Alexa

Alexa era di turno anche quella sera. In un altro periodo avrebbe protestato per quei ritmi; ma facevano trentacinque gradi sottozero e di intrusi non se ne vedevano da giorni. E poi, parliamoci chiaro: le faceva sempre comodo un po’ di valuta extra. Il suo corpo giaceva ricurvo sulla sedia girevole quando all’improvviso il cicalino dell’HUB la svegliò”. “Che succede?” “Individui senza visto nel settore quattro” Rialzata la testa, portò con un movimento ampio l’avambraccio nel suo campo visivo. Sul visore olografico innestato le apparvero quattro sagome tridimensionali che si muovevano speditamente verso il muro di confine. Iniziò a muovere le mani per dare comandi all’HUB. “Iniziare i controlli di routine”. Lo scanner ottico analizzò i volti incrociando i dati biomorfologici con quelli contenuti nell’ Osaka principale; all’anagrafica le matricole corrispondevano. Avevano numeri di serie irreprensibili registrati nella citta di K5-4. La cosa strana era che si erano messi in viaggio senza un visto. Il sensore termico iniziò a lampeggiare ad indicare delle anomalie calorimetriche. Dapprima Alexa spinse il proprio corpo in mimetica modacrilica verso l’HUB per leggere personalmente i dati; poi premette il bottone del microfono e scandii seccamente: “Cittadini RK1002, AS4312, LO3453, e FD3043. Non ci è pervenuto alcun visto per il vostro viaggio e risultano anomalie calorimetriche. Fermatevi per il riconoscimento.” Nessuna risposta. Il loro avanzare divenne più convulso e feroce; erano quasi arrivati al primo recinto e stavano per scavalcarlo.

La militare percorse la scala a chiocciola della torretta e si sistemò sul sediolino del T33. Iniziava a fare freddo e una leggera umidità si stava insinuando tra i mattoni della muraglia. Allungò le braccia verso l’esoscheletro che subito si attivò e fuse i cavi con i suoi neuroinnesti. Una matassa anisotropa di capelli di un viola cloruro di cromo contornava due labbra screpolate che si aprirono appena: “Qui postazione quattro-tre-uno-uno, chiedo il permesso di terminare quattro creature alfa” “Ricevuto quattro-tre-uno-uno; confermata attività biologica completa: sei autorizzata.”. Alexa flesse terzo e quarto dito e una scarica di proiettili potenziati uscì dalle canne della mitragliatrice. Gli ovuli di rame e piombo raggiunsero in un quarto di secondo i bersagli ma esplosero cinque metri prima, frammentandosi e disperdendosi nella nebbia bassa. “Merda”. “Base, qui quattro-tre-uno-uno. Gli alfa hanno resistito al primo attacco; credo abbiano un difensore quantistico” “Ricevuto. Stiamo attivando i campi di forza attorno alla cinta muraria. Prova con le testate”. In sincronia con un movimento flessuoso delle sue dita, le canne della mitragliatrice si spostarono verso il basso cedendo il posto a due cannoni dal calibro elevato. Con una fiammata partirono due mini-missili balistici che centrarono in pieno gli obiettivi. La giovane ragazza esultò mentre un fumo denso saliva dal campo. “Ottimo lavoro”.

Alexa discese nuovamente nella camera di guardia e la porta stagna le si richiuse dietro. Appoggiò gli stivali nero grafene sulla console di comando e puntò con lo sguardo il monitor principale. I droidi spazzini stavano già ripulendo il campo dai residui biologici. Che efficienza. Stava facendo mattina ed era stanca. Stiracchiandosi, allontanò involontariamente lo sguardo dall’angolo di visuale del monitor. L’immagine dei cadaveri lavati via venne sostituita dal riflesso dei device ottici incavati nel suo volto in poliacrilonitrile.

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Mangiatori di sogni _ Racconti del Microchip

“Chiedo attracco a stazione orbitale 307-BJH-43” . La voce automatica ci accoglie e dà il benvenuto. Scendiamo dalla navetta ed entriamo nella Colonia. Il rapporto dice “base scientifica” e, viste le apparecchiature sui tavoli, credo sia ricerca biologica. Giriamo un po’ ma ci sorprende che non vi sia personale. Il computer domotico è inspiegabilmente spento e quindi anche il diario è inaccessibile. Contattata la nave corazzata JP-5 per avere istruzioni, risponde quello stronzo di Zottornik che, scusandosi per non avere il tempo di fare verifiche, ci abbandona al nostro destino. Fanculo. Apriamo le paratie e iniziamo l’ispezione; ogni volta è una sorpresa, non sai mai se aspettarti rettiliani, grigi, insettiformi, nanovite, meduse.. Ma stavolta sono umani: un sollievo. Umani un po’ schivi per la verità, e molto silenziosi. Ma questa non è roba rilevante per il rapporto. Ci spostiamo verso il CdC della base (centro di controllo), che è situato come al solito dall’altro lato del giroscopio. A gravità simile a quella terrestre passeggiare è quasi piacevole . Questi tipi non devono essere abituati agli stranieri dato che per tutto il tragitto non ci scollano gli occhi da addosso. Ovunque drappeggiano bandiere e stendardi con il simbolo di un serpente che mangia un fiore. Solito cattivo gusto intergalattico. Nel CdC siamo accolti caldamente dal capitano. “Capitano Ezram.” “Elohim, prego. Ho cambiato nome. Grandi cose sono successe su questa nave: ora c’è un ordine più grande di qualsiasi fratellanza: l’ordine del Serpente. Anche voi siete invitati a farne parte” dicendo queste parole si è scoperto il braccio mostrando il tatuaggio del serpente. “Si, è tutto migliorato grazie a Lui: all’inizio credevamo fosse un invasore (e così era) ma poi invece ci ha reso più liberi. Ora gli siamo devoti. E, scommetto, lo sarete anche voi. ” Estrasse un grosso plasmagun e ce lo puntò contro. “Sottomettetevi o morirete”. Il compito di Nardini era avere sempre la situazione sotto controllo. Aveva seguito la scena in disparte tramite i nostri visori e, appena si era messa male, si era avvicinato per pararci il culo.  Aveva sparato a due sentinelle che erano irrotte nella sala di comando, ma con il suo solito stile. Poi aveva puntato il laser al centro esatto della fronte del comandante e la aveva forata. Era finita. “Io sono il generale Rupert Foil. Prendo ufficialmente comando di questa stazione orbitale per il potere conferitomi dalla Fratellanza Intergalattica.” “Non hai ancora capito niente.” La voce proveniva dal cadavere del comandante. “Non possiamo più morire”. Si alzò con un buco in fronte, nell’orrore generale . “Unitevi a noi nel nome del nostro Signore.” Col solito sangue freddo Nardini estrasse una balestra e lo inchiodò a terra con delle frecce al cianuro. “Non potrai morire ma ora nemmeno muoverti”. Iniziammo ad avvicinarci alla nave: il piano era di non dare troppo nell’occhio e ripiegare. Purtroppo tutti erano usciti dalle loro case e si erano riversati nelle strade. Ma sembravano tranquilli. Iniziammo a camminare tra la folla con le armi imbracciate. Niente si muoveva tranne noi. Sembrava che nessuno respirasse. Percorremmo pacificamente il varco fino al centro della piazza principale. Una sirena suonò e il silenzio venne rotto da urla disumane. Di Gioia. Poi le luci si spensero. Ma non fu buio a lungo per via del bagliore fosforescente che si accese nei loro occhi. Allora avemmo paura e iniziammo a correre. E loro ci seguirono. Nardini estrasse uno sfollagente elettrificato e iniziò a farci strada; noi lo seguivano con le pistole d’ordinanza che ci sudavano tra le mani. Arrivammo alla base e con grande sorpresa la porta era aperta. Entrammo e cercammo di chiuderla ma la folla di pazzi era troppo forte. Iniziammo a sparare ma erano come pervasi da una forza esterna che li muoveva a prescindere dalla loro struttura fisica. Entrarono ed eravamo alla stregua: stavamo per arrenderci al loro numero quando ad un tratto la folla si placò e si aprì. E vidi lei. Scura di pelle, bardata con i gioielli più luminosi che avessi mai visto, camminò verso di me colei che avevo amato. “Ciao Rupert.” Non riuscivo a distogliere lo sguardo dagli occhi fosforescenti.”So che mi stavi cercando. Io, come vedi, sto bene: questa è la mia gente, lui è il mio signore e sono sua moglie. A breve darò vita ad un suo figlio. Ti vedo bene. Ricordo di quando ci amavamo tanti anni fa . Mi hai cercato per tutti questi anni ed eccomi. Che hai da dire?” Lui percepiva solo il contrasto tra la bellezza delle sue labbra e l’orrore delle sue parole. “Niente: ti amavo e tu sei scappata. Perché?””All’inizio fu per una stupida paura: tu volevi sposarmi ed io non ero pronta. Ma poi ho capito che il mio destino era più grande e che avrei partecipato al “Progetto”. Ho in grembo colui che schiaccerà questa Galassia, selvaggio come un’idra, potente come il leviatano. Lui è figlio della bestia che ci possiede. Ma è anche tuo figlio, tu sarai il Re. Unisciti a noi.” Era sceso un silenzio tombale e tutti si erano inginocchiati alle parole della principessa nera.
Con un suono secco la sua testa cadde a terra. Riposi la lama nella tasca e ordinai di salpare. Nessuno dei mostri si mosse e accompagnarono il nostro abbordare solo con gli occhi.

“Come hai fatto ad ucciderla così ?” mi domandò Nardini.
“Non era lei, era un mutaforma.”
“E come lo sai?”
Lo guardai fisso negli occhi e dissi:”I mutaforma si nutrono dei nostri desideri più nascosti. Ha capito che non vorrei mai averla dovuta seppellire 20 anni fa, sul pianeta terra, con le mie stesse mani. E ha simulato quel sogno. Ma io so ancora distinguere la realtà dalle fantasie.”
Le onde gravitazionali della nave Taurus 34G si allontanarono dalla stazione orbitale. La colonia era andata in modalità reset e all’indomani non ce ne sarebbe più stata traccia .

D- 12 _ Racconti del Microchip

Non c’erano riusciti la guerra chimica e la polizia. Ma quel cibo liofilizzato si: la stava lentamente uccidendo. Dal frigo una bottiglia di vodka ghiacciata: ne fece un lungo sorso, intervallato dal rumore del motore acceso. “Non ricordo come sono fatte le stelle”. Un complicato sistema di porte stagne la portò nel giardino. L’agente 12 era nell’aria e l’avrebbe uccisa se non fosse stato per la tuta. Si lasciò andare sul selciato e si illuse per un attimo che tutto fosse come prima. Riaprì gli occhi al cielo: quante erano le stelle, se l’era dimenticato. Nel frattempo centinaia di piccoli occhi la scrutavano da dietro al muro di cinta bruciati ad uno ad uno dai raggi laser delle mitragliatrici automatiche. Mentre riordinava i pensieri tornò agli eventi che l’avevano portata là e si addormentò.

Sembrava tutto tranquillo, nove anni fa e poi tutto d’un tratto la parola guerra aveva rovesciato tutto. Io ero davvero piccola e non ne capivo davvero la portata. Almeno finché il mio piccolo mondo prezioso di peschi in fiore e cinguettii d’uccelli non venne distrutto dai repentini cambiamenti climatici. Il vento si fece più tagliente e le temperature iniziarono a oscillare inspiegabilmente… Qualcosa nell’aria stava cambiando e io sentivo di non poterci far niente: dopo sapemmo che quello era solo l’inizio. In quei giorni i volti di tutti iniziarono a cambiare: rabbia, sgomento e paura sostituirono le emozioni dei tempi di pace. Voci. Dapprima sussurrate ma poi sempre più forti iniziarono a delineare i tratti del nemico: malvagio, mostruoso, disumano. Non erano uomini quelli che ci stavano invadendo; erano cose. Del suo reggimento di cento fanti, lo zio Al fu l’unico a tornare. Il prezzo della sua vita fu un braccio. Mi raccontò, in lacrime, che glielo avevano mangiato. Che si moriva atrocemente, e nessuno era preparato a questo. Che neanche i cadaveri nelle loro sepolture avevano riposo. I funzionari del governo comunicarono di prepararsi al peggio e così iniziò la psicosi dell’attacco ai civili. Fu allora che impennarono le vendite di porte stagne, viveri, agenti anti-radiazioni e depuratori di aria e acqua. In qualche giorno venne istituito un durissimo coprifuoco. Mitragliatrici contraeree vennero montate sugli edifici più alti della città. Iniziò una manovra di propaganda del partito per i consensi. Non vidi più zio Al e seppi che i reduci erano stati zittiti. Pattuglie del Partito iniziarono fare comizi ovunque, soprattutto nelle scuole, mostrando diapositive false del campo di battaglia con centinaia di soldati sorridenti nelle trincee e proiettando filmati di modelli vestiti da soldato. Anche la morte sembrava solo un grande gioco di plastica. Quando in classe vedemmo quelle immagini mi colpirono le pupille dilatatissime dei protagonisti e il trucco così stucchevole che inondava i loro volti. Quanto contrastava la pulizia dei costumi di scena con il fango sporco del campo di battaglia. Uno di loro era proprio figo ma aveva la caratteristica di non saper mentire. Lo avevo capito dal suo sorriso contratto come la smorfia di una maschera ma sembrava che nessun altro se ne fosse accorto: in faccia gli si leggeva paura e negli occhi disperazione. Quasi sicuramente era già stato falciato dalla mitragliatrice per i disertori.
Era di martedì notte quando iniziarono le piogge gialle: una melassa densa iniziò a calare dal cielo e radio e televisioni avvisarono incessantemente di non uscire di casa e non toccare nulla che ne fosse bagnato. Le città si immobilizzarono in quella bagna mortale e il Partito vacillò. Chi provò ad uscire fu colpito dalla tossina D-12: molto stabile, difficilmente decomponibile, mortale. Effetti. Pelle: ustioni dolorose, vesciche e necrosi. Occhi: congiuntivite, cecità. Digerente: vomito, diarrea sanguinolenta. Respiratorio: enfisema. E poi morte. E non se ne conosceva antidoto. Chi sopravvisse all’attacco si rinchiuse in casa. Progresso, tecnologia, civiltà: la paura aveva infranto tutto come martello in una cristalliera e riportato l’uomo nella sua caverna. Chissà che facce grottesche avevamo agli occhi di Dio così rannicchiati davanti ai nostri fuochi a fronteggiare nuovamente la paura di morire. E mentre tutti effettivamente morirono io ebbi il privilegio di restare viva. Che si rivelò un sacrilegio. Il sacrilegio di restare sola.

Una sensazione mai provata prima scosse Ofre e questi pensieri si impossessarono della sua mente. Non ne poteva più di quel prato sintetico e dell’odore di morte. Non voleva più contare i secondi che la separavano dal giorno. Decise di non rialzarsi più.
Non una molecola d’aria circolò nei suoi polmoni quando si rese conto che i cannoni si erano fermati e migliaia di zampe velocissime erano ad un passo da lei.

Esopianeta KG37: giorno 42 _ Racconti del Microchip

Stamattina il risveglio è con la luce di due stelle; è strano vederla filtrare tra i granelli di polvere della plancia. E’ strano non sentirsi a casa. Che cazzo di freddo, Fatico anche a respirare mentre il mio vapore acqueo scandisce “temperatura”; i motori rendono subito la navicella EdEx2 abitabile. Uscita dall’ipnocapsula quattro pistoni mi aggrediscono e mi infilano nella tuta da esterno: rudi e veloci, come tutti gli uomini che incontro. “Portello”. Una lingua metallica mi vomita fuori dalla navicella sull’esopianeta KG37, in gergo “deserto nero”. Una distesa di sabbia, sabbia e sabbia – color catrame- e un’atmosfera di idrogeno, tagliente come una katana; qua e là laghi di ammoniaca liquida. L’esoscheletro di fibracarbonio giace inerte sul cemento della base quando vi entro; il sistema idraulico mi avvolge.
Quasi mi piace la sua pressione contro la pelle.
Altra giornata tipo: noia. E’ strano passeggiare su questa distesa di carcasse e pensare che quarantadue giorni fa erano vive. “Vive” si fa per dire: a metà tra un cavallo e una medusa e grandi dai tre metri in su. Con la biochimica a base di ammoniaca, respirano idrogeno con delle specie di branchie melmose ed emettono fosforo e azoto: è questa definibile vita? Bestie velocissime nel volare e nel morire. Morte tutte in un giorno, un giorno solo per sterminarle tutte. D’ altronde sul mio casco capeggia l’acronimo Esse.Ti.A: Sfruttamento, Sterminio, Abbandono. E’ il nostro modo di trovare materie prime vendibili. No, non siamo ladri: prendiamo quello che nessuno usa, un po’ come se raccogliessimo banconote abbandonate.
Io sono l’ultima spettatrice della fase finale: l’ultima forma di vita rimasta su questo pianeta di merda. Ed ora, da spettatrice, sono finalmente promossa protagonista: la sentinella del niente. Una parte semplice, non molto impegnativa, non ai miei livelli e fortunatamente questo è l’ultimo giorno: domani finalmente a casa. Chiamo “casa” una topaia vuota dove non mi aspetta nessuno se non qualche film b/n per coprire il casino dello sprawl.
Due montagne sul monitor facciale. Montagne? Il retinodisplay mi segnala un aumento della frequenza cardiaca mentre descrive due tensostrutture sullo sfondo. Che ieri non c’erano. “-Nave madre! Nave madre! Mi sentite?”. Nessuna risposta. Vibrazioni. Il vento si è fermato.Dalla linea d’orizzonte qualcosa si muove. Cazzo ieri ho smontato le armi. Uno sciame gigantesco mi sta accerchiando.

Le due stelle si rispecchiano in migliaia dei loro aculei.

Sole d’uranio _ Racconti del Microchip

Al mio Giorgio. Sono le quattro del mattino e sono ancora sveglia; stanotte non ho chiuso occhio per la tosse. Non riesco a respirare bene. E poi: piove. Da mesi. Lo sai che se piove ne sono schiava e potrei giacere ore e ore a sentire passivamente quella sinfonia sempre nuova. Puoi lontanamente immaginare quanti pensieri mi vorticano nella testa? No. Vorrei tanto che almeno per un attimo mi si manifestassero talmente chiari da poterteli esprimere bene. Vorrei essere un pittore per poter dipingere i colori che ho in testa. Non mi basterebbero centinaia di tele bianche. La vedo proprio dura: le parole sembrano sempre poche quando si parla di te. Sinceramente sono un po’ confusa e quindi probabilmente mi sarà impossibile dirti tutto in modo giusto, limpido e coerente. Ti chiedo scusa già da ora ma ritienila una mia piccola vendetta per il fatto che te ne sei andato così, senza nemmeno salutarmi.
Sono stesa sull’amaca che legasti tra i due salici. Ora è tesa tra due muri. Quanti pomeriggi d’estate abbiamo passato qui sopra. Se avvicino le narici e tiro forte mi illudo che si senta ancora il profumo fresco della tua pelle. Odorarti era come sgocciolare fragranze aromatiche direttamente nel cervello. Quanto eri bello quando ti trovavo addormentato ad aspettarmi. Il tuo corpo era molto più di nervi, ossa, tendini e pelle: era un tempio nel quale era lecito sprofondare. Quanto era uomo quel cadere svogliato dei tuoi capelli sulla fronte.
Ti ricordi quando ci incontrammo? Stavo passeggiando quando da sotto ad un berretto rosso pomodoro ti intravidi disteso davanti casa mia. Che ci facevi là, chi lo sa. In quel periodo (di merda) tutte le cose belle mi disturbavano perché mi sentivo la più brutta e stupida racchia su questa terra e non sapevo che farne di me, della mia vita e – soprattutto – dei miei capelli. Tu mi insegnasti ad amarmi, amandomi. La vita ha davvero humor. Tu invece eri proprio un pazzo, non parlavi con nessuno e facevi un sacco di stronzate. Sentivo il bisogno fisico di parlarti e col tempo capii che aveva a che fare col fatto che ti amo. Ancora mi chiedo come cavolo facesti ad innamorarti di me. Una notte d’estate mi svegliasti in preda ad una specie di mania: eri tutto sudato, dicevi di avere sognato di perdermi. Io forse ti snobbai un po’ finché mi stringesti forte e mi dicesti con due occhi vitrei “Sei schifosamente perfetta quando emani questa luce: sei una stella di neutroni, sei la distanza tra due atomi di idrogeno.” E ti addormentasti. Quella fu la volta in cui mi accorsi che “ti amo” è riduttivo quando qualcuno ti paragona a una stella di neutroni.
Quanto è cattiva la vita: ti dà l’amore più grande e poi vi divide crudelmente. Fu un sole a dividerci. Un sole che esplose tredici minuti dopo la mezzanotte del 14 dicembre 2145. In città si svegliarono tutti: giusto il tempo di sentire il boato e sentirsi diventare polvere. Io abitavo in campagna e fui salva e anche tu lo saresti stato se poco prima non te ne fossi andato. Mi torturo ogni giorno perché non ebbi il coraggio di trattenerti dall’andare in città, quella sera. Orgoglio.
Quando pensiamo alla morte diamo fondo a grande fantasia perché ci sembra una cosa talmente gigantesca da avere bisogno di grandi mezzi qualitativi e quantitativi per manifestarsi. Quella sera la realtà mi dimostrò che invece bastano tempo, spazio, voltaggio e massa iniqui per distruggere. Qualche chilogrammo di uranio e mezzo battito di ciglio e scomparisti dalla mia vita, assieme a migliaia di altre vite. L’unica vostra colpa era lo stare in città.
Quando prima leggevo le cifre delle grandi stragi della storia mi sembravano numeri. Quando ho visto il notiziario e ho scoperto che eri sfumato sono collassata e ho percepito un dolore che poi ho capito universale. Come poteva essere che quella tavola piatta di macerie potesse essere la nostra città? Eppure era là, non era rimasto niente. E che tu fossi evaporato?
Vorrei non doverti scrivere questa ennesima lettera per poi doverla bruciare nel fuoco. Vorrei solo che la leggessi:vorrei aver avuto un figlio da te. Mi farebbe compagnia in questo bunker. Vorrei rivedere i tuoi occhi nei suoi. Quanto ti vorrei qui, quanto vorrei la tua luce invece di questi neon.
Quanto vorrei credere che ti rincontrerò.

Un killer _ Racconti del Microchip

Due uomini al centro strada. Un proiettile e ne resta uno in piedi.
Cinque metri sopra passano le auto in un flusso incessante. Donna biondissima nella sua decap rossa, un cartello pubblicitario. Lui la guarda e pensa che è simile a sua moglie. Peccato gliel’abbiano uccisa. Le squadre anticrimine non frequentano quei quartieri feccia eppure quella sera ci sono. Fuga. Deve raggiungere il modulo all’angolo tra la terza e la dodicesima strada e farsi inghiottire dalla capsula mimetica. Lo inseguono cigolando i cani robot. Il tempo di entrare che quasi lo agganciano con i loro sensori. Glub. Se ne vanno. Riposa senza dormire leggendo di tanto in tanto l’orario. Poi un breve sonno senza sogni e il suono della sveglia. E’ l’alba e la città è silenziosa: tutti dormono, i droni sonnecchiano nelle fogne e non c’e traccia di ricognitori. Quasi non fa caso al flusso costante di piattaforme a levitazione gravitazionale sulla testa. Un caffè di contrabbando sotto alla Truk Tower, e si lavora. Il monitor montato nel suo avambraccio indica le generalità di un uomo bianco: 184 cm, caucasico, titolare di diecimila azioni della KG company. Lavora in un buco nella novantanove tanto piccolo che deve strisciare per raggiungere il terminale. E’ un colletto blu, la zona sarà piena di quei cazzo di robot guardiani. Attivata una moto incustodita si fa trasportare nella zona nord. Il display retinico mostra presenza di guardie armate nel palazzo. La sua plasmagun è ben adesa all’addome. Penetra nell’edificio. Elude le guardie con una granata. Troppo facile. Programma l’ascensore per raggiungere il piano trecentodue. Una mappa in bianco e nero sulla parete gli conferma l’esatta locazione della stanza. Lo scanner infrarosso conferma che c’è un uomo là dentro. Strano, la temperatura è bassa. Entra ed è già morto. Qualcosa è andato storto, è una trappola. Le sirene e gli ingranaggi delle guardie robotiche. Sono lente e hanno montato armi pesanti. Iniziano a sparare e il piano trema. Deve saltare dal palazzo per sopravvivere. Sfonda il vetro con la plasmagun e si lancia. Plana come un’aquila, apre le braccia e due sistemi pneumatici ne frenano l’impatto al suolo. Deve chiarire col committente. Lo trova al solito posto.
Due uomini al centro strada. Un proiettile e ne resta uno in piedi.

Ex Padri e Figli bionici

Microchip trovato in un contenitore orbitante.

Carissimo X234DFR,

come stai? E’ da una vita che non ci si vede! Sulla tua stazione orbitale regna ancora l’ordine imposto dal computer TRFGR? Lo spero! Ricordo quando te ne andasti perché il nostro pianeta madre era per te: “troppo disordinato”. Mi sembrasti un po’ stupido perché ancora non avevo compreso il valore autentico dell’ordine.  L’ordine è armonia… Sai, qui sulla Terra le cose sono tanto cambiate.. Manchi da tanto, saranno dieci anni?Qui è avvenuta una rivoluzione: in molti la chiamano semplicemente ” la rivoluzione” ma, in realtà, si chiama Tecnotrom. E’ il super-computer al quale è stato affidato di ordinare tutto il pianeta; in tv ho sentito tutti i Presidenti riuniti e ho capito che è stata una scelta necessaria… Sai i dissidenti stavano diventando sempre più forti e c’era il rischio di una quinta… Non pensiamoci nemmeno, ora siamo al sicuro e Tecnotrom sia lodato.

Nell’ultima lettera mi hai chiesto di mio padre. Che combinazione! Ti scrivo per dirti che l’ho ucciso io stesso… Sai, faceva parte del progetto di riduzione della popolazione ideato da Tecnotrom: che idea geniale! E’ stata avviata una pulizia degli individui più deboli, sai, quelli che non servivano più… Dai 50 anni in sù, storpi, malformati.. VIa! Se ci ripenso mi ritornano le lacrime agli occhi.. Detto fra noi, ora sto più comodo, ho 3 stanze tutte per me…  Grande Tecnotrom. Viva il progresso! Ovviamente siamo stati tutti sterilizzati, per motivi di sicurezza! Non c’è bisogno di fare figli, ci pensa l’industria biologica a clonare i più forti e più intelligenti di noi. Capisci che non esiste più malattia? Non esiste più dolore? Lo so, non avresti mai immaginato un tale progresso in così pochi anni… Eppure è successo, è la realtà! Ricordi quando studiavamo la storia a scuola? Le grandi rivoluzioni non hanno mai funzionato per un solo motivo: troppi pensieri diversi, troppa filosofia discordante che bacava solo la mente! Tecnotrom ha risolto il problema e ci ha resi: perfetti. Ora le nostre menti sono state, come dire… Migliorate! Ognuno di noi ha il privilegio di un microchip collegato direttamente con “Esso” e così è tutto più bello e armonioso! I nostri pensieri sono gli stessi, niente più sofismi, niente più menzogna… Sappiamo sempre cosa fare, non esiste più tristezza né depressione. Questa parte della riforma, onestamente, è stata la mia preferita. Mio padre, quando ancora era vivo, piangeva e blaterava qualcosa sul controllo e sulla libertà; che stupido! Aveva solo paura della novità! Molti dei nostri amici sono diventati soldati; sai com’è, c’è bisogno di tenerlo l’ordine! Ormai sono irriconoscibili: li chiamiamo ” Gli ibridi”. Non hanno più una matricola personale ma hanno tutti lo stesso nome: GRAZSK ; sono il capolavoro del connubio tra uomo e macchina e, ovviamente, sono stati ideati dal grande “Computer”. Che forza, vorrei essere geniale anche solo un decimo di quanto lo è lui!  Non hanno più una bocca, perché ormai non hanno bisogno di parlare, hanno due speakers impiantati nel collo col quale la voce del “Computer” da ordini. Spettacolare. Ah ti ho parlato di scuole. Inutile dirti che, grazie ai microchip, non ne abbiamo più bisogno, tutto è già di default nelle nostre menti! Così come i musei, le biblioteche, tutti i residui di quei primitivi analogici.. La chiamavano “Cultura”, per noi è solo anticaglia. Abbiamo distrutto tutto; demolito edifici, musei, scuole, chiese, bruciato quadri, smembrato statue… E’ stato divertente! Ovviamente tutte le cose che Tecnotrom ha ritenuto più importanti sono conservate nei nostri microchip e ognuno ha la sua, vera Cultura, non quella robaccia ammuffita! Nello spazio che abbiamo liberato, sono stati costruiti dei parcheggi per le nostre astronavi… Se questo non è progresso! Perché non vieni a trovarci per il gran finale? Le frontiere interstellari sono aperte ancora per un mese poi Tecnotrom ha deciso una cosa splendida, miracolosa!

Tutti i televisori ne parlano! Siamo tutti super- felici, eccitati, quasi isterici. Tieniti forte: il Grande ha deciso di far esplodere l’intero pianeta!

A presto, tuo 3943FEOFKDR3403

Web 3.0

Stamattina sono andato alla LifeCorp. Per avere un appuntamento ho dovuto aspettare sei aurod ma ne è valsa la pena. Questa inc sta all’angolo tra quel covo di drogati di merda e puttane che è la Red Street e quel cesso di cemento e disperazione che è la nuova Heaven Avenue. Ci sono andato a piedi, dato che i soldi per un taxi, manco morto. La perifer di mattina è quasi morta: le luci si accendono al tuo passaggio e solo qualche spacciatore qua e là nella sua giacca in poliestere nera ti rassicura sull’esistenza del mondo. Dalla targa anonima sulla porta stagna, certo, non m’aspettavo niente di particolare: infatti la Life non è che un ufficietto da quattro soldi, tappezzato di vecchi parati, con una sala d’attesa demodé stile tardo impero 2000. Ho aspettato venti chilosecondi seduto su una sedie di plastica blu monossido economico quando da un tweeter incancrenito una voce metallica ha numerato il mio CodMatricola. In piedi per inerzia, mi sono fiondato nell’ufficio spalancando la porta d’ingresso, aspettando di trovarmi d’avanti, magari dietro un tavolo cattedratico, un gruppo di giovani medici in camice bianco. Nella stanza, tappezzata di grigio e con la moquette sporca e lurida al suolo, erano seduti quattro programmatori grassi grigi, immobili dietro quattro Console Atara 560X, ingiallite. Non notandomi affatto, gli occhi incollati sugli LCD Sonyo, non smettevano di mitragliare la tastiera con le punte delle dita fasciate. Sivar 8900, una scritta argentata ormai sbiadita, era incisa sulla CPU gigantesca che troneggiava al centro della sala. Un beep prolungato. Seguendolo, ho notato un monitor in bianco e nero che si trovava di fronte ad una sedia: c’era scritto “Benvenuto 20129394321, siediti”. Volentieri. Per tantissimi Chiloaurod religione e filosofia hanno tentato di dare la feliclità all’uomo: idee diverse, contraddizioni, errori non hanno permesso a nessuno di raggiungere una conoscenza completa e definitiva del come essere felici. Chi non ha mai sognato di far combaciare la propria vita reale, monotona, stinta, con la propria networkvita, spumeggiante, bella, colorata? Oggi, nel 2081, la LifeCorp c’è riuscita: Un’equipe di grandi menti della rete hanno dato la possibilità a milioni di utenti di diventare la propria social-life per essere veramente sé stessi. Basta una firma e tutto il contenuto del vostro Cloud si sostituirà a quello della vostra mente.

Forse la curiosità, forse la stupidità, non mi hanno fatto scorgere il ghigno demoniaco sulle bocche dei quattro satiri in quell’ufficio. Ho firmato.

Никодим (Nikodim)

Con la canna del fucile premuta sulla tempia, Nikodim strisciava verso la poltrona del colonnello. Macchie di olio d’autocarro sul bitume esalavano un odore di pneumatico e fogna, mentre i raggi del sole gli  frustavano violentemente la schiena.  Un occhio mostruosamente grosso e viola, macchie di sangue raggrumato ovunque sul camice: credere di fuggire da solo da quel campo corrompendo quella guardia era stata un’idea di merda. Si consolò pensando che la pena per tradimento fosse una tra le più lievi: l’avrebbero umiliato e torturato un po’, magari si sarebbe ritrovato senza denti, staccati uno ad uno o con le ginocchia fracassate con un martello, ma non non gli interessava. Sarebbe sopravvissuto e voleva solo uscire il più presto possibile da quella situazione. Nemmeno un atomo si muoveva nella calura estiva. Le telecamere a circuito chiuso non rilevavano che il movimento di una figura strisciante con un fucile puntato sulla faccia.

Nikodim carissimo… Come ti vedo male! – il militare Gregor estrasse un coltellaccio dentato dalla custodia sul polpaccio– Dai, non te la prendere, amico. Hai sbagliato, lo sai, ora devi pagare…Per quanto mi riguarda, mi basterebbe spararti alle gambe per poi avere il tempo di tagliarti pezzo per pezzo, – leccò la lama con la lingua, bagnandola di saliva – sentirti urlare fino allo sfinimento, sai, e quando mi supplicheresti di ucciderti, bruciarti vivo, o friggerti con gli elettrodi. Ma ci sono ordini superiori e quindi, striscia, verme, sei fortunato oggi.” Detto questo avvicinò il suo stivale plastico alla bocca del prigioniero e sferrò un calcio vibrante. Sangue e denti. L’enorme pancia del colonnello, villosa e piena di cicatrici, dissonava nettamente con la finezza dei lineamenti del suo volto. Ghiaccio polare negli occhi, naso aquilino, una bocca piccola con un’infinità di denti aguzzi e grigi. “Dai ora ci divertiamo un po’, vero? – sussurrò dal suo trono, estraendo una pistola scintillante dalla fondina – in ginocchio, soldato! “Gregor, tu vai, voglio restare da solo col ribelle, abbiamo molto da dirci”, e detto questo, mimando un gesto osceno, fece segno d’andare. Aveva sentito parlare dei “trattamenti disciplinari” del colonnello, e stava male solo a pensarci. Agì d’istinto, appena gli liberò liberò le mani. Ora l’uomo steso a terra non era più lui, la situazione si era ribaltata. Avvertito dalle urla, Gregor arrivò subito. Con violenza animale Nikodim l’afferrò per i lunghi capelli e gli spaccò il cranio al suolo. Il militare era ancora vivo quando il ribelle gli sussurrò “ Appena esco di qui scopro chi è tuo figlio, lo uccido e con il suo intestino affogo tutta la tua famiglia” Due colpi di pistola.

Nikodim, gocciolante di liquido rosso, avanzò con in una mano la testa del colonnello e nell’altra un mitra anticarro. Ordinò autoritariamente di liberare tutti i prigionieri, pena la morte. Fu obbedito, le celle furono aperte, i detenuti fuggirono, silenziosi… Si sedette sul trono; nell’aria c’era la bassa pressione che precede un temporale mentre i militari gli si schieravano incontro per avere ordini.

La solitudine di Ofre – Cronache da un futuro post-nucleare

Come ogni sera decise all’ultimo momento se restare stesa sul prato a morire oppure no. Vide, con la coda dell’occhio, qualcosa che si muoveva dietro allo steccato e l’idea di essere sventrata da uno di loro senza prima averne uccisi almeno altri 10’000 le fece rimandare pigramente la scelta al giorno dopo; entrò in casa. Il sole stava ormai tramontando quando la sua piccola mano sfiorò con delicatezza il sensore ottico di chiusura e la villa, lentamente, si ripiegò. Al rumore del sistema idraulico seguì il sibilo del sistema di pressurizzazione. I raggi della stella morente accompagnarono il lento basculare delle saracinesche d’acciaio che scivolarono nei cardini ingrassati e avvolsero l’intera villa in un sudario di metallo. Guardò fuori e vide il solito spettacolo notturno: dal suolo esalava una nebbiolina giallognola, conseguenza dell’inversione termica del terreno e una leggera brezza iniziava a spirare. Il sensore esterno rilevava una concentrazione medio-bassa della parte gassosa e l’idea di andarsi a fare una bella passeggiatina sotto al chiaro di luna la tentò. Mentre si sfilava la tuta anti-radiazioni convenne, come ormai faceva da mesi, che il giorno dopo si sarebbe certamente uccisa; accese i proiettori alogeni che investirono il prato di una luce forte ed un ronzio seguì l’avvio del sistema di sicurezza.Aprì svogliatamente il congelatore e trafugò qualcosa per la cena: “Anche stasera pollo chimico”. In origine andava servito caldo ma a lei faceva un po’ meno schifo freddo di congelatore, così non si sentiva bene il sapore. Quella sera, mentre inghiottiva l’ultimo boccone, uno spasmo le torse lo stomaco, si sentì male e, d’un tratto, vomitò anche l’anima. “Conservanti”, pensò stizzita, annusando la forte acidità del suo vomito; tradusse velocemente la scritta nemica sull’imballaggio, sorridendo aspramente. Fracassò la scatola sulla parete. Quella merda era il suo unico sostentamento: le rimanevano solo acqua e quegli stick, privi di vitamine e sali minerali. Aveva sentito storie di intere guarnigioni al fronte morte per via di quelle scatole ma che poteva fare? Di naturale non cresceva più niente. Pezzetti di un bianco candido galleggiavano come api morte nel liquido acido, sul tavolo; con le dita creò cerchi concentrici nei suoi succhi gastrici e si rassegnò: fuori, tutto era contaminato, niente era sicuro più di quella casa puzzolente e di quello schifoso cibo nemico. Tonnellate ne aveva trovate di quei cibi, nel sotterraneo antiatomico della villa di un ricco e facoltoso cittadino, assieme ad attrezzature di purificazione dell’aria e dell’acqua. Sicuramente era stato tutto acquistato di contrabbando da qualche mercenario di frontiera.I suoi occhi brillavano di lacrime mentre urlava a squarciagola, stringendo le mani e tremando tutta: ad un tratto guardò nel visore notturno alla ricerca di una sagoma umana; non si voleva convincere che oltre a lei, non fossero rimasti che polvere e un pianeta deserto. Una luce al neon illuminava a stento la stanza enorme e vuota contribuendo a rendere ancora più pallido il volto della ragazza. Contemplò le pareti straziate dalle fiamme: un po’ di tempo prima aveva deciso di eliminare fisicamente il suo passato, bruciando tutto ciò che potesse ricordarglielo. La tanica di benzina da cinquanta litri sulle spalle le aveva dato un enorme senso di potere; imbracciato il lanciafiamme con lacrime di rabbia aveva lasciato che il liquido incendiario divorasse tutto, iniziando dai mobili della cucina, passando per i divani ed i tavolini del salotto, arrivando alle camere da letto; aveva distrutto comodini, letti, tappeti, coperte, cuscini e si era liberata della culletta del fratellino, fracassandola con i suoi stivali in pelle. La bocca del drago meccanico aveva investito col suo vomito incandescente tutto ciò che lei aveva amato in passato: della casa costruita da suo padre non erano rimaste che mura annerite dalla fuliggine. Se sei solo al mondo, nulla è più proibito, niente ha più un senso: tutte le regole, le religioni, le filosofie decadono rovinosamente di fronte alla solitudine: se ne rese conto perché, in altri tempi, non avrebbe mai pensato al suicidio. Un rumore eterogeneo di sirene deflorò il silenzio: il giardino era sotto attacco. I pannelli di poliuretano espanso a malapena isolavano la casa dal suono meccanizzato dei fucili laser e dai rumori che facevano le bestie morendo. Di notte uscivano dalle tane e distruggevano tutti ciò che incontravano; nemmeno l’alta muraglia di carcasse di autoveicoli che aveva saldato fino a farne una cinta impenetrabile riusciva a frenarne e spesso arrivavano ad entrare nel prato. Se non fosse stato per quei laser avrebbe dovuto passare la notte in ronda; finito lo strazio delle sirene, un sorriso maligno si dipinse sul suo volto. Nel risuonare sordo della sua risata, si addormentò sulla sedia.