La fine

Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi.

Epicuro ( trad.Graziano Arrighetti 1967)

Le strade di Napoli erano insolitamente vuote. I lampionai in casacca grigia stavano già accendendo le lampade a gas quando passai per via Toledo. Il portone di Palazzo Cirella era ancora aperto, dopo il saccheggio avvenuto a maggio. Quel palazzo stava là e con quella bocca spalancata emetteva i gemiti d’agonia di chi è stato mortificato nell’anima. Che vergogna. Niente rimaneva delle barricate di maggio se non qualche pietra mancante dal basolato di vesuvite. Forse di questo 1848 si perderanno le tracce.
Tomaso viveva in un appartamento abbastanza discreto. Niente di particolare ma per i soldi che aveva era stato un buon affare. Entrai nell’appartamento, adagiai il mantello sull’appendiabiti e venni subito accolto da un odore chirurgico. Laura, l’infermiera del nosocomio degli Incurabili, mi guardò con uno sguardo fisso. <<Si rifiuta di mangiare e di bere. Dorme la maggior parte del tempo. Ha un’ulcera di Charcot al sacro da qualche ora che non regredisce. E’ il segno che io ho finito qui.>> Le annuì, appoggiando il suo compenso sul tavolo. Poco dopo sentì il rumore della porta che si richiudeva.

Un uomo smunto e cachettico era steso sul letto. Attraverso le palpebre semiaperte si identificavano due congiuntive itteriche. Il collo secco pulsava a tratti sotto la spinta della carotide. Sembrava quasi di potergli raccogliere le clavicole tanto che erano sporgenti. Era sopito in un sonno profondo e irrequieto. Forse cercava di sfuggire da qualcosa ma non ce la faceva. Dalla bocca, chiara come una piuma di cigno, provenivano rantoli e un lamento continuo e insistente.
<<Svegliatevi, amico mio. Come state?>> Nessuna risposta. Gli presi la mano ed era fredda, ruvida, gonfia. Sistemai una sedia al capezzale. <<Signor Tomaso, svegliatevi.>> Il volto gli si contrasse e le palpebre si innalzarono, lente, a scoprire due occhi cerulei cerchiati di giallo. D’un tratto la sua posizione cambiò. Si tese tutto e la bocca gli si spalancò, come se la mandibola gli fosse caduta dalla testa. Le gengive ritirate scoprivano i denti che, nella loro interezza, sembravano quelli di un lupo. <<Buonasera. Vi stavo aspettando>>

<<Non avete paura?>> <<Paura? Prendete piuttosto un’altra sedia per far sedere mio figlio.>> <<Vostro figlio? E’ morto di tisi due anni or sono. Come fate a non avere paura?>> <<Non dite sciocchezze, non lo vedete, sta accanto al letto e ha freddo. Vieni, Giacomino. Siediti qui! Prendete una sedia e una coperta per lui, per Dio! Stalliere! Preparate i cavalli, dobbiamo andare. Stalliere! Devo partire, preparate i cavalli. Luisa! Ho la nausea. Maledetti ladri! Dovete stare attento, ci sono molti ladri in questa casa. Ho qui il mio portafoglio nascosto con i soldi. Come avete detto che vi chiamate?>>
<<Chi sono non importa. L’importante è che io sia qui con voi.>>

Gli misi una mano sulla fronte e riprese lucidità. Mi guardò fisso con uno sguardo carico di dolore. <<Caro Tomaso, vedo che state un po’ meglio. Ne sono felice. La natura, sapete, dissemina semi di gioia e di dolore in ogni cosa. Stamattina, ad esempio, ho visto uno stormo enorme di uccelli volare in maniera talmente ordinata da sembrare un unico essere vivente. Danzavano e, a modo loro, erano felici. D’un tratto un uccello si è separato dagli altri ed è andato altrove. Gli animali quando capiscono che è la loro ora si congedano dai loro affetti e vanno a morire in un luogo dimenticato da Dio.>>
<<Le bestie muoiono in pace. Per gli umani è diverso. Io sto morendo, è vero?>>
<<Temo di si>>
<<E voi chi siete, un angelo del bene?>>

<<Io sono colui che sono. Il miracolo dell’esistenza si apre a voi umani con l’eleganza di un sipario. In scena c’è un atto unico ma a voi non interessa e non vivete, crogiolandovi nelle promesse di un aldilà. Gli oggetti di scena sono sistemati in maniera alquanto maligna, per farvi cadere. E voi cadete e a volte non vi rialzate neanche. Il caso muove gli eventi eppure tutto sembra accanirsi contro di voi. Ogni scusa è buona per non vivere e vi aspettate sempre un lieto fine. Ed ora il siparo si chiude ed eccomi qui.>>
<<Ma quindi non c’è nessun lieto fine?>>

<<Addio Tomaso.>>
<<Addio.>>

 

In copertina:  Eduard Munch . Night in St. Cloud, 1890 Oil on canvas, 64.5 x 54 cm The National Museum of Art, Archtecture and Design
P.O. Box 7014 St. Olavs plass, 0130 Oslo
Norway

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Difendermi da me _ Ciclo degli Addii

Molto tempo fa scrivevo spesso di te. Immaginavo i tuoi occhi posarsi su tutte  le cose che facevano parte della tua vita ed era bello. Io sono sempre stato un tipo strano e avevo deciso che non volevo volerti. Ma poi, dietro una malsimulata indifferenza, mi feriva sapere che fossi tra le braccia di qualcun altro invece che tra le mie. Una gelosia profonda per cui mi straziavo nel pensare che facessi i tuoi ragionamenti a chi forse non interessavano o nel pensarti addormentata tra i rumori di un’altra casa con un’altra luce che ti bagnava la pelle. Quel tuo odore giovane che entrava  nel cervello di un altro ragazzo.
Poi le cose cambiarono e ci ritrovammo. Stavolta era tutto diverso, ma non eri tu ad essere cambiata : un bozzo incerto di me è finito fuori dalla finestra e dalla porta sono entrato io. Abbiamo iniziato a creare qualcosa di così unico che mi sembrava matematicamente e logicamente inquantificabile. Forse è proprio la singolaritá della bellezza il limite della Scienza. Mentre mi innamoravo di te, ho iniziato a cambiare. Un sentimento strano, nuovo per me, mi faceva stare male al pensiero di farti del male e mi faceva avere voglia di proteggerti. Esordì dentro di me una voglia di sincerità, di maturitá,  di adultità: di vita.  Essere più veri con noi stessi è la cosa più difficile: ci rende deboli di fronte a chi invece mente.
Molto tempo fa ho scritto dei tuoi occhi. Ora non c’è più poesia nella mia giornata. Chi ti viola ti costringe a guardare direttamente negli occhi il mondo.  Ti costringe a guardare di nuovo il mondo reale e ti obbliga dire: “è tutto grigio qui“. Ti fa ammettere che era tutta una illusione.
Ogni parola poi rallenta, ogni rapporto umano diventa più insignificante. Tutto si inizia a sgretolare e come se un torrente si infiltrasse tra le tue ossa, ti smaterializzi molecole per molecola. Tutto sembra finire. E diventi improvvisamente un albero di città, ammansito dal poco nutrimento alle radici e mutilato dalle pioggie acide…...
Ora non so cosa resti di me. Potrei dire che sono morto e questa è la mia nuova pelle.  Non so più chi amo o chi odio. E chi sono.
L’autostrada che mi mostrarono anni fa sembrava smagliante; è invece piena di carcasse di animali morti e di macchine sfasciate. Ci entri di tua volontà ma poi sei obbligato a seguire il percorso delimitato e non puoi uscirne se non quando lo decideranno per te.  Piu avanzi più l’asfalto si sgretola e tutto si secca e resti solo, compresso nel tuo macinino. Che fumo che fanno le sterpaglie brucianti e le sacche del tuo sangue usate come estintori sono ormai annerite dal sole. Dietro al guardrail una distesa di ossa di montone, di capro e di umano. I Guardiani, con i loro registri di aspettative, ti aspettano pigramente dietro ai caselli e mentre ti avvicini ti misurano spanna per spanna. Possono decidere quanto vali e il prezzo da pagare loro è il tuo tempo.

Il tempo mi travolge mentre tento di trattenerlo tra le dita.
Ora tutti i miei schemi sono nuovi ma la spregiudicatezza è il dono inatteso del vivere senza di te.

Gramigna -la Valle di Hinnom

Giunge un rumore, un frastuono dalla città,
un rumore dal tempio:
è la voce del Signore che paga
il contraccambio ai suoi nemici.. ISAIA 66 -6

16 settembre
Caro diario,
anche stanotte ho sentito dei rumori. Ho chiesto agli altri ospiti dell’albergo ma non hanno sentito niente.  Erano rumori troppo forti per non averli svegliati.

17 settembe
Si chiama Carl, è stato lui a bussare alla mia porta, stanotte.Ho sentito chiaramente il suo nome. Che ci fa di notte tra i corridoi?

18 settembre
Caro diario,
non riuscivo a dormire. Ero teso.  Poi ad un tratto ho sentito un suono come di piatti rotti. Mi sono messo la vestaglia e sono sceso nella hall. Anche il custode stava dormendo. Sul registro dell’albergo non c’è nessun cliente di nome Carl .

24 settembre
Fanno tutti finta di dormire. È uno scherzo crudele.  Non trovo più le mie pillole.

25 settembre
Stanotte ho parlato con Carl. Dice che lui non può mostrarsi a me perché avrei paura e quindi possiamo chiacchierare solo da dietro la porta. Ha detto di avere mille anni.

30 settembre
È impossibile avere mille anni. Non sento rumori da quasi una settimana. Carl forse se ne è andato.
15 ottobre
Carl ha lasciato una lettera sotto la mia porta. Era bianca con scritto solo una parola: sacrificio.

30 ottobre
Mentono tutti. Carl è uno dei clienti dell’albergo che mi prende in giro.  Mi prendono tutti in giro. Lui mi ha detto di aspettarlo domani. Ho spalancato la porta e non c’era nessuno.

1 novembre
Stamattina mentre mi radevo l’ho visto. Era dietro lo specchio, con un rasoio identico al mio tra le mani.  Mi guardava fisso.  Ha detto che gli dispiace di avermi rubato la faccia ma che purtroppo lui non ce l’aveva. Poi ci siamo tagliati all’unisono e abbiamo unito le mani piene di sangue ai lati dello specchio. Ora siamo fratelli.

2  novembre
Alle 3 mi sono svegliato e ho trovato sul cuscino accanto al mio la divisa, un coltello e una chiave passpartout. È un coltello da potatura. Carl ha lasciato le impronte dei piedi scalzi sul pavimento e si è scusato di aver preso in prestito le mie pillole per addormentare tutti. Mi sono vestito e poi lui ha rubato il mio corpo e ha detto che stanotte la avrebbero finita di prenderci in giro.

3 novembre
Stamattina l’albergo è silenzioso. Mentre mi radevo, di Carl, nemmeno l’ombra. Mentre mi aggiustavo la divisa ho notato una targhetta sul taschino.
Sta scritto : Carl Strogoff. – Giardiniere del Royal Hotel.
Che cosa curiosa, non ci avevo mai fatto caso.

Uno sacrifica un bue e poi uccide un uomo,
uno immola una pecora e poi strozza un cane,
uno presenta un’offerta e poi sangue di porco,
uno brucia incenso e poi venera l’iniquità.
Costoro hanno scelto le loro vie,
essi si dilettano dei loro abomini;
anch’io sceglierò la loro sventura
e farò piombare su di essi ciò che temono. In ogni mese al novilunio,e al sabato di ogni settimana,
verrà ognuno a prostrarsi
davanti a me, dice il Signore.Uscendo, vedranno i cadaveri degli uomini
che si sono ribellati contro di me;
poiché il loro verme non morirà,
il loro fuoco non si spegnerà
e saranno un abominio per tutti».Isaia 66 

Dialogo che rese cieco Omero

C: …Ma perché poi mi hai chiamato? Saranno passati venti anni!

N: Stanotte ti ho sognato e sapevi di cannella; il profumo era intenso, balsamico. Mi sono svegliato e la luce dei lampioni traspariva tra le fessure della finestra. E’ stato difficile lasciarci andare, eh?

C: Eh.

N: Il letto è ancora quello grande e spesso mi sveglio nella notte e mi chiedo dove sono e se ci sei. In effetti dormo male o forse è altro. Certo che allungare la mano e non trovarti è penoso.

C: Non hai mai saputo mentire. Sono passati anni, figurati se pensi ancora a me!

N: Qualche tempo è già passato ma le paure sono sempre le stesse: non so dove vado, non capisco da dove vengo ed ho questo senso di sconfitta quotidiano che sa tanto di birra calda. Puoi certamente capirmi: è molto triste avere tanti progetti e vederli lentamente sfumare via.

C: Si un po’ ti capisco.. Ma c’è anche da dire che l’essere incapaci ci apre milioni di porte e di amicizie. Dicono che oggi fa cool non sapere fare un cazzo, tipo fare i DJ o i fashion blogger. Invece l’essere qualcosa è un peccato mortale e non si può confessare davanti ad una Tennents smezzata perché è da stronzi ed attira chissà quali invidie.

N: Ti ricordi di L.? Chissà se si è laureato. Si, proprio quel ragazzo che improvvisamente non mi rivolse la parola per cazzi strettamente suoi. Un giorno mi disse che avrebbe certamente accettato la raccomandazione di qualche suo parente per andare avanti all’università.

C:Che bestia. E’ proprio squallido sapere di essere talmente insignificanti da affidarsi al parentismo più selvaggio. E non avere progetti…

N: E’ impagabile, quando ne parliamo. Le risate che mi faccio… Nel compatirlo.
C: Toh! Ecco le eclissi di vite dei ragazzi in piazza il sabato sera.

N: Oi! Aperitivo!

C: Si sentono già vissuti già a venti anni, sbraitano contro tutto, dall’Apartheid al muro di Israele. Non sanno niente, camminano con una fiala di disperazione in una mano e una pasticca di MD sotto alla lingua.

N: Che incapaci, davvero.

C: E’ colpa nostra: noi gli abbiamo messo quelle reflex in mano.

N: Possiamo ancora affogarli con le cinghie.

C: Mio figlio si sta prendendo una triennale del cazzo nei sei anni di rito. Mi chiede anche i soldi per uscire la sera. Ma che mi dicevi riguardo te?

N: In questo periodo non so bene perché sono vivo. Non so né quando né con chi né se qualcosa prima o poi accadrà.

C: E’ che in questa città le regole non valgono nulla. E’ tutto caos e violenza, come quando avevamo noi venti anni.

N: Mi diverto a sentire chi dice che è tutta una impressione, che è tutto perdonabile a chi ha sofferto e blabla. E penso di no, fate cagare e basta. E’ violenza gratuita anche nei discorsi, è tristezza e spesso non c’è uscita.

C: Ogni tanto sono costretta a frequentare chi in questo contesto si è integrato… Mi viene l’angoscia del pesce fuori dall’acqua. E boccheggio nel capire che il mio posto non è qua, mentre sospiro a pieni polmoni questa aria che non è la mia….

N: …E allora pensi a Cambridge!

C: Bravo! Chi poco mi conosce mi prende in giro, perché ormai tutti pensano a Cambridge perché chiunque è stato in Inghilterra…

N: …Chiunque, maledetti voli low cost…

C: …Ma chi invece mi conosce, cioè praticamente nessuno, sa che io ci vivrei ma non per fare un dispetto a questa terra ma perché è un gesto naturale di ritorno all’ordine.

N: Ricordi quando fantasticavo su una carriera accademica pura, senza fronzoli, senza sotterfugi, senza servilismi o vili baronie da onorare.

C: Si, eri interessante. Ma già vecchio.

N: Si, ma anche tu.

C: Perché sei rimasto qui?

N: Mi sono innamorato.

C: Vedi, resti un inguaribile romantico.

N: Pensala come ti pare, fra dieci giorni parto. Vieni anche tu, sarà divertente vederli sprofondare direttamente dal canale di BBC news.

C: Ho da fare, ma grazie.

Alexa

Alexa era di turno anche quella sera. In un altro periodo avrebbe protestato per quei ritmi; ma facevano trentacinque gradi sottozero e di intrusi non se ne vedevano da giorni. E poi, parliamoci chiaro: le faceva sempre comodo un po’ di valuta extra. Il suo corpo giaceva ricurvo sulla sedia girevole quando all’improvviso il cicalino dell’HUB la svegliò”. “Che succede?” “Individui senza visto nel settore quattro” Rialzata la testa, portò con un movimento ampio l’avambraccio nel suo campo visivo. Sul visore olografico innestato le apparvero quattro sagome tridimensionali che si muovevano speditamente verso il muro di confine. Iniziò a muovere le mani per dare comandi all’HUB. “Iniziare i controlli di routine”. Lo scanner ottico analizzò i volti incrociando i dati biomorfologici con quelli contenuti nell’ Osaka principale; all’anagrafica le matricole corrispondevano. Avevano numeri di serie irreprensibili registrati nella citta di K5-4. La cosa strana era che si erano messi in viaggio senza un visto. Il sensore termico iniziò a lampeggiare ad indicare delle anomalie calorimetriche. Dapprima Alexa spinse il proprio corpo in mimetica modacrilica verso l’HUB per leggere personalmente i dati; poi premette il bottone del microfono e scandii seccamente: “Cittadini RK1002, AS4312, LO3453, e FD3043. Non ci è pervenuto alcun visto per il vostro viaggio e risultano anomalie calorimetriche. Fermatevi per il riconoscimento.” Nessuna risposta. Il loro avanzare divenne più convulso e feroce; erano quasi arrivati al primo recinto e stavano per scavalcarlo.

La militare percorse la scala a chiocciola della torretta e si sistemò sul sediolino del T33. Iniziava a fare freddo e una leggera umidità si stava insinuando tra i mattoni della muraglia. Allungò le braccia verso l’esoscheletro che subito si attivò e fuse i cavi con i suoi neuroinnesti. Una matassa anisotropa di capelli di un viola cloruro di cromo contornava due labbra screpolate che si aprirono appena: “Qui postazione quattro-tre-uno-uno, chiedo il permesso di terminare quattro creature alfa” “Ricevuto quattro-tre-uno-uno; confermata attività biologica completa: sei autorizzata.”. Alexa flesse terzo e quarto dito e una scarica di proiettili potenziati uscì dalle canne della mitragliatrice. Gli ovuli di rame e piombo raggiunsero in un quarto di secondo i bersagli ma esplosero cinque metri prima, frammentandosi e disperdendosi nella nebbia bassa. “Merda”. “Base, qui quattro-tre-uno-uno. Gli alfa hanno resistito al primo attacco; credo abbiano un difensore quantistico” “Ricevuto. Stiamo attivando i campi di forza attorno alla cinta muraria. Prova con le testate”. In sincronia con un movimento flessuoso delle sue dita, le canne della mitragliatrice si spostarono verso il basso cedendo il posto a due cannoni dal calibro elevato. Con una fiammata partirono due mini-missili balistici che centrarono in pieno gli obiettivi. La giovane ragazza esultò mentre un fumo denso saliva dal campo. “Ottimo lavoro”.

Alexa discese nuovamente nella camera di guardia e la porta stagna le si richiuse dietro. Appoggiò gli stivali nero grafene sulla console di comando e puntò con lo sguardo il monitor principale. I droidi spazzini stavano già ripulendo il campo dai residui biologici. Che efficienza. Stava facendo mattina ed era stanca. Stiracchiandosi, allontanò involontariamente lo sguardo dall’angolo di visuale del monitor. L’immagine dei cadaveri lavati via venne sostituita dal riflesso dei device ottici incavati nel suo volto in poliacrilonitrile.

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Dimenticanze

Lui morì di domenica. Erica, l’ infermiera dai capelli blu, me lo disse con un filo di voce: “Se n’è andato.“. Io non sussultai minimamente; un po’ me ne vergogno, un po’ no. Arrivai a casa sua sul tardi; lo trovai mezzo nudo sulla branda dove dormiva e un impiegato comunale lo stava vestendo bruscamente.
“Buongiorno! Finalmente un parente si è fatto vedere… Che vergogna, non aveva nemmeno un vestito elegante e glielo abbiamo dovuto comprare noi; ma non lo sapete che bisogna sempre preparare un vestito buono in vista di…”
“…Non sono un parente, sono solo un suo amico.” (Il vecchio alzò lo sguardo e poi sfilandosi la sigaretta da bocca  rispose con tono remissivo)
“Ah, beh mi scusi tanto.. Ma come, dei familiari non viene nessuno?”
“Nessuno – Seguì una lungo silenzio – Anzi, glielo dico sinceramente: c’era da aspettarselo. Era il classico tipo che non si faceva volere, né tantomeno volere bene, proprio da nessuno.” Il lavoratore abbassò lo sguardo e non rispose più; iniziò a canticchiare una antica melodia mentre chiudeva gli ultimi bottoni della camicia.

La funzione fu identica a tutte le altre: grigia. Fuori dalla bara c’eravamo un prete, l’infermiera ed io e dentro un telamone impomatato. Quando il ministro benedisse per tre volte la cassa col turibolo fumigante Erica accennò una smorfia di dolore; mi sfiorò la mano e gliela strinsi per un attimo solo. Poi nulla più: non una lacrima cadde sul sagrato ed era giusto così. Ai funerali dei vecchi stronzi non è consentito piangere e forse questa era la prima volta che proprio nessuno ne sentiva il bisogno.
Ci allontanammo e le foreste negli occhi della giovane ragazza mi si puntarono addosso. Poi ruppe di colpo il silenzio:
“Aldo, ora non ci vedremo più, eh?”
“Si, e quasi mi dispiace non avere più una scusa per vederti… Ora che farai?”
“Che dirti… Lavorerò all’ospedale centrale per qualche tempo, poi credo che me ne andrò da qui.”
“Dove andrai?”
“Lontano.”(Lo stormire delle foglie quasi copriva il rumore delle automobili in transito lungo il viale alberato)
“Non c’è proprio nulla che ti mancherebbe di qui?” (La guardai intensamente.)
“Niente al mondo.(Tentando di cambiare rovinosamente argomento) A proposito, devo darti una cosa. Tieni. Queste sono le chiavi della moto nel granaio. Prima di andare ha detto che ora è tua.”
“Davvero?” (Quasi le strappai le chiavi da mano, nascondendo appena la delusione per la sua freddezza esplosiva)
“Si e, fatti una risata, ha anche detto che te la dava solo perché non aveva nessuno a cui lasciarla. E che resterai sempre una gran testa di cazzo. Ma questo lo si sapeva già.” (Accennò un sorriso)
“Già. Grande.. Il vecchio pazzo mi ha lasciato il catorcio anteguerra”.
“Stammi bene, caro.”
“Ciao Eri.”

La mattina dopo mi svegliai sul divano. L’orologio della cucina segnava le cinque e non un uccello cantava, né una fronda si muoveva nel vento: era tutto un muro di silenzio condito sul quale si stagliavano i primi bagliori del mattino. Ripensai ad Erica: il funerale di Lui era stata probabilmente l’ultima volta che l’avevo vista e lei, per salutarmi, mi aveva dato la mano. Al momento non me ne ero reso conto ma in effetti era stata la cosa più triste del mondo: io mi aspettavo che nonostante quel velo di freddezza mi avrebbe abbracciato e poi ci saremmo baciati finalmente.. E invece niente. Chi lo sa se lo sapeva che mi era sempre piaciuta… La prima volta che la vidi aveva un vestiti floreale, il suo naso piccolo e all’insù e si stava mettendo la matita in maniera quasi scientifica. Ne rimasi folgorato. In tutti quegli anni mai avevo accennato a qualcosa in più di una candida amicizia ma in cuor mio speravo se ne accorgesse. Di lei in particolare mi piaceva il suo parlare un po’ di tutto e quell’odore di buono che accompagnava ogni sua parola. Avevo immaginato mille volte di tuffarmi nel sapore della sua bocca e di divorarle le labbra come fossero mollica di pane imbevuta nel latte.Che coglione a non averglielo mai detto. Adesso avrebbe certamente sposato qualche tizio di città e abbandonato nel passato me e tutti i ricordi di un inizio di carriera di provincia.

Fu strano uscire di casa e arrivare da Lui senza trovarlo steso sulla sua panca nel selciato a poltrire. Entrai nel granaio ed era là: una Harley 42WLA. Verde militare. Vecchia. Pesante. Arrugginita. Piena di storia. Pulii le candele e accesi il motore: fu tutto un roboare di cavalli americani. Iniziò a lasciarsi cavalcare educatamente eppure, come un vecchio stallone, ogni tanto prendeva lei il controllo. Quanta potenza. La lancetta del contachilometri iniziò a salire mentre il vento tentava di sradicarmi i capelli dallo scalpo. Iniziai a falciare il campo e quasi a volare. Non avevo direzione: presi la strada dei campi e quasi non vidi il muro di cinta rosso e bianco del vecchio acquedotto. Frenai giusto in tempo.
Poi la moto si fermò. A nulla servì tentare di riaccenderla: era come fosse finita la benzina. Ed eccomi bloccato in mezzo a un campo di grano: senza telefono, con il sole cocente e trenta chili di metallica disperazione. La trascinai per un centinaio di metri ma iniziò a fare troppo caldo e desistetti, riparandomi all’ombra di un capanno abbandonato. Iniziai a pensare a quanto Lui era stato un tipo strano : a venti anni aveva studiato per diventare cuoco e si era innamorato di una ragazza. Poi per una qualche tragedia tutto era andato in fumo. Da allora si era chiuso in casa e aveva iniziato a sparare a vista a chiunque entrasse nel suo campo. Si dice che aveva avuto un cane incatenato ad un palo per chissà quanto tempo finché non era morto di fame ma questa è sicuramente una leggenda. Certo è che non era poi un tipo tanto simpatico. Un giorno lo trovai col fucile in mano e gli occhi spalancati. Vagheggiò che ero un tedesco e provò a spararmi alle gambe. Fortunatamente mi mancò e, ironizzando sulla sua mira di merda, mi invitò a pranzo da lui. Onestamente quel giorno fece la più buona amatriciana che abbia mai mangiato.
Succhiando l’ultima Camel rimasta del pacchetto notai qualcosa di lucido sul muro del rudere. Puntai le pupille e riconobbi distintamente un maniglione antipanico. Nuovo. Non attaccato ad una porta ma ad un muro. Un muro per giunta praticamente distrutto. Lo guardai per molto tempo, sopraffatto dalla calura; poi ad un tratto mi alzai di scatto e lo spinsi. Era un gesto stupido perché certo non portava da nessuna parte ma lo feci. Spingere un muro credendo che si apra una porta è da cretini ma per qualche motivo qualcosa si mosse e si aprì e io iniziai a cadere per una rampa di scale. Mi ritrovai in una stanza molto ampia al buio. L’ambiente era umido e l’odore del muschio si confondeva con un odore ferroso. Avevo le mani bagnate di un liquido viscoso. Era il mio sangue, evidentemente mi ero tagliato nel cadere.

Camminai a tentoni seguendo un muro praticamente bagnato fradicio. Ad un tratto sentii al tatto una piccola apertura. Vi passai a stento attraverso. C’era una grande piazza piena di gente che doveva essere un mercato ma dove fosse esattamente era un mistero. Provai a chiedere informazioni ma erano tutti silenziosi. C’erano vecchi, adulti e bambini e molte persone avevano dei neonati molto piccoli in braccio. Camminai in mezzo a loro un po’ stranito -perché era il mercato più silenzioso che avessi mai visto- finché da lontano intravidi una figura familiare: era il vecchio Lui. Che cosa assurda: stavo certamente dormendo perché poche ore prima l’avevamo interrato.
” Ciao Aldo, lieto di rivederti.” Stetti al gioco della mia mente.
“Ciao Lui . È inquietante ritrovarci in un sogno.”
“Sogno? Chiamalo come ti pare. ”
” Infatti è strano, vorrei svegliarmi ma non ci riesco.”
“Forse non puoi.”
“Come non posso?”
“Vieni, devono darti una cosa.” Ci avvicinammo ad una bancarella e un mercante sorridente mi guardò e mi disse
“Ah, signor Aldo, benvenuto. Aspetti un attimo. Ecco! Questa è sua. Lui, ti dispiace fargli strada?”
“Certo che no. Vieni.”
Ci incamminammo sul vialone e Lui, alla mia sinistra, esordì: “Sai, Aldo, noi esseri umani siamo sbadati e spesso dimentichiamo cose essenziali.” Si toccò i capelli quasi a volerli strappare e poi si strinse lobo dell’orecchio, continuando “Questo è insito nella nostra natura. Questo è un posto speciale, dove ognuno di noi ha la propria scatola che lo aspetta, sigillata dalla nascita. Non importa come vivrai: la scatola contiene qualcosa che definirà il momento del tuo viaggio.”
“Non capisco”
I limiti squadrati del mercato confluivano in una piazza più piccola e circolare. Al centro c’era una zolla di terra piena di grano; il giallo delle spighe era interrotto da un collage viscoso di olio di motore e sangue. C’era il muro rosso e bianco del vecchio acquedotto. A  terra riconobbi i rottami verde militare della moto. E disteso a terra dovevo essere….
Iniziai a correre e raggiunto il muro di cinta lo scavalcai facilmente. Mi ritrovai all’altro lato della piazza, come se fosse tutto contenuto in una sfera. Lui era ancora là ma ora alla mia destra. Mi abbracciò e sentii che le sue lacrime sulla faccia erano come congelate:
“Apri la scatola”
“Voglio andare via! Deve essere un sogno!”
“Non puoi. Non puoi svegliarti e non puoi andare via : in questa fase non esiste niente oltre a questo. Apri la scatola.”
D’un tratto una folla oceanica di persone confluì nella piccola piazza e, come un’unica entità, si girò verso di me e mi avvolse in un abbraccio infinito. Poi aprii quella maledetta scatola.

Trovai due freni a disco.

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Sad song

Oh, oh, oh oh… Beautiful woman.
How many years has it been?
Oh, oh, oh oh.. Stubborn woman,
Are you still looking for the right man?

We used to love each other
the lie was very nice
and so.. Why don’t you love me again?

Oh, oh, oh oh… Willfull woman.
When will you kiss me again?
Oh, oh,  oh oh..  Crying woman.
Why don’t we try to start again?

We used to love each other
the lie was very nice
and so.. Why don’t you love me again?

The game is over, I know it,
but love has no rules
and so.. Why don’t you love me again?

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Il farmacista di Villabrò

Riccardo è il farmacista di Villabrò. Ogni giorno al suo negozio tante gente viene e va: la signora con gli occhiali, qualche bimbo, gente anziana, gente grassa, magra o sghemba.. Un giorno, alla buon’ora, entra una faccia nuova: camminando con pudore si presenta al bancone. Il ragazzo, con sorriso, le si pone cordialmente:
“Che è successo signorina? Non si sente tanto bene?”
“Le… Lei è Riccardo?”
“Si son io.”
“Quel Riccardo… Il farmacista di Villabrò?”
“Le assicuro sono io, son giovane lo so ma i farmaci conosco e sono bravo, mi dicono”.
La ragazza, tutta rossa, fece quasi per scappare ma poi strinse la sua borsa e si mise a biascicare
“Sono Rosa, la nipote della Nonna Brisolona. Sono qui per prelevare il suo farmaco settimanale”
“Certamente, signorina. Come sta la sua nonnina? Prenda queste e queste e queste. Certo che è un po’ vecchina ma è di ferro, anzi, di rame: si piega ma si spezza mai!”
“Sta benone, la ringrazio. La saluto, signor Riccardo. ”
“Arrivederci, signorina.”
Quella sera il giovane dottore si mise a passeggiare sul lungomare. Ad un tratto da un balcone un odore di basilico lo fece trasalire. E chi c’era? C’era Rosa, la nipote di Nonna Brisolona, tutta intenta ad annaffiare le piantine verde mare. Ora il lettore vuole di certo che uno sguardo assai fulmineo scocchi tra i due e poi “vissero felici e contenti”. E invece no. La Rosina, tutta indaffarata, se ne entra nella casa e Riccardo, pensieroso, prosegue il suo percorso scoglioso. Ma quella di Rosa era una strategia! Tutta arrossita prende la carta del pane e scrive queste parole
“ Quanto vorrei che Riccardo, il farmacista di Villabrò, sposasse me: Rosa, la nipote di Nonna Brisolona”.
Nel mentre che scribacchia il vento ballerino porta via il fogliettino, fin dentro al pozzo di Villabrò. Un vecchietto, che ci vive per chissà quale motivo, trova il foglietto e lo legge. Ora è ovvio che, in una favola, un vecchietto che vive in un pozzo o è pazzo o un mago. E infatti era un po’ entrambe le cose. Qualche lacrima solcò il suo viso raggrinzito;
“Aiuterò la Rosa, anche se non so chi sia, a sposare quel ragazzo, con la mia magia”.
Non sto qui a raccontare quanta roba e che schifezze mise il mago nel tegame e l’olezzo che veniva dalla grotta non bastava a coprire quel fetore.. Ma, si sa, i maghi son gente strana, e chi li può giudicare senza essere trasformato in rana ? In una boccetta il filtrò colò e nella notte fuori alla porta di nonna Brisolona lo piazzò. Sulla boccetta una frase in rima: “ Chiunque questo berrà, di Rosa si innamorerà”. Come è giusto in ogni storia che d’intreccio si fa gioco, la nipote apre l’uscio e la boccetta fa scoppiare. Un gattino appena nato lecca il filtro, un po’ schifoso, e poi scappa inferocito. Quella notte, dal balcone, entra quatto il bel gattino e si pone a carponi di Rosina. Che imbarazzo, alla mattina!
“Di chi sei gattino bello? Chi ti ha perso per la strada? Chiederemo nel paese, nel quartiere e alla contrada!” Gira gira, Rosa bella, gira tanto che ti pare.. Ma lo sai che nessun gatto si pregia di un vero padrone? Arrivata da Riccardo, il farmacista di Villabrò, Rosa chiede in imbarazzo
“Ha forse perso questo gattino?”..
E Riccardo, interessato “ Non è mio, ma potrei prenderlo, ho una casa molto vuota. Non è che, per caso, può darmelo? Ne sarei molto grato”.
Rosa senza pensare tanto, diventa un po’ sfacciata e chiede “ Ma come un giovane così bello, il farmacista di Villabrò, non ha chi gli fa compagnia affianco al comò?” e poi arrossa come un albero di ciliegie in primavera.
“Hai detto bene, cara signorina.. Cerco moglie da un po’ e forse me ne andrò da Villabrò se non la troverò..
“Che peccato.” E preso il gatto se ne scappa nel cortile.. E Riccardo, di soppiatto, la segue. “E’ sicura che quel gatto, non lo vuole proprio Lei?”
“Son sicura, ma perché me lo chiedi ancora, beh?
“Perché il gatto sembra proprio innamorato del tuo viso che di pesca ha il colore un po’ rosato”

“Mi lusinga, mio dottore, ma il suo viso è assai più bello, col barbino un po’ arruffato, le basette, il baffetto”
“Non ti va di passeggiare lungo il mare stamattina? “
Ho da fare. Ma forse un minuto posso” .
E via. Quel mago un po’ pazzo ci aveva azzeccato: l’intuglio non era per l’innamorato. Le nozze si fecero in un giorno qualunque, ma i due si amarono quasi per sempre e il vecchio che l’amore aveva favorito  quel giorno fu chiamato in paradiso.

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Bob

Bob era una persona tranquilla,
che problemi non aveva mai dato.
Sfacchinava, tutto il giorno
nel suo chiosco di fiori.

Bob era molto amato in città
e nessuno lo aveva mai visto
arrabbiato o irritato:
Bob era una persona a posto.

Come va Bob? Dove vai
con quel martello in mano?
Cosa vuoi fare? Dove vuoi andare?
Hai qualcosa da aggiustare?

Bob era una persona tranquilla
che non si arrabbiava mai
ma quel giorno, di buon mattino
con un martello era sceso per strada.

In una mano un gran martello
dentro la testa un gran casino
camminava , barcollava
e la gente lo fissava.

Come va Bob? Dove vai
con quel martello in mano?
Cosa vuoi fare? Dove vuoi andare?
Hai qualcosa da aggiustare?

Nel negozio del fratello
Bob è entrato piano piano
e quattro colpi sul bancone
ha spaccato ogni vetrina

Poi nel retro è entrato
e ha trovato il suo parente
con sua moglie coricato
in un letto di cartone

Come va Bob? Dove vai
con quel martello in mano?
Cosa vuoi fare? Dove vuoi andare?
Hai qualcosa da aggiustare?

Cosa fai, Bob? Posso spiegare…
Non è come tu credi.
Stavamo parlando qui sui cartoni.
Non vorrai mica….

Le due mani assai sudate,
sulla bocca schiuma bianca,
quei due occhi neri neri
e del sangue sulle mani.

Come va Bob? Dove vai
con quel martello in mano?
Cosa vuoi fare? Dove vuoi andare?
Hai qualcosa da aggiustare?

Bob aveva un gran martello
ora ha le mani legate.
L’hanno arrestato, processato e
il verdetto: era impazzito.

Come va Bob? Dove vai
con quel martello in mano?
Cosa vuoi fare? Dove vuoi andare?
Hai qualcosa da aggiustare?

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Ruderi

Ti scrissi ti amo sul muro.
E’ stato abbattuto.

Fumavi nel letto. Poi cadde
un sole di fiamme.

Coperto di fuoco sgargiante.
Un urlo straziante.

La morte, deserto rifiuto
di uno specchio muto

Macerie,  polveri, mattoni.
Ruderi di amori.

Nemmeno le ossa sepolte:
di te resta niente.

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