Sad song

Oh, oh, oh oh… Beautiful woman.
How many years has it been?
Oh, oh, oh oh.. Stubborn woman,
Are you still looking for the right man?

We used to love each other
the lie was very nice
and so.. Why don’t you love me again?

Oh, oh, oh oh… Willfull woman.
When will you kiss me again?
Oh, oh,  oh oh..  Crying woman.
Why don’t we try to start again?

We used to love each other
the lie was very nice
and so.. Why don’t you love me again?

The game is over, I know it,
but love has no rules
and so.. Why don’t you love me again?

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Il farmacista di Villabrò

Riccardo è il farmacista di Villabrò. Ogni giorno al suo negozio tante gente viene e va: la signora con gli occhiali, qualche bimbo, gente anziana, gente grassa, magra o sghemba.. Un giorno, alla buon’ora, entra una faccia nuova: camminando con pudore si presenta al bancone. Il ragazzo, con sorriso, le si pone cordialmente:
“Che è successo signorina? Non si sente tanto bene?”
“Le… Lei è Riccardo?”
“Si son io.”
“Quel Riccardo… Il farmacista di Villabrò?”
“Le assicuro sono io, son giovane lo so ma i farmaci conosco e sono bravo, mi dicono”.
La ragazza, tutta rossa, fece quasi per scappare ma poi strinse la sua borsa e si mise a biascicare
“Sono Rosa, la nipote della Nonna Brisolona. Sono qui per prelevare il suo farmaco settimanale”
“Certamente, signorina. Come sta la sua nonnina? Prenda queste e queste e queste. Certo che è un po’ vecchina ma è di ferro, anzi, di rame: si piega ma si spezza mai!”
“Sta benone, la ringrazio. La saluto, signor Riccardo. ”
“Arrivederci, signorina.”
Quella sera il giovane dottore si mise a passeggiare sul lungomare. Ad un tratto da un balcone un odore di basilico lo fece trasalire. E chi c’era? C’era Rosa, la nipote di Nonna Brisolona, tutta intenta ad annaffiare le piantine verde mare. Ora il lettore vuole di certo che uno sguardo assai fulmineo scocchi tra i due e poi “vissero felici e contenti”. E invece no. La Rosina, tutta indaffarata, se ne entra nella casa e Riccardo, pensieroso, prosegue il suo percorso scoglioso. Ma quella di Rosa era una strategia! Tutta arrossita prende la carta del pane e scrive queste parole
“ Quanto vorrei che Riccardo, il farmacista di Villabrò, sposasse me: Rosa, la nipote di Nonna Brisolona”.
Nel mentre che scribacchia il vento ballerino porta via il fogliettino, fin dentro al pozzo di Villabrò. Un vecchietto, che ci vive per chissà quale motivo, trova il foglietto e lo legge. Ora è ovvio che, in una favola, un vecchietto che vive in un pozzo o è pazzo o un mago. E infatti era un po’ entrambe le cose. Qualche lacrima solcò il suo viso raggrinzito;
“Aiuterò la Rosa, anche se non so chi sia, a sposare quel ragazzo, con la mia magia”.
Non sto qui a raccontare quanta roba e che schifezze mise il mago nel tegame e l’olezzo che veniva dalla grotta non bastava a coprire quel fetore.. Ma, si sa, i maghi son gente strana, e chi li può giudicare senza essere trasformato in rana ? In una boccetta il filtrò colò e nella notte fuori alla porta di nonna Brisolona lo piazzò. Sulla boccetta una frase in rima: “ Chiunque questo berrà, di Rosa si innamorerà”. Come è giusto in ogni storia che d’intreccio si fa gioco, la nipote apre l’uscio e la boccetta fa scoppiare. Un gattino appena nato lecca il filtro, un po’ schifoso, e poi scappa inferocito. Quella notte, dal balcone, entra quatto il bel gattino e si pone a carponi di Rosina. Che imbarazzo, alla mattina!
“Di chi sei gattino bello? Chi ti ha perso per la strada? Chiederemo nel paese, nel quartiere e alla contrada!” Gira gira, Rosa bella, gira tanto che ti pare.. Ma lo sai che nessun gatto si pregia di un vero padrone? Arrivata da Riccardo, il farmacista di Villabrò, Rosa chiede in imbarazzo
“Ha forse perso questo gattino?”..
E Riccardo, interessato “ Non è mio, ma potrei prenderlo, ho una casa molto vuota. Non è che, per caso, può darmelo? Ne sarei molto grato”.
Rosa senza pensare tanto, diventa un po’ sfacciata e chiede “ Ma come un giovane così bello, il farmacista di Villabrò, non ha chi gli fa compagnia affianco al comò?” e poi arrossa come un albero di ciliegie in primavera.
“Hai detto bene, cara signorina.. Cerco moglie da un po’ e forse me ne andrò da Villabrò se non la troverò..
“Che peccato.” E preso il gatto se ne scappa nel cortile.. E Riccardo, di soppiatto, la segue. “E’ sicura che quel gatto, non lo vuole proprio Lei?”
“Son sicura, ma perché me lo chiedi ancora, beh?
“Perché il gatto sembra proprio innamorato del tuo viso che di pesca ha il colore un po’ rosato”

“Mi lusinga, mio dottore, ma il suo viso è assai più bello, col barbino un po’ arruffato, le basette, il baffetto”
“Non ti va di passeggiare lungo il mare stamattina? “
Ho da fare. Ma forse un minuto posso” .
E via. Quel mago un po’ pazzo ci aveva azzeccato: l’intuglio non era per l’innamorato. Le nozze si fecero in un giorno qualunque, ma i due si amarono quasi per sempre e il vecchio che l’amore aveva favorito  quel giorno fu chiamato in paradiso.

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Elsa

<<“Signorina, come sta?”. Queste le parole che mi svegliarono. Misi a fuoco lentamente una divisa dei Carabinieri che contornava un volto davvero bello. “Stia tranquilla, ora è nell’ospedale di O.. E’ al sicuro. L’abbiamo trovata sulla riva del fiume Grande. Ora come sta?”. Non risposi.  “Ti hanno visto mentre scavalcavi il parapetto. Cosa volevi fare?” “Guardare lo scorrere dell’acqua.” Mentre io parlavo questo Carabiniere scriveva il verbale e mi faceva una valanga di domande stupide a cui io non rispondevo. Dopo un po’ lui uscì dalla stanza salutandomi con un cenno. Di quella sera ricordo vivamente i tuoi occhi e il rumore del fiume.  Poi ci incontrammo di nuovo in un cazzo di supermercato. Ci salutammo e tu fosti così sfacciato da chiedermi di accompagnarmi a casa!  E io una pera ad acconsentire. Poi il resto lo sai. ” >>
“E’ stato strano incontrarti così. Strano e bello. Mi piace quando me lo racconti.” Era come se una radio AM fosse accesa su una frequenza morta tanto era il rumore bianco  che aleggiava nella stanza. “Devo farti una domanda: non ho mai capito perché ti lanciasti.” La sigaretta crepitò bruciando il silenzio. “Mi chiedi il perché ma è così evidente. Non sono pazza. Forse un po’, ma non in quel senso. Quel sabato sera mi ero fermata a guardare le folle di ragazzi. Transumavano con delle birre in mano, parlando e scambiandosi occhiatine. Guardare degli umani lasciarsi morire così mi aveva messo la nausea e quindi lentamente avevo iniziato a passeggiare. Che senso aveva quella serata: non lo sapevo. Non avevo voglia di niente. Senza accorgermene avevo lasciato il centro ed ero arrivata sul ponte. Dei pensieri strani mi colonizzavano la mente: perché birra e sigarette costano così poco? E’ tutto un apparire, un sopravvivere, un accettare,un violento ammutolire. Forse sarebbe stato meglio nascere morta che vivere senza amore. E cose orribili così. Scavalcato il parapetto, i pensieri si affollavano convulsi e mi rendevo sempre più conto che non c’era un motivo preciso per respirare. Iniziai a pensare alla mia vita in macerie a vent’anni, ai miei che si dicevano cose cattive, e lacrime iniziarono a rigarmi le guance come acido. Non piangevo per disperazione ma solo perché mi rendevo conto che non sarebbe mai avvenuta alcuna rivoluzione. Ciondolavo le gambe nel vuoto: bastano cinque litri di benzina per fare cinque molotov? Volevo rovesciare tutto. Ma per ogni automobile diesel che avrei acceso ne avrebbero fabbricate altre dieci. Pensai che non potevo distruggere il loro sistema perché a tutti basta un piccolo benessere per stare bene. E che questo funzioni ad ogni livello è diabolico. E urlai a squarciagola per la libertà che non avrò mai. Per la libertà dall’ipocrisia, dalle droghe “buone”, dai colori delle magliette, dalle mode e dalle canzoni di un due minuti e trentasei secondi. E’ stato allora che la mia scelta assoluta è stata lanciarmi nel fiume. Sarei morta se non fosse stato per te. ”
“Non ti salvai io, ti salvasti da sola. L’istinto, fu più forte della tua volontà. La vita non ti avrebbe lasciato così, senza fare niente.” Elsa non lo ascoltò: stava guardando dalla finestra come il vento gonfiasse una vecchia impalcatura. 

Rosalba e il Palazzo d’Inverno

Quando Rosalba mi chiama dice solo “Vieni”; e io so che significa. Non c’è più luce né dentro né fuori di lei. La raggiungo in uno dei vicoletti di via C. e ogni volta che mi apre mi accoglie un disastro di felpe, di maglie sdrucite e di puzza di fumo. Il suo appartamento è una taiga colta in penombra: il regno dell’umido. Giurerei di aver intravisto una tana di volpi sotto al suo letto e che gli sfagni colonizzano le tazza da the abbandonate. L’unica finestra piccola, tozza e francamente squadrata dà su un muro color niente.
Rosalba non è di nessuno e spaccia qualsiasi cosa.  Quando vado ci facciamo tutto quello che c’è e non vuole soldi perché dice che noi siamo così: che è un legame. Stare con lei è tutto uno scoprire periodi di festa e neve blu; quando è ispirata sale sul tavolino, inarca le gambe e mentre legge versi di poeti slavi inscena lotte con mostri invisibili. Poi quando cade ci abbracciamo forte sul tappeto.
Con lei la notte è così lunga che quasi si sviene stremati dal freddo: la caldaia è rotta ormai da tre mesi. Quando le punte delle dita sono gelate facciamo finta che sono ghiaccioli e poi accendiamo candele minuscole come fossero i caminetti giganteschi del Palazzo d’Inverno.
Rosalba mi ha insegnato che se l’inferno ce l’hai dentro la mattina è più difficile svegliarsi. Il giorno dopo aprire quella porta e andare via da lei è come camminare senza una gamba: è come se lasciassi ogni volta un pezzo di me.cropped-zimowe-wnetrze-palacu.jpg

L’incontro col diverso

Lampioni stroboscopici, linee bianche su sfondo nero. Due sagome dentro un abitacolo guardano fuori. Sono allungate sui sedili coi volti stanchi e a malapena illuminati: due dagherrotipi indifferenti alle mutazioni del tempo. Drum’n’bass esplode nell’impianto stereo. Parlano poco perché si capiscono lo stesso e questo sentirsi a casa li fa stare bene. E’ notte e la tensione della città addormentata è palpabile: quattro occhi si confondono con il suono moderno degli pneumatici e ogni tanto si incontrano. Tutto è rombo di motore e galoppo di pistoni e fuga di metalli e nulla altro mentre la termodinamica scambia energia con la meccanica. Combustione si fa accelerazione e li schiaccia contro i sedili, sopraffacendoli con una gravità ortogonale. I numeri del contachilometri aumentano esponenzialmente. Dita nere si stringono sui comandi artificiali. Ciascun volto è improvvisamente differente dal solito quando una figura dal bordo strada richiama attenzione. Chiede aiuto. Reticenti la ascoltano e col motore caldo la accolgono. L’abitacolo è invaso da puzza di alcolici mentre la velocità aumenta. L’estranea è una profeta e accenna alla morte di un fratello e di non fidarsi mai delle ecografie addominali. E’ visibilmente alterata o forse sinceramente lucida: scende, ringrazia e si scongela nella nebbia. Il sediolino posteriore è vuoto ma ancora intriso della sua presenza. Il suono della radio è deformato: i due hanno appena incontrato un diverso. Forse figura dal futuro, forse pazza, forse fantasma? Un equilibrio ben costruito di superficie e pettegolezzi è spezzato dall’emersione di ricordi. Tentacoli li iniziano ad attanagliare e ansia per il futuro. Non potrà sempre andare così. Alcune consapevolezze si iniziano a distendere alle porte della loro percezione mentre il dolore dell’umano non esce più dall’abitacolo.

Passano in un tunnel denso di luci rosse e blu e provano un’improvvisa voglia di abbracciarsi.

L’intruso sul ponte _ Ciclo degli incontri

L: “Qualche minuto prima del tramonto ero sempre là sul ponte. Mi correggo, non era un ponte: era IL ponte. Il padrone del mare. Ed io gli passeggiavo sopra con le mie scarpette da ginnastica, senza fare troppo rumore per non svegliarlo, tutte le sere. A quell’ora ero sempre sola e questo mi rilassava. Mi faceva sentire un po’ unica. Poi una sera un misto di confusione e rabbia mi assalì: c’era qualcuno già affacciato al parapetto. Al mio posto! Quasi feci per andarmene ma poi, quasi per sfida, mi affacciai anche io. Negli attimi prima del tramonto per la prima volta non ero sola. Il mare era molto mosso e schizzi di spuma superavano i dieci metri di parapetto per bagnarmi la faccia. Si alzò un vento tagliente che mi strappò con forza il cappuccio della felpa e i miei capelli presero a vorticare casualmente, persuasi da quella fluidodinamica turbolenta. Quello stesso vento si limitava a deformare impercettibilmente il cappuccio che copriva la testa all’intruso: i raggi di sole nel loro ultimo rimbalzare abbozzarono un bel profilo di volto, netto, squadrato e fortemente maschile. Quando la luce fu andata e rimase solo un bagliore crepuscolare, presi l’accendino e accesi la mia sigaretta rituale. Nell’atto dell’aspirare lo vidi girarsi nettamente verso di me -sussultai- per poi andarsene lentamente via. Che tipo: chissà che ci facevi là. Certo, eri bello ma sperai che non tornassi mai più.”
N: “E invece il giorno dopo tornai a cercarti. E tu eri sempre là.”
L: “Era il MIO posto, è ovvio che stessi là. Eri tu l’intruso. Venisti a fare il cascamorto e mi scroccasti pure una sigaretta.”
N: “Non ci provai con te, ti chiesi solo una sigaretta. Mentre me l’accendevi ti tremavano le mani.”
L: “Avevo freddo. Mi tossisti quasi in faccia. Pensai che eri un cretino quindincenne che non aveva mai imparato a fumare decentemente.”
N: “Non mi sono mai impegnato. Ti stupisti nel sapere che avevo trentadue anni.”
L: “Semplicemente due più di me. Quella sera non potevi semplicemente passeggiare senza meta in un altro posto?”
N: “Non ci saremmo mai incontrati.”
L: “Ti saresti accontentato di un’altra.”
N: “Impossibile: io stavo passeggiando verso di te.”
L: “Stasera sei romantico al limite col vomitevole. Mi hai anche chiesto di raccontarti come ci siamo incontrati, come se non ci fossi anche tu quella sera!”
N: “Mi piace sentirti parlare di noi e vedere le tue labbra muoversi. E poi stasera è una serata speciale.”
L: “Lo so…”
N: “…Sei pronta?”
L: “Farà freddo.”

Si tuffano e scompaiono nel profondo nero.

N: “Fa un gelo cane.”
L: “Te l’avevo detto. Che idea di merda il bagno di notte a novembre. Nuota, stronzo.”
N: “Ahia! Una medusa!
L: “Che cazzo dici?”
N: “Ci sei cascata. Nuota cogliona: ti amo.”
L: “Ti affogo, uno di questi giorni giuro lo faccio”

L’altalena _ Ciclo degli Incontri

D: :“Ciao”
P: : “…”
D: :“Sei quello nuovo?”
P: : “Si.”
D: :“Spingimi sull’altalena.”
P: : “Non posso scendere da questo sasso. Sotto ci sono gli squali.”
D: :“Gli squali nel prato? Tutti dicono che sei strano.”
P: : “Strano?”
D: :“Si.”
P: : “… Non sono strano.”
D: :“Dicono.”
P: : “Sbagliano.”
D: :“Comunque sono Dorothy.”
P: : “…”
D: :“Tu ti chiami Peter”
P: : “Non più!”
D: :“Ma che fai, te ne vai?”
P: : “Dovrei restare?”
D: :“Si. Perché non ti chiami più P:?”
P: : “Ho cambiato nome, ora mi chiamo Io.”
D: :“Io? Sei strano.”
P: : “E’ il mio nuovo nome, l’ho scelto da solo. Sembra che conosci solo l’aggettivo strano. ”
D: :“Si, quell’aggettivo ti si addice. La gente non sbaglia mai.”
P: : “La gente sbaglia sempre: lo dice mia madre.”
D: :“..Tua madre…”
P: : “Zitta.”
D: :“DI tua madre si dice che..”
P: : “Non è vero!”
D: :“Scusami.”
P: : “… Quanti anni hai?”
D: :“Sedici e mezzo.”
P: : “Anche io. ”
D: :“Che fai te ne vai? Di nuovo?”
P: : “Ho da fare.”
D: :“Vieni, spingimi sull’altalena.”
P: : “Non l’ho mai fatto.”
D: :“E’ facile. Che vuoi fare da grande?”
P: : “Voglio curare.”
D: :“Chi?”
P: : “Gli animali.”
D: :“Gli animali? Ma puzzano e mi fanno paura.”
P: : “Loro sono molto meglio degli umani.”
D: :“Non è vero.”
P: : “Guarda questa cicatrice sul mio braccio. E’ la prova che gli umani fanno schifo.”
D: :“Chi te l’ha fatta?”
P: : “Mio padre.”
D: :“Tuo padre… Quindi è vero che lui ti..”
P: : “Zitta. Ora devo andare davvero.”
D: :“Scusa. Dai resta.”
P: : “Ciao, vado a casa.”
D: :“Domani vieni qui.”
P: : “ Cosa?”
D: :“Alle quattro ti aspetto alle altalene.”
P: : “Non verrò.”
D: :“Si che verrai.”
P: : “Chi te lo dice?”
D: :“Sei strano, verrai.”
P: : “Ancora?”
D: :“Dai, mentre gli altri giocano con la palla tu stai sempre a terra a guardare le foglie. Perché lo fai?”
P: : “Perché sono belle, regolari. Le vorrei tutte con me e le disegno tutte.”
D: :“Sono cose morte, come tazze spaccate.”
P: : “No, zitta. Sono vive, come te. Io invece sono morto.”
D: :“Tu non sei morto.”
P: : “Mio padre lo diceva sempre: sono morto.”
D: :“Lui…. Dov’è?”
P: : “Lontano.”
D: :“Quanto?”
P: : “Abbastanza da riuscire a vivere, troppo poco per dormire tranquilli.”
D: :“Domani se vieni ti porto una foglia che non hai mai visto.”
P: : “Impossibile. A mai più, D:”
D: :“Mi raccomando, alle quattro in punto.”
Lo trovò ad aspettarla, seduto sull’altalena. Gli aveva portato una foglia raccolta nel giardino di suo nonno. Appena lui la vide cosi grande, irregolare e piena di venature stette più di dieci minuti in silenzio a rigirarsela tra le dita. Sembrava felice. Poi, senza dirle niente, posò la foglia su una panchina e la iniziò a spingere. Stettero senza dirsi niente per per ore. Quel giorno le parole erano superflue: da allora in poi, come per un patto silenzioso, iniziarono a vedersi tutti i giorni.

Era iniziato qualcosa di bello, tanto che non aveva bisogno di parole.

Anime che si appartengono _ Ciclo degli Incontri

Ci incontrammo per caso nel parcheggio del mio ufficio.  Stava cercando qualcosa nella sua auto nera; per un istante alzò lo sguardo dal sediolino e mi stordì. Era bello: capelli corti e barba ben rasata,  non l’avevo mai avvicinato ma sicuramente aveva un buon odore. Emanava energia positiva. “Sarà sposato? Come si chiama?” Non capii più nulla: provavo una morsa nello stomaco e iniziai a sudare nelle mani.”Bene, so ancora stupirmi di qualcosa”.
Nei giorni seguenti lo cercai in giro per l’ufficio ma non lo trovai. Che stupida, lo aspettavo nel parcheggio come una ragazzina. È dura avere una relazione con qualcuno che non ci conosce. E di cui non si conosce la voce. Ma come si chiama?  Mistero. Onestamente era la prima relazione che stava iniziando senza la scorciatoia telematica. Ed era difficile. Ed estremamente viva. Chiesi a Mario,  guardia giurata alla reception(e follemente innamorato di me) qualche informazione riguardo il mio lui. A malincuore mi spiegò che era un dipendente a contratto della divisione ricerca e sviluppo. Dunque ingegnere, anche lui. Interessante. Gli riuscii ad estorcere anche il nome: Louis. Come suonava bene! Lo cercai su Facebook e, dopo un po’,  lo trovai. Louis Esperanza. Non male, anche il cognome è figo. Non lo aggiungo,  no.Ma non ha nulla sul profilo, sembra non entri mai! Forse è un maniaco. Ma che dico! Ha tutti like a pagine di librerie..  Ama leggere. Ma cosa? Devo aggiungerlo. No,  non posso. E infatti non lo aggiunsi,  perché quel mistero mi piaceva tantissimo e decisi di parlargli di persona,  un giorno. Cioè mai.
Passò qualche settimana e iniziai a vederlo sempre meno spesso. Poi, un martedì, trovai un mazzo di fiori sulla mia scrivania con un biglietto scritto a penna che suonava così : “Secondo te esistono anime che si appartengono? ” . Panico. Di chi era?  La guardia giurata?  Uno scherzo delle colleghe.  Che vipere! Ma se invece… No,  impossibile,  non mi conosce nemmeno. Che grafia bellissima. Ogni giorno,  per un mese,  arrivò un mazzo di fiori diverso,  sempre con la stessa frase. Poi nulla. Un giorno. Due giorni. Tre giorni. Al quarto giorno di silenzio decisi di parlargli e mi fiondai sulla sua auto. Gli avrei chiesto che tipo di liquido antigelo andasse nel radiatore o una stronzata del genere e lui avrebbe biascicato qualche cosa in ingegnerese e avremmo riso e qualcosa sarebbe accaduto. Invece non trovai né la sua auto né lui. Sarà stato licenziato? Basta. Era finita. Stavo fisicamente male. Tornai a casa distrutta e, dopo essere entrata nel soggiorno feci il gesto meccanico per appendere la borsa all’appendiabiti. Ma non la avevo più. L’avevo scordata da qualche parte. Che merda di giornata. Decisi di tornare in ufficio a cercarla ma subito desistetti.
Bussano alla porta.
“Credo che questa sia tua “. Una voce che mi sembrava familiare. Aprì la porta e c’era.. LUI?! Con la mia borsa in mano?! Quasi svenni per lo shock ma solo un attimo dopo gli stavo preparando un caffè per ringraziarlo della cortesia. Mi spiegò che l’aveva trovata a terra sul suo posto auto, che gli avevano spostato i turni e quindi si era liberato solo allora e aveva pensato che sarebbe stato carino portarmela… Cazzo, mi avrà preso per stupida…  Ma, aspetta un attimo, sarà mica un gesto davvero disinteressato?
Iniziammo a parlare e tutto sembrò una catena naturale di coincidenze. Amavamo entrambi Kubrick e lui era una schiappa a poker,  esattamente come me. Disegnava da dio e amava fare i panorami. Prese un fazzoletto e, mentre tracciava lo skyline di Bangkok, accennò ad un progetto a cui stava lavorando. Onestamente io sprofondavo nel colore dei suoi occhi e non capii proprio niente. Chissà se si accorse che stavo morendo. Mi disse che amava leggere e quasi dissi “lo so” ricordando la sua pagina web – ma non lo dissi per non sembrare una stalker. Mi chiese di me e biascicai qualcosa sul mio appartamento stile minimale, sul mio gatto nero e sul master di ingegneria aerospaziale a Cambridge. Si accese una sigaretta e quasi sembrava volesse succhiarne l’essenza. Fumava davvero bene. Passò davvero molto tempo e, quando se ne accorse, arrossì. Quasi voleva fuggire e io volevo offrirgli la cena ma.. Sarei sembrata una disperata. Inoltre: gli piacevo? Forse cercava una amica. Quando gli aprì la porta, nell’uscire si fermò a giusto cinque centimetri dal mio viso e disse, come fosse la cosa più naturale del mondo “Secondo te  esistono anime che si appartengono?” Mi lasciò un sapore di tabacco e caffè  sulle labbra. Mi accorsi di non aver mai baciato in vita mia prima di allora. Volevo rivederlo ma non avevo nemmeno il suo numero: non ne avevo bisogno. Forse davvero ci appartenevamo. Mi addormentai e sognai il suo volto.
Trovai un biglietto infilato sotto la porta,  con un indirizzo e niente altro: era certamente la sua grafia. Ci andai di corsa e ricordo ancora l’odore delle coperte di casa sua. Decidemmo di amarci. Passò del tempo e tutto divenne così naturale da farci quasi paura. Poi una mattina indimenticabile ricevetti una lettera di trasferimento alla sede di Parigi. Partì e iniziammo a sentirci con WhatsApp,  Facebook e Twitter,  per telefono. Era strano perché eravamo sempre abituati al contatto fisico,  ad esserci… Una settimana dopo un mazzo di fuori sulla mia scrivania.  Il solito messaggio. Panico. Corsi a casa. Lo trovai lì e fu bellissimo. Si era trasferito da me.
Eravamo due anime che si appartengono e ora ce n’è una terza che ci appartiene: si chiama Giada e questa è la storia dell’amore che le diede la vita. Questa storia è per lei.

Amare anche solo per un milione di anni.

Sarebbe bello provare quella felicità immotivata che fa cantate gli uccelli al mattino, poter girovagare in bicicletta in un enorme bosco senza pensare alla batteria del cellulare o all’università. Sarebbe fantastico innamorarmi perdutamente dimenticando un po’ di infrastrutture e ricominciare a chiedermi se un mazzo di fiori possa piacere;  vorrei regalare un libro vecchio ad una persona a cui non devo spiegare perché è affascinante .  La carta ingiallita è storia viva e introvabile: adorerei qualcuno che, come me,  la odora,  la sfiora,  la assaggia con gli occhi,  la strizza,  la straccia,  la vive. Mi piacerebbe incontrare un’artista,  magari una pittrice visionaria,  lasciarmi andare tra le sue braccia e chiederle come sarà il mondo domani.

È bello toccare il volto della gente bella: questo è il manifesto della mia  rivoluzione.

Chiedo il medicinale che  mi tolga ogni dubbio sul fascino del mare e che mi distolga dal contare le stelle; dico solo che vorrei voglia di vivere,  oltre la paura di morire.  Desidero i neuroni associativi tracolmi ad uno ad uno di “quel” desiderio di esistenza e magari esplodere -d’amore- come una cocacola sbattuta. Sarebbe bello avere ogni interstizio ripieno di vita,  tutta l’acqua del proprio corpo sostituita con musica dodecafonica.

Scopare oggi è uno schifo perché sembra sia quasi un dovere nei confronti della sanità pubblica.
Ti ritrovi slanciato nei letti di ragazze “radicali” -col cranio rapato d’un lato, bruciato dal THC dall’altro- e dopo una successione sparsa di eventi tra coito e Big Mac,  vi scollate. Volgarmente.

“Ciao, è stato bello, ma chi cazzo sei ?”

Se il sesso è così mainstream figurati il baciare: oggi non vale niente. Ci si ubriaca in gruppo e ci si bacia random e poi tanto il giorno dopo chi ricorda?

Io esprimo la mia voglia di resistenza al CONSUMISMO:
voglio dare un bacio davvero speciale.

Bruciamo le frasi di Puskin, demoliamo i castelli di stil novo e pretendiamo l’amore vero,  oltre le carte dei baci perugina.

Chi sarei se fossi innamorato?  Dove sarei? Scriverei?

Vorrei fissare così bene l’odore del tuo corpo da poterti riconoscere tra miliardi di altri e poter dire  “Ciao amore,  mi sei mancata “.

Attimi.

Un attimo prima siete in piedi

un attimo dopo parlate

un attimo dopo lei si siede sul letto

un attimo dopo tu ti stendi sul letto

un attimo dopo vi  abbracciate

un attimo dopo lei ride

un attimo dopo tu sorridi

e senti come l’abisso sotto i piedi quando li sporgi dal balcone del 20 piano di un

grattacielo

un attimo dopo ti sciogli nel vedere i suoi denti

che sono belli e profumano di lei ma non sai ancora se è vero

un attimo dopo lei si sfiora le labbra con la lingua

un attimo dopo credi di essere un pazzo

nel pensare che forse è un messaggio conscio o forse inconscio o forse le andava semplicemente di sfiorarsi le labbra con la lingua

un attimo dopo  la fissi negli occhi che ti ingurgitano

e desideri di annegare e sai che lei è una medusa che ti sa pietrificare

un attimo dopo vi sfioravate le mani

e le guardi i pollici che sono strani e oblunghi ma li ami così

un attimo dopo le prendi le mani e le stringi

e le dita si incrociano e ti sembra sia la cosa più bella dell’universo

un attimo dopo siete stesi

tra discorsi futili che sapete riempiono semplicemente la distanza

un attimo dopo i vostri nasi si toccano

più per qualche legge fisica che per vostra volontà o almeno così volete credere

un attimo dopo fate finta di non sapere cosa sta per accadere

un attimo dopo ne ridete entrambi e lei sorride

e tu ti sciogli  come l’azoto liquido nel reattore nucleare

un attimo dopo i vostri occhi si cercano voraci

e che occhi splendidi che ha lei all’ombra di novembre

un attimo dopo è il silenzio che domina la stanza

e la morte incombe e la vita spicciola

un attimo dopo le vibrazioni si fanno più frequenti

e sembra che la poesia sia entrata dalla finestra che da su palazzi in costruzione

un attimo dopo i battiti accelerano

come quelli della preda inseguita dal predatore ma stavolta siete entrambi preda e predatore

un attimo dopo ti guarda con quella matita sotto agli occhi

che traccia i contorni di colline appenniniche

un attimo dopo vi avvicinate, ma solo per parlare meglio

e senti il suo alito che è bello, e sai che sono i feromoni ma è bello e lo stomaco si contorce come se avesse fame di lei

un attimo dopo vi sfioravate le labbra,

e nei tuoi occhi il rosso è dominante, forse per l’afflusso di sangue che arriva all’arteria oftalmica, forse per il velo che amore stende sugli amanti

un attimo dopo fate finta di niente, come fosse tutto un incidente del caso

un attimo dopo l’incidente si ripete

un attimo dopo si ripete

un attimo dopo si ripete

un attimo dopo il vostro cuore è a mille

e vedi la contrazione del suo collo e il cuore nella giugulare che pulsa

un attimo dopo vi divorate

le vostre lingue si incrociano

e sentite la ruvidezza  e la liscezza nello stesso momento e vi piace

un attimo dopo vi stringete

e la tua testa è come esplosa di emozioni e sai che è biochimica della serotonina o forse dioniso col suo vino olimpico

un attimo dopo fa caldo e sudate ma vi piace così

un attimo dopo siete interrotti dalla realtà e tu fuggi via dal finestrino sul tetto, nel tepore  della sera siderale.