sembri. Indossala, fallo per me.”
Era una pietra verde incastonata in una cornice d’argento, davvero bella in verità. La misi al collo e mi alzai lentamente dal letto mentre un forte odore di incenso si espandeva dalla stanza della nonna.  Quella mattina dovevo incontrarmi con Lidia a piazza Del Gesù. L’Obelisco dell’Immacolata proiettava la propria ombra sui cubetti di porfido del manto stradale, dividendo quella griglia stretta in due grandi quadranti. Lidia tardò un po’ e rimasi qualche tempo seduta al bar in piazza ad osservare il magnifico bugnato dell’ex Palazzo Sanseverino. Qualcosa di verde brillante attrasse la mia attenzione. “Ciao Teresa, scusa per il ritardo”. “Figurati!” Abbassai lo sguardo e per un attimo vidi sedersi la donna del negozio. Strabuzzai gli occhi e vidi Lidia che aveva già iniziato a chiacchierare di ragazzi. Dovevo essere proprio stanca. Il vento soffiava via la polvere dal suolo mentre sorseggiavo il mio caffè. Per pagare estrassi il portafogli dalla borsa e assieme ai soldi mi trovai in mano quel biglietto! La nonna doveva avermelo messo nel portafogli, non c’era altra spiegazione. Lo strappai e lo buttai nel cassonetto.
Salutata Lidia, mi diressi verso via Tribunali per ritirare un libro. Lungo via Benedetto Croce notai con disappunto che tutti i negozi erano chiusi: niente vetrine, che delusione. Ad un tratto la strada si fece buia e al centro vidi una strana processione. Una serie di figure incappucciate procedevano in maniera marziale al centro della strada, sostenendo con braccio una grossa cassa e l’altro una fiaccola; le loro vesti purpuree erano inquietanti e pensai che fosse un funerale davvero stravagante. Quando mi passarono accanto sentì che recitavano qualcosa in latino ma la cosa che più mi colpii fu che  erano talmente morbidi nel muoversi che sembrava galleggiassero nell’aria. Quando passò la cassa notai con orrore che non aveva il coperchio e si poteva guardare dentro: era vuota. In quel momento la processione si fermò e tutti si girarono simultaneamente verso di me. Mi sembrò che sotto quei cappucci non ci fosse niente e ebbi talmente paura che iniziai a correre come una forsennata.
Arrivata a piazzetta Nilo mi precipitai nel ristorante di Salvo e, appena lo vidi, lo abbracciai fortissimo. “Sono contentissima di vederti!” Lui rise “Ma ti senti bene?” “Sfido a non farsi impressionare! Ma ti pare il caso di fare un funerale così vistoso? ” Quale funerale? La chiesa è chiusa oggi! Hai sempre voglia di scherzare” “Ma come, sono tutti là!” Guardai dietro le mie spalle e in effetti la strada era deserta. “Ok, ho chiaramente bisogno di dormire: ti saluto. ” “Brava, dormi che sembri stressata. Ciao Teresa!” Mi incamminai verso casa e mi sentì chiamare da Salvo, che mi raggiunse correndo. “Prima ti è caduto questo” Rimasi esterrefatta nel vedere il biglietto nero tra le sue dita.

(continua)

Quando finì il mondo

<<Per prima cosa il cielo si aprì e da allora il tempo non ebbe più senso.  Migliaia di navi discesero e stormi di stelle cadenti distrussero tutto ciò che esisteva. Ogni cosa ebbe fine e cadde in rovina: i fiumi amari e uccelli di ferro distrussero i campi. Non ci fu più di che nutrirsi e fu così che ogni legge e dunque ogni libertà divennero insensate. Fu allora che ci accorgemmo di aver convissuto con i nostri nemici più grandi: gli umani. Qualcuno impazzì e iniziò ad uccidere: forte era l’illusione che non fossero tutti già morti. Qualcuno iniziò a pregare, altri assunsero farmaci per morire in fretta. Quella mattina Elsa ed io ci svegliammo insieme e senza dire un parola sgusciammo nella capsula. E prememmo il bottone. Avevamo 16 anni e….>>

La voce si interruppe.
Eros era un piccolo  sveglio,  di quelli che si fanno tante domande; ogni sera chiedeva a suo nonno di raccontargli  quella storia di come erano arrivati là. E lui ne era felice. Anche quella sera una goccia si levò dall’occhio anziano disperdendosi nel liquido del vagone letto. Si sistemò anche lui nel letto così freddo da quando l’ anima aveva deciso di lasciare il corpo di Elsa.  Nella cabina della stazione orbitante traspariva la  stella IRISblu.. Erano già passati 52 anni da quando se n’erano andati. Chiuse la tendina con un tentacolo e si addormentò.

La notte in cui vendetti l’anima

Una donna ho incontrato la notte del mio suicidio; mi ha visto mentre mi lanciavo dalla torre del paese di ****** e si è lanciata con me. Io in caduta libera, irregolare, goffa, lei quasi nuotava, elegante: non cadeva, con le sue ali grigie. Molto avevo letto delle Creature nei trattati di demonologia e magia nera che avevo trafugato dalle tombe di Salem. Orbite, prive di occhi, fiammeggiavano, dita nodose come un platano terminavano con lunghe unghie-bisturi, lunghi capelli stopposi, la pelle nera, sulfurea, la bocca, buco ripugnante coronato di tantissimi denti minuscoli e appuntiti. Mi ha guardato negli occhi, è entrata nella mia testa. La sensazione è stata come di qualcuno che sfogliasse il mio cervello. Mi ha surrurrato il suo nome aprendo a malapena la bocca; ho intravisto la sua lingua bifida. La sua voce sembrava uscire da una profonda caverna, ricca di echi e di note basse, come sinfonia di ottoni infernali. Abbiamo iniziato a parlare di anima, paradiso, inferno… Era divertita dal mio ateismo che definiva “ingenuo”. Mi ha mostrato il suo seno consumato da migliaia di pustole a forma di croce rovesciata e poi, poggiandomi un pollice sulla fronte, mi ha fatto vedere la mia morte.  “Dammi l’anima, altrimenti ti schiaccerai”. L’idea del mio corpo che si sfracellava mi ha fatto dire “Si”. Non sono caduto più e migliaia di ali rumorose mi hanno alzato in volo e lasciato sull’apice della cupola della cattedrale di San ******. Il sole stava sorgendo.

Fu la prima mattina in cui sentii questo strano senso di vuoto nel petto.

Stomaco

Una goccia di pioggia scivolò giù dal suo impermeabile di neoprene rosso e cadde sulle Converse. Si frantumò sulla tela delle scarpette, come una rosa immersa nell’azoto liquido; che cazzo di idea però metterle con quel tempo di merda. Il cielo era di un blu xenon,  le nuvole come macchie di sangue tossite su un fazzoletto.  Raffiche di vento. Girando la chiave nella serratura ebbe un brivido freddo lungo la schiena. Dal midollo spinale fino alla base del cervello. Un’onda acustica che si rifrange in mille echi fino ad auto annientarsi, come una tromba d’aria. Calda, accogliente, il caminetto acceso, l’odore di buono;  non c’è posto più sicuro di casa. Si chiuse la porta alle spalle e, lanciato l’impermeabile sull’attaccapanni, iniziò a slacciarsi le scarpe zuppe.  “C’è nessuno in casa? “ -Silenzio- Un po’ seccata, crollò sul divano e accese la TV via cavo. Ebbe la sensazione che mancasse qualcosa sulla parete. C’era odore di sugo bruciato e silenzio interrotto solo dal soffocare della brace nel camino.  Aspettava che sua madre le chiedesse come ogni giorno come fosse andata a scuola, per rispondere col solito “tutto bene” che la faceva incazzare come una belva. – Silenzio.- Spense il televisore e planò in cucina: aveva fame. Trovò come ogni giorno il suo piatto già preparato sulla tavola. Carne . Mangiò con gusto (anche se il sapore era un po’ insolito) mentre faceva un giro su Facebook con il suo palmare. Provò a chiamare sua madre sul cellulare ma niente. Un clangore metallico; “click”, una fiamma, un profondo respiro, lungo, esperto. Sbigottita, si alzò di scatto  brandendo i pugni “Mamma, cazzo, hai ricominciato a fumare?” -Silenzio- Tutto nella casa taceva; il camino si era spento, grandine sulla finestra di plexiglass come un monotono rumore bianco. “Stronza, mi rispondi? Hai ricominciato a fumare? Iniziò a perlustrare casa sua, seguendo l’odore di tabacco americano. Entrò in camera sua e ad un tratto si immobilizzò. E’ una reazione istintiva: lo stomaco si contrae come una larva di zanzara nella citronella. E’ la paura, l’adrenalina; in quel momento la tensione evolutiva si fa sentire tutta e in un millesimo di secondo decidi da che parte stai. Fuggi o ti immobilizzi. Un paio di stivali neri, lucidi, sporchi, sotto le tende. Una sagoma silenziosa, in controluce. “Chi cazzo sei?? Dov’è mia madre?? “ Cercava di ragionare, ma l’unica immagine che le si proiettava nel cervello era quella della parete del televisore.  Pensò di star impazzendo. Due occhi scintillarono come due lampadine a incandescenza il tempo improvvisamente rallentò. Il vuoto sulla parete. I piedi pesanti. Le gambe immobilizzate Non c’è aria per urlare. L’ascia per spaccare la legna. Con un balzo la figura alzò l’ascia e iniziò a colpie selvaggiamente. La fronte imperlata di sudore, sussurrò guardandola morire:

“Nel tuo stomaco”

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Storie brevi della fine del mondo.

I) Giornata come tante. Una famiglia seduta a tavola. Televisore acceso. Volume alto che copre il silenzio. E’ la fine. Nessuno se ne accorge. I corpi si contraggono. Le dita lunghi filamenti. Le bocche si serrano. Gli occhi spariscono.I corpi diventano corde. Quattro corde nere su quattro sedie. Televisore acceso. Volume alto che copre il silenzio.

II)Kamir è un uomo. E’ malato: dimentica tutto dopo pochi secondi.  Sale in metropolitana per tornare a casa. Dimentica di non essere a casa e scende. Kamir parte in metropolitana mentre Kamir è fermo alla fermata. Paradosso spazio-temporale. L’universo collassa.

III) C’era un re mille anni fa. Un re malvagio. Regalò un gioiello a sua figlia. Un gioiello maledetto. La figlia invecchiò subito appena lo indossò. Morì. Il gioiello fu nascosto in uno scrigno. Lo scrigno invecchiò e morì. Fu gettato nella fossa marina più profonda. Quel mare invecchiò e morì Mille anni dopo un mago potentissimo chiamò il gioiello. Esso tornò. Il re lo regalò a una bambola. La bambola visse, invecchiò e morì. Fu seppellita nel tempo. Il tempo invecchiò e morì. Tutto finì.

IV) Un giorno il sole si spense. Le piante morirono. La terra congelò. Gli alberi gelarono. Gli uomini tornarono alle caverne. Quasi tutti morirono, i più forti resisterono e si mangiarono tra loro. Poi una mattina il sole si riaccese ma erano già tutti morti

V) Due vecchi giocano a bocce. Due bocce si scontrarono. Un buco nero si apre e risucchia tutto.

VI) Una strega non riusciva a dormire. Rapì dieci bambini e li uccise. Fu processata e maledisse il nome di Hans Rogberg. Cento anni dopo dei genitori chiamarono un loro figlio Hans Rogberg. Divenne un grante pittore. Non si accorse di aver dipinto l’universo. Regalò la tela ad un medico. La casa del medico bruciò e con lei tutto.

VII) Daniela è una grande studiosa. Cerca nei libri l’origine del tempo. Giorni e notti sui testi per capire. L’intuizione. Il corridoio e un libro nero enorme. Ruba le chiavi del Tempo. Come castelli di carte, l’attesa, l ricordo e la coscienza scompaiono il reale si sgretola come sabbia e poi scompare.

VIII) Un mendicante aveva l’equazione della vita e la cedette a un matematico in cambio di un tozzo di pane. Il matematico lo uccise, poi vendette l’equazione in cambio di molto denaro. Spese tutto in pellicole fotografiche. La formula venne usata per scopi maligni e tutti morirono.

IX) Amava la fotografia. Fotografò un angelo. L’angelo la portò via con sé e la sposò. Ebbero un figlio, luminosa chimera, che uccise dio. Gli angeli piansero. I demoni scoperchiati i sepolcri, iniziarono una guerra senza quartiere contro gli angeli, per la supremazia sulla terra. Lucifero fece un patto con Gabriele. La vita si estinse in cambio del corpo del Cristo.

X) Un giorno nulla nutrì più e tutti morirono di fame.

XI) Il profeta Herfe aveva annunciato parole d’odio e di morte. Nessuno lo ascoltò e lo lapidarono. Quella stessa  notte gli uomini iniziarono a camminare sui soffitti. Il giorno dopo tutto sembrava essere normale e nessuno si curò di niente. La notte dopo i bambini iniziarono a  ululare e a riempirsi di peli. Sembrava tutto normale, diedero medicine. La notte dopo mani enormi tirarono tutti sotto i letti e li uccisero. La notte dopo i sopravvissuti morirono affogati da serpi grandi e nere. La notte dopo sopravvissi solo io, il profeta Herfe.

XII) Finisce l’aria

Un blocco stradale

Ieri sera c’era un blocco stradale, davanti casa mia e mille e mille lucertole chiodate avanzavano nel buio, verso di me. Io saltai ed urlai per scappare, mi inseguirono ratti neri grossi, spettri di morti oscuri, dimenticati. Cercai le chiavi di casa, in fretta, mentre mi raggiungevano piccioni dagli occhi rossi assetati di carne, putrefatti dentro, tossici. Entrai in casa, nel tepore buio del piano a coda e risolsi che il mondo, là fuori, stava morendo di cancro. Biascicai due o tre parole-non ricordo- mentre le gocce transitavano-camion- sulle mie autostrade di ricordi. Andai a letto, la finestra, altoparlante sull’universo, trasmise le urla di gente, disperata, umiliata, che urlava.  Ieri sera morirono tutti, ieri sera, stracciati dai famelici ratti, penetrati dai chiodi delle lucertole.

Prima l’era dei dinosauri.

Poi l’era dei primati.

Stanotte l’era dei morti.

Luna, Gioba, Kernel e io

Siamo qui, Luna, Gioba, Kernel e io. Non che siamo poi tanti; restiamo fermi, immobili, in una strada di provincia a  guardare i cespugli bruciati dalle radiazioni; è l’unica cosa fattibile. Nemmeno una macchina che passi, ormai da più di sei giorni. Inutile dire che non abbiamo né acqua né roba da ingurgitare ma resistiamo bene. Luna muove le mani verso qualcosa in cielo. Lei crede negli UFO e stronzate simili e aspetta che qualcosa ci venga a prendere: illusa. Dice che è sorda. Io non ci credo. Gioba, sulla sessantina capelli nero corvino spruzzati di grigio, due occhiali enormi che coprono la sua faccia bucata. E’ matto da legare, infatti cammina con una camicia di forza che gli stringiamo nei momenti delle sue “crisi”. Kernel è ancora giovanissimo, un cretino completo, si è fumato tutto quando aveva quindici anni ed ora ragiona con mezzo cervello e ripete sempre e ancora il nome della ragazza che l’ha mollato quando ha visto che non aveva un quattrino. La strada è liquida, o forse è il calore che allucina un po’ tutti.  Niente all’orizzonte. Un elicottero ci sorvola. << Kira! Kira! Kira!- Kernel sbatte la testa sulla sabbia-  Kira! Kira! >> Patetico. Luna gesticola verso il cielo e parla con qualcosa che non c’è.”La fine del mondo è vicina”; “Gioba? Che CAZZO dici?” << La fine del mondo è vicina! La fine del mondo è vicina, hai capito!!! – si lecca la faccia con la sua lingua lunghissima – E’ vicina, lo hanno detto loro, è vicina è vicina! Salvaci, signore lucertola, salvaci! ARGH! ARGH! >>. Stretta la camicia di forza, sembra si sia calmato abbastanza.  L’unica impellenza che sento ora è l’assenza di cibo. Che darei per un po’ di maiale. Un ‘auto nera. “Salite”. Saliamo. La radio da qualcosa di country -strano ma bello- e arriviamo in città. Negozi chiusi, case sprangate. Inizia a piovere intensamente, poi un branco di lupi enormi sbuca dal nulla e ci assale e poi buio. <<Kira! Kira! Kira! Kira! >> Qualcosa di infuocato cade dal cielo. Si sentono gli impatti dei crani di pietra che impattano al suolo. Un enorme aquila d’adamantio scende dal cielo e plana sulla pianura, rumore di bombardamento. Mi accorgo di essere morto.

Ultimi secondi di un terrorista

Il quadrante SPORCO dell’orologio da polso segnò le sette. Giusto in tempo per entrare nel tempio per il rito della sera. Il protocollo voleva così, massima puntualità, massima serietà, massimo impegno. Lui era uno un po’ fuori dalle righe, odiava gli orari e, in quanto a serietà ed impegno, non era mai riuscito a combinare nulla nella vita; essere “uno di loro” era diventata il senso della sua vita e quello era il giorno benedetto: il giorno della sua ascensione. Si tolse le SCARPE e, con una certa fretta velata da estrema sicurezza, aprì la porta dell’edificio, immergendosi in un fumo denso e bianco. Tutte le pareti erano colorate di rosso vivo e c’era un tanfo insopportabile di incenso. Il turibolo fumigante al centro della sala borbottava come la ciminiera di una macchina a carbone. Gente spinta fin sotto le pareti, tutti strettissimi in modo da occupare tutto lo spazio disponibile: c’erano quasi cinquemila infedeli quella sera. La sala, senza finestre, sembrava un enorme carro di bestiame. Cercò di avanzare sempre più verso il centro, dando spinte e calpestando molti piedi. Il suo viso, RASatO di fresco, si contrasse in un sorriso mentre sentiva tutti quegli invasati pregare il loro dio fasullo; fu tentato a farla finita subito ed estrasse dalla manica il telecomando. L’idea di infrangere il protocollo lo immobilizzò: doveva succedere tutto in un momento preciso, altrimenti sarebbe stato vano. COPERTO il detonatore con la mano, avanzò ancora verso il centro della sala, mentre attorno a lui si ergevano canti fanatici ed esasperati. Era dura resistere là dentro. Il calore si faceva sentire e l’incenso gli si era attaccato addosso come il tentacolo d’un polpo in fiamme. Il SAPORE di kebab gli toccava ancora il palato, mentre con la lingua si toglieva qualche pezzetto di carne rimasto fra i denti; per l’ultimo pasto aveva optato per qualcosa di leggero ed infatti aveva ancora un certo languorino. Strinse con forza il detonatore tra le dita e restò ad ascoltare. Nel cortile interno un PESCO pieno di frutti maturi, nel suo stomaco, istinto famelico. Stavano recitando il salmo 13 quando entrò indisturbato nel giardinetto e colse una PESCA. Sprofondò nella terra, infangandosi le SCARPE, mentre addentava il frutto. Dolcezza incredibile, contrapposta ad una sensazione bollente ed acida. Qualcosa gli perforò il cranio e cadde a terra, ocra negli occhi, un sorriso beffardo sul volto. Il fucile fumante di un militare della squadra antiterrorismo si stagliava nitido su uno degli altarini, in alto. Al panico succedette un attimo di silenzio, un applauso; ad uno ad uno tutti gli infedeli caddero al suolo, pregando il loro dio, le lacrime agli occhi. Ibrahim Assan Hu-Bladir era morto e loro erano sopravvissuti all’attentato.

Nuvola di fumo nero, la bomba esplose lo stesso: nessun sopravvissuto.